Mi consentoLa triste storia di un Paese che non riesce a liberarsi di Berlusconi

La triste storia di un Paese che non riesce a liberarsi di Berlusconi

Jacques Le Goff, uno dei padri della scuola de Les Annales, riderebbe dei giornalisti italiani e del nostro modo di raccontare l’Italia. Un Paese che in fondo, a leggere i giornali e a guardare la tv e anche Internet, sembra ormai avvitato in un deprimente uno contro tutti. Lui, che incarna tutti i mali, rappresenta ogni nefandezza, e tiene inchiodati 56 milioni di persone che altrimenti guiderebbero il nostro territorio alla conquista della nobiltà perduta.

Ne riderebbe Le Goff, se lo interpellassimo. Lui ci ha insegnato a leggere la storia non solo come successione cronologica di eventi, ma attraverso l’analisi di fattori che segnalano movimenti in corso. Ma oggi in Italia sarebbe tempo sprecato. Accade di tutto sotto i nostri occhi: le banche chiedono alle imprese di rientrare col credito; le scuole cominciano l’anno scolastico senza regole chiare, in strutture fatiscenti e con un corpo docente sottopagato; in un ospedale a una signora di nome Rossana Podestà viene impedito di assistere al suo uomo, Walter Bonatti, in fin di vita perché la loro unione non ha mai avuto il suggello del matrimonio. E tanto altro ancora accade, ma in silenzio, spesso senza che i media se ne accorgano.

Quel che interessa è che vada via un presidente del Consiglio, invero incapace non solo di guidare il Paese ma anche di badare a se stesso. Su questo siamo d’accordo. Sottoscriviamo. Eppure il rosario di inviti a farsi da parte sta assumendo proporzioni imbarazzanti. Oggi due tra i più autorevoli quotidiani nazionali, il Corriere  della Sera e il Sole 24-Ore, ospitavano un editoriale in cui si recitava il de profundis per il Governo e la cui sostanza era: prima Berlusconi lascia, meglio è. È di ieri la dichiarazione della leader degli industriali italiani Emma Marcegaglia che si è definita, a nome di tutti noi, stufa di essere lo zimbello del mondo. E l’elenco potrebbe non finire. Addirittura Eugenio Scalfari ha chiamato in causa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, come se il Quirinale potesse sollevare Berlusconi dall’incarico, come giustamente sottolineato da Peppino Caldarola su Linkiesta.

Tutti in fila a chiedere, consapevoli di non avere la forza – parlamentare e politica – di far cadere questo Governo e, quindi, di non avere nemmeno un progetto alternativo per restituire credibilità all’Italia. In questo contesto suona irridente l’intervista concessa a Antonio Ricci al Corsera, in cui l’ideatore di Striscia canzona un po’ tutti e dichiara: «Inutile attaccare Silvio. Si è fatto da sé e deciderà lui come lasciare la scena». Insomma, fatevene una ragione. E, aggiungiamo noi, se non siete in grado di far cadere un Governo moribondo ponetevi qualche domanda. E magari, marzullianamente, datevi anche qualche risposta.

Perché, ed eccoci al punto, non convince fino in fondo la storia di un uomo solo abbarbicato alla poltrona mentre tutto il resto del Paese, dai poteri (banche, industrie, giornali, magistratura) ai cittadini non lo tollera più. O meglio, convince ma ci inquieta. Possibile che l’Italia intera non riesca a liberarsi del proprio governante se non chiedendo a lui di fare un passo indietro? Ma quali anticorpi ha un Paese così? I processi politici e storici vanno vissuti e metabolizzati nella loro drammaticità. È dalle interiora di un Paese che deve partire la forza per cambiare pagina. Forza che, in realtà, facciamo fatica a percepire. Tutt’intorno respiriamo solo vecchiume e osserviamo i soliti noti recitare più o meno gli stessi ruoli. Senza il benché minimo cambio di passo.

Può sembrare impopolare, ma in fondo è come se ce lo meritassimo un presidente del Consiglio che trascorre le sue giornate al telefono a organizzarsi le serate con donnicciole. E se non siamo in grado di renderlo minoranza non è solo per una aritmetica parlamentare. È perché manca altro. Manca la spina dorsale etica e morale di un Paese.

Non è un caso che proprio oggi, non lontano da noi, si sia consumata una vicenda per versi simile. Il premier spagnolo Zapatero è alla sua ultima apparizione in Parlamento, e al passo d’addio si sia assunto anche le responsabilità per gli errori commessi. Lascerà consentendo alla Spagna di scegliere un nuovo governo.

Da noi tutto questo non avviene. Il nostro presidente del Consiglio di lasciare non ne vuole sapere. E ogni giorno l’Italia intera si indigna. Perché, in fondo, indignarsi è più comodo; farsi qualche domanda e sporcarsi le mani molto meno. 

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