Inutile cercare precedenti: la fine di Silvio sarà un unicum

Inutile cercare precedenti: la fine di Silvio sarà un unicum

È forte la tentazione di trovare una data che nel passato ci consenta di mettere in ordine tutta la scena che si sta svolgendo davanti a noi in questa lunga crisi italiana.

Molti hanno proposto la fisionomia di questi nostri mesi convulsi come l’ultimo strascico di un lungo processo di liberazione. In breve una sorta di “25 aprile diluito”. Ci sono delle buone ragioni per sostenerlo. Io penso che sia fuori luogo e che tentare una ricostruzione che sovrapponga il nostro presente a quella scena sia un modo per non fare davvero i conti  con la crisi che ci attanaglia.
Altri non meno autorevolmente hanno pensato che la scena madre della modernità italiana sia la congiura di palazzo – secondo un vecchio cliché che pesca a piene mani nella memoria del Rinascimento italiano, E così, non senza una ragione, hanno proposto la notte del Gran Consiglio del fascismo come il luogo deputato in cui ritrovare un senso a questo nostro presente.
Anche in questo caso ci sono delle buone ragioni per pensare al 25 luglio – probabilmente ragioni più fondate rispetto al 25 aprile.
Eppure non credo che nemmeno questa comparazione sia in grado di farci capire esattamente dove siamo. In ogni caso Non credo che sarebbe una buona scelta intraprendere questa strada. In breve non penso che la comparazione ci sarebbe di vero aiuto.
La crisi che abbiamo di fronte costituisce una novità e la sua problematicità è data esattamente da questo fatto: non abbiamo un precedente in gradi di illuminarci.

Negli ultimi 150 anni le crisi politiche in Italia hanno avuto almeno quattro fisionomie diverse rispondenti a due classi di crisi diversa. Da  una parte le crisi dentro al sistema che ne spostano gli equilibri interni; dall’altra le vere e proprie crisi di sistema che inaugurano nuovi processi politici e nuovi sistemi.

Considero velocemente quelle della prima classe.
1. Conflitto tra segmenti forti del potere che danno luogo a crisi parlamentari risolte con un confronto elettorale. E’ la crisi che conduce alla pratica del trasformismo alla’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento, ma anche quella che segna il passaggio dalla crisi di fine secolo all’Italia di Giolitti. Sono le crisi di geometria politica dell’Italia del dopo centro-sinistra.
2. Mobilitazione politica delle piazze in funzione del superamento dell’impasse politica della democrazia parlamentare: è per esempio la crisi che chiude l’età giolittiana e favorisce l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale; è la crisi che chiude la lunga transizione degli anni ’70.

Consideriamo ora quelle della seconda classe.
3. La congiuntura che produce l’avvento al potere di Mussolini e del regime fascista è una crisi di sistema; lo stesso sarà la stagione che si apre con lì’8b settembre e si chiude con la Costituente. Significa ricambio di ceto politico, una fisionomia di continuità di apparati dello Stato (riguarda sia i la costruzione del regine fascista che la struttura dello Stato dell’Italia repubblicana), una modifiuca strutturale delle regole politiche.
4. La situazione che in Italia si determina con la crisi del luglio 1960 che porta alla nascita del centro-sinistra. Quella crisi di sistema non è conseguenza di un processo traumatico di crollo o non in presenza di “guerra civile”.

In quella congiuntura si definisce una modernizzazione del sistema, un cambio di registro culturale della sfera dirigente negli apparati economici, industriali, sindacali, politici, negli analisti sociali e alla fine anche un consistente cambiamento di generazione politica e di sensibilità politica.

E’ quello che solo apparentemente è successo nell’Italia del 1992-1994. In quella crisi, al di là delle molte modifiche di regole, si è invece prodotta continuità.
Quella crisi non ha prodotto: classe dirigente alternativa; innovazione industriale; una nuova idea di relazioni industriali e di ruolo delle parti sociali; un ricambio nelle opposizioni politiche che hanno sperimentato in questo ventennio – da una parte e dall’altra – la condizione della sconfitta politica, “stando ferme un giro”.

La crisi attuale dunque non è né l’effetto di una crisi dentro al sistema, né di una crisi del sistema. E’, invece, una crisi per esaurimento e consunzione della classe dirigente senza che ci sia una classe politica di ricambio, che invece in tutte le crisi precedente c’era.

Risultato: non c’è una soluzione politica, ma solo tecnica. Include che si produca un governo dei “meno peggio” (dire “dei migliori” sarebbe alquanto fuori luogo) dove le competenze e le qualità rimaste sul mercato della politica e nel mercato del lavoro, se riescono a superare le reciproche idiosincrasie, possono produrre qualcosa di durevole o per il quale valga la pena. 

* storico