Lavoro e art. 18, senza serietà il governo scontenta tutti

Lavoro e art. 18, senza serietà il governo scontenta tutti

Con la misura riguardante l’”articolo 18” il governo sta riuscendo nella missione impossibile di scontentare tutti. Nella nuova versione, la norma che vieta il licenziamento senza giusta causa potrebbe essere aggirata da “accordi locali” con i sindacati, ma così aiuterebbe a “licenziare”, e contribuirebbe assai poco ad aiutare la crescita delle piccole imprese.
Con le nuove regole, un´azienda con più di quindici dipendenti (soglia di applicabilità dell´articolo 18) potrebbe licenziare, accordandosi con i sindacati aziendali di riferimento. Non si aiuterebbero però gli imprenditori che volessero crescere oltre la soglia dei quindici, perché non avrebbero alcuna certezza sulle possibilità future di ridurre il personale in caso di problemi. La norma aiuterebbe a licenziare e non consentirebbe di assumere. Oltre ai piccoli imprenditori, saranno scontenti anche i precari, perché la misura non aiuterebbe minimamente a colmare il divario tra contratti di collaborazione e posto fisso, come notato da Pietro Ichino in un’intervista.

Il problema del precariato non è ormai solo “generazionale”, come si tende spesso a liquidare la questione. La questione è diventata sociale: ci sono molti cinquantenni che, usciti dalle grandi imprese, si trovano a galleggiare tra cocopro e collaborazioni come i ventenni, e non hanno alcuna speranza di approdare nuovamente verso un posto fisso. Il provvedimento della manovra così concepito aumenterebbe il numero dei fuoriusciti dalle aziende di grandi dimensioni, e li getterebbe nel mondo anarco-contrattuale delle collaborazioni a progetto.
Una questione così delicata come la frattura tra posto fisso e contratti precari meriti una considerazione molto più attenta rispetto a provvedimenti a sorpresa, che si affacciano dal nulla sul giornale del mattino, rischiando di farci andare di traverso il caffè. La questione non è solamente di “efficienza” o “competitività”, ma riguarda in maniera più generale il modo in cui si concepisce il lavoro come bene per tutta la società, insieme alla meritocrazia e al rispetto per le parti sociali più svantaggiate.

Scemenze di marketing come “abituarsi alla flessibilità” e “diventare imprenditori di se stessi” sono ridicole. Ma è nell´interesse di precari, giovani e persone volenterose – e quindi di tutta la società – che la fattispecie contrattuale di riferimento per i rapporti di lavoro sia più meritocratica, e non somigli in troppi casi a una rendita di posizione su una poltrona di gerontocrazia. La creazione di un contratto “giusto”, insieme all´eliminazione dell´aberrazione del precariato, non può essere solo una manovra di bilancio: rappresenta un nuovo contratto sociale, per scrivere il quel il processo è lungo, partecipativo, complesso.
Anche per gli imprenditori, la questione del posto fisso è fondamentale: la soglia dei quindici dipendenti è insostenibile. Per una piccola impresa che voglia diventare media, assumere tutto il personale con posto fisso – così come oggi strutturato – è un fortissimo disincentivo, tanto che il 95 percento delle imprese italiane ha meno di dieci addetti.

Alcuni ritengono che “la forza economica dell´Italia stia nelle piccole imprese”. È stato vero un tempo, ma non può più essere così. Avere tante aziende piccole e pochi campioni nazionali privati – cioè, non di derivazione da ex-monopoli statali – è tipico dei paesi che passano da una fase di industrializzazione iniziale alla maturità economica. Per l´Italia, le mini-aziende andavano bene negli anni Cinquanta e Sessanta. Deve essere consentito alle piccole realtà italiane di crescere, altrimenti rischiano di essere travolte dal mercato internazionale – sempre che non vogliamo chiudere di nuovo le frontiere, imporre dazi e altre tasse, e ridurre ancora di più la mobilità sociale.

Ma nella situazione attuale, la misura del governo sembra voler soddisfare i pensatori di certa sinistra secondo cui “la crisi è lo strumento che il turbo-capitalismo ha per smantellare il welfare”. Se della flessibilità lavorativa si continuano a presentare solo gli aspetti negativi per il lavoratore, i più beceri e deteriori – senza impegnarsi davvero a formulare un “contratto giusto” al posto del baratro tra posto fisso e collaborazioni – non si va da nessuna parte.
Se il governo voleva rendersi ancora più impopolare, ci è riuscito. Avrà contro i dipendenti delle grandi aziende, i piccoli imprenditori, i precari, i sindacati, e tutti i nuovi disoccupati travolti dal cocopro a cinquant´anni. Ce lo meritiamo? 

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