Il futuro è qui: la rabbia serve, la violenza è un’idiozia

Il futuro è qui: la rabbia serve, la violenza è un’idiozia

L’indignazione diventa rabbia e tracima nella violenza. È comprensibile: l’élite cialtrona ha distrutto il paese. Ha costretto l’Italia a chiedere aiuto alla Cina, ha annientato il tessuto industriale. Ha svenduto un’intera generazione, privandola delle pensioni e gettandole quattro soldi a fronte di anni d’impegno, da parte del singolo e delle famiglie, nella formazione e nel lavoro. Padri e madri hanno fatto decenni di sacrifici per far studiare figli che non guadagnano nulla. È una miseria umana.
Il problema non è che una “Generazione del 68” ha “preso il potere” e “non lo molla”. Non esiste nessuna “Generazione del 68”. Esiste un sistema di potere industriale, economico e politico, che dopo il 68 ha assunto il comando del paese. Ha aumentato il debito pubblico negli anni Ottanta, ha svenduto i campioni industriali nazionali negli anni Novanta, ha succhiato il sangue dei più giovani negli anni Duemila, e adesso raschia il fondo del barile, portandoci al default.

Ha inesorabilmente aumentato le tasse, prendendo il controllo della distribuzione dei soldi dei cittadini, e su esso basando il proprio potere. Ha stretto alleanze con gruppi industriali, cui ha elargito rendite e concessioni; e nelle privatizzazioni dei primi anni Novanta, ha avuto l’accortezza di privilegiare chi poteva garantire il mantenimento dello status-quo. Non ha investito nella concorrenza e nella formazione, che sono due elementi vitali l’un per l’altro. Hanno mostrato per decenni facce compatite alla televisione, parlando di “giovani”, “rilanciare il paese”, “essere protagonisti di mercati internazionali”. Hanno piazzato i propri discendenti in club di “giovani”, a dare una mano di marketing sulle stantie facciate del latifondo, elevando a istituzione felici raduni di figli di papà.
Vittime di questa élite non sono solo i giovani, ma tutti gli italiani. I cinquantenni fuoriusciti dal lavoro, che come neodiplomati galleggiano nell’incertezza, travolti da onde di co.co.pro. e collaborazioni. Le madri che vedono i figli prendere la strada dell’estero, con famiglie dilaniate come quelle di un’Italia umile e triste, che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. I nuovi poveri, spinti verso il basso della scala sociale da prezzi degli alimentari in aumento e da affitti alle stelle: si sfruttano i meno abbienti rincarando i prezzi dei beni di prima necessità, in un processo vergognoso che viene truccato con il cerone della nuova economia.

Questa nuova povertà nazionale, che riguarda noi, così come la Spagna e la Grecia, non rappresenta un nuovo “neoproletariato”. Si tratta di una “borghesia povera”: non si tratta di contadini che lasciano le campagne e diventano operai, ma di classe media che viene schiacciata sotto il peso della concentrazione del capitale, in mano a pochi detentori di rendite statali e proto-private. Si comprende che tutto questo non è accettabile. Si comprende che gli studenti inizino a marciare per le strade italiane, e che uno sconosciuto personaggio “anti-Casta” come SpiderTruman diventi il nuovo idolo internet. Si comprende che il mercato editoriale sia tenuto in piedi da libri anti-casta, anti-politica, anti-sindacati, anti-vaticano, anti-corporativo. In sintesi, anti-elite.
E quando monta la rabbia nella folla, la folla diventa incontenibile. Gli episodi di violenza di questa settimana, con quattro petardi e un po’ di pajata lanciati contro il Parlamento, non hanno l’intensità di un attacco da guerra civile. Eppure, sono indice di una deriva particolare che la protesta sta prendendo. L’opinione pubblica, frustrata e vessata, è convinta che sia necessario agire immediatamente, con la massima intensità, senza mediazioni. L’opinione pubblica sta giustificando la violenza.

È un’onda che sta montando da anni, e negli ultimi mesi ha subito un’accelerazione fortissima. Gli scontri a Roma a dicembre sono stati solo un’avvisaglia. Lo scorso luglio, a fronte dell’incapacità del governo di affrontare la crisi, parlavo dell’arrivo di un “Autunno Italiano” dopo la “Primavera Araba”. Adesso sembra che il momento sia giunto.
Colpiscono molto i commenti all’editoriale di Jacopo Tondelli del 14 settembre, sugli scontri davanti al Parlamento. In particolare, tale “Pedro” taccia il giornalista di ignoranza dei fatti storici, ricordando che “se non ci fosse stata la violenza nella rivoluzione francese […] dove saremmo ora?”
Questo commento è importante perché coglie esattamente lo spirito del tempo. Le rivoluzioni, i cambiamenti di sistema, la rimozione delle élite sarebbero inscindibili dalla violenza. Laddove un’élite cessa di essere utile alla società, la società protesta. Laddove la classe al potere si restringe e si difende, può essere rimossa solo con i forconi. Così pensano molti italiani oggi. La ribellione a questo “nuovo latifondismo” ai danni della borghesia impoverita può assumere solo le forme della rivolta. Così, come con la Rivoluzione Francese, potremo vivere in una società più giusta.

In fondo, anche alla base della rivoluzione francese c’era una casta nobiliare diventata completamente inutile, a una crisi economica che aveva spinto la gente nella povertà più assoluta.
Se questo è il sistema, però, della Rivoluzione Francese dobbiamo accettare tutto. Dopo aver discusso per anni di ideali post-illuministi, la Rivoluzione ha spazzato via la nobiltà feudataria. È seguito un periodo di radicalismo feroce e violenze istituzionalizzate, passato alla storia come “Terrore”. Ha dato spunto alla prima epopea nazionalista moderna, quella del dittatore Napoleone, con circa tre milioni e mezzo di morti in tutta Europa; e ha spinto al ritorno dei conservatori, nella rinnovata veste nazionalista, che al Congresso di Vienna hanno intrappolato il continente nel sistema Metternich-Castlereagh per almeno cinquant’anni. Per uscire da questi “imperi di ritorno” ci sono voluti prima un centinaio d’anni di rivolte e due guerre mondiali. Poi, finalmente, per un periodo storico gli ideali della Rivoluzione Francese si sono espressi in tutta Europa, e sono stati impressi nei libri scolastici di tutta Italia.
È questo il nostro modello? Non so se sia opportuno replicare un processo di liberazione borghese proprio di una società pre-nazionale come la Francia del Settecento.

Il punto è che se la deriva violenta prendesse piede, a rimetterci sarebbe il paese. Si farebbe un regalo a Silvio Berlusconi: verrebbe interpretato come vero, unico e possibile garante dell’ordine. Provocherebbe un ritorno conservatore da cui non emergeremmo più per almeno due o tre decadi. Verremmo spinto a forza nell’abisso del nuovo latifondo.
È già successo negli anni Settanta. In quella decade la generazione neo-borghese è stata sfruttata per spazzare via un’élite, e alla fine ha prevalso una nuova élite conservatrice e stancamente bigotta. Quell’epoca, a livello sociale, tutto può meritare, tranne che essere ripetuta. Insieme a sperimentazione, esplorazione, grandi album rock e qualche bel film, è stata una decade maledetta, tra rapimenti e colpi di pistola, povertà e prepotenza, droga e catastrofi sociali.
La generazione dei venti-quarantenni forse non se ne rende conto, ma sta per ricevere in mano il paese. Il sistema di potere degli ultimi quarant’anni sta davvero per crollare. Se si deve dimostrare qualcosa in questo momento storico, si tratta di responsabilità, non di violenza.
Perché questa generazione che sta prendendo il potere rischia di far prevalere tutta la sua impreparazione.

Rischia di dimostrare di non essere all’altezza della situazione. Il suo riferimento potrebbe essere un’epoca decente di “contestazione” che ha risolto ben poco nel nostro paese. Abbiamo il coraggio di assumerci questa responsabilità?
Di una simile serietà c’è un bisogno disperato. Si pensi a quello che è successo negli anni Novanta: al cambiamento degli assetti di potere, all’indebolimento del sistema nazionale, il “Britannia” ha gettato l’ancora davanti a Civitavecchia. La nave della Regina inglese ha ospitato le prime, grandi negoziazioni per la svendita del patrimonio industriale italiano. Mettiamola così: è come se il Britannia avesse appena passato lo stretto di Gibilterra, e stesse facendo rotta per i lidi laziali dell’ultimo incontro. La finanza internazionale, con la sua prepotenza e infame violenza, ha una marea di soldi che non sa come investire. È il minimo che può capitare dopo dieci anni di tassi d’interesse a livelli così bassi. I suoi protagonisti sono pronti a invadere il nostro settore industriale, riciclandosi da “banchieri” a “imprenditori” in un giro di firme e di bonifici. Stanno per salire alla ribalta nuovi personaggi in odore di oligarchia, nello stile dei russi del dopo-Muro o di qualche italiano dopo la prima crociera inglese. Il loro unico merito sarà la capacità di contatto con il capitale internazionale, e la loro incompetenza industriale prolungherà la stagnazione del paese.

Più della fine di Berlusconi, c’è da temere quello che verrà dopo. Berlusconi è il cuneo tra la grande impresa e le rendite statali, tra i sindacati e i precari, tra capitale internazionale e assetto industriale italiano. Berlusconi è il tappo del vaso di Pandora. Se regnerà il caos, i cittadini ci rimetteranno un’altra volta. Bisogna dimostrare di essere cambiati ed esigere un cambiamento: la gente non lascerà gli scranni del Parlamento a suon di petardi: rischia di rimanerci più a lungo.
Siamo come un paese socialista poco prima della caduta del Muro (e non “dopo” la caduta, come poco correttamente avevo proposto qualche mese fa). Lavoriamo molto, ma siamo poco produttivi. Siamo ben formati, ma veniamo pagati poco. Il meccanismo di ascesa sociale e ricompensa di chi s’impegna è completamente rotto. Il talento è sistematicamente annientato. Siamo la Germania Est del 1988, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Polonia.

Quando i sistemi socialisti erano vigorosi e motivati, ogni ribellione è stata inutile. I regimi hanno iniziato a indebolirsi solo con una presa di coscienza dei popoli: allora il muro è caduto. Le “Dimostrazioni del Lunedì” in Germania Est  hanno fatto più male al regime rispetto a una rivolta armata. Così, vent’anni fa, nella DDR si è creata una nuova coscienza nazionale. Solo con una dimostrazione davvero pacifica si potranno coinvolgere tutti coloro che si tengono alla larga da sanpietrini, petardi e interiora. Solo così potrà nascere un nuovo progetto nazionale. Solo così potremo selezionare i migliori per guidare il paese, partecipando e informandoci. Ragazzi, non facciamoci fregare anche stavolta.