L’Italia ha troppi debiti per salvare qualcun altro

L’Italia ha troppi debiti per salvare qualcun altro

Per quanto aiutati da Francoforte, noi italiani giochiamo a perdere nell’aiutare chi è più periferico di noi ai confini dell’Eurozona. Ieri, a mercati aperti, sono arrivate le dimissioni di Jürgen Stark, capo economista della Bce, si dice per via degli insanabili conflitti con gli altri membri del comitato esecutivo di Eurotower in merito al programma di acquisto di obbligazioni italiane e spagnole deliberato a inizio agosto. Anche con l’uscita di scena di un interprete ortodosso dei Trattati, che sanciscono come unica missione di Francoforte la stabilità dei prezzi, tuttavia, il problema rimane: la terza economia dell’Eurozona, quella italiana, è troppo grande per fallire.

Ogni giorno è più impegnativo, per la banca comunitaria, aprire i rubinetti per finanziare il debito italiano, non solo per l’aumento degli interessi che il Paese dovrà pagare sul mercato, ma anche per via dei trasferimenti al fondo salva-stati Efsf, da cui dipendono Grecia, Porgogallo e Irlanda. Sulla costituzionalità dell’Efsf, questa settimana si è espressa l’Alta corte tedesca, sancendone la costituzionalità a patto che i successivi ampliamenti, siano subordinati all’approvazione del Parlamento.

Nel supplemento al bollettino statistico mensile “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” di Bankitalia, relativo al mese di aprile, si legge che, in seguito alla decisione di Eurostat dello scorso 27 gennaio: «La quota di pertinenza dei prestiti effettuati dall’Efsf […] confluisce nel debito delle Amministrazioni pubbliche». Nell’ultimo bollettino sui conti pubblici pubblicato il mese scorso da Palazzo Koch, si scopre che i prestiti erogati agli Stati membri dell’Uem, lo scorso giugno, ammontavano a 10 miliardi di euro. Di questi, 2,15 miliardi riguardano l’Efsf (i Parlamenti dei Paesi Ue finora hanno dato il via libera a 255 dei 440 miliardi del fondo). Conteggiati, per l’appunto, come passività delle amministrazioni pubbliche dei garanti. Tanto per dare un termine di paragone, 2,15 miliardi di euro è poco più dell’attuale capitalizzazione del Banco Popolare, poco meno del quadruplo di quella della Banca popolare di Milano. Chiaramente, si tratta di una goccia nel mare degli 1.903 miliardi di euro del debito totale nazionale, ma non è questo il punto. 

Oggi, il problema è che andare sul mercato a reperire quei 2 miliardi costa decisamente di più a Roma che a Berlino. In base a quanto deliberato dal Consiglio europeo del 21 luglio scorso, la durata dei finanziamenti dell’Efsf è stata estesa da 7,5 a 15 anni, e il tasso d’interesse è sceso da una forchetta che si aggirava tra il 5 e il 6% circa del precedente bailout Ue/Fmi, all’attuale 3,5 per cento. Il rendimento dell’ultima emissione obbligazionaria del fondo, 5 miliardi di euro con scadenza decennale a favore del Portogallo, è stato del 3,49 per cento. Un tasso decisamente inferiore al 5,5% pagato dall’Italia sui titoli decennali. È facile evincere che, se il differenziale tra l’obbligazione del Tesoro e quella dell’Efsf garantita anche dall’Italia è di circa 220 punti base, l’operazione è in perdita, e lo Stato italiano solidale nell’erogare credito ai Pigs ci perde pure. 

Non solo. In base al regolamento del veicolo presieduto da Klaus Regling, quando uno Stato si rivolge all’Efsf, automaticamente non può garantirne i prestiti, che vengono quindi spalmati sugli altri Stati aderenti, il cui contributo al fondo è proporzionale alla quota di partecipazione nel capitale della Bce. Quindi, l’Italia – che ha una partecipazione del 12,9% nel capitale di Eurotower – garantisce 78,7 dei 440 miliardi del fondo (il 17,9%), la Germania 119,3 miliardi, la Francia 89,6 e la Spagna 52,3. 

Secondo alcuni calcoli del Sole 24 Ore, l’Efsf costerà all’Italia 33 miliardi di euro. Al contrario, se l’Italia si ritrovasse senza più ossigeno, e dovesse perciò ricorrere all’aiuto dell’Efsf, il 17,9% di sua pertinenza sarebbe ripartito pro quota tra gli altri Stati, cioè in gran parte da Germania e Francia. Una situazione per nulla agevole, visto che il debito nazionale in scadenza al 2013, 465 miliardi di euro, supera l’intera dotazione del fondo Efsf

La “mediazione”, per inciso, conviene solo alla Germania. Gli investitori in cerca di sicurezza si affidano al Bund. La corsa all’acquisto dei titoli tedeschi ha trascinato ai minimi storici il rendimento delle obbligazioni tedesche (ieri 1,77%), che risulta inferiore all’inflazione dell’Eurozona (2,5% ad agosto). In sostanza, chi compra Bund incassa (paga in realta) un interesse reale negativo. Una convenienza, quella del rendimento degli Efsf bond, solo di facciata. Come ha dichiarato a Linkiesta Hans Werner Sinn, presidente dell’Ifo: «Il premio al rischio pagato dalla Germania per il solo fatto di partecipare a questo programma (l’Efsf, ndr) è salito oltre quello della Gran Bretagna, per la prima volta nella storia. Ciò significa che anche la Germania è sulla buona strada per perdere progressivamente la sua credibilità sui mercati».

Se gli Efsf bond, di fatto, sono le prove tecniche degli Eurobond, non è detto che la soluzione invocata in continuazione da Tremonti sia poi così conveniente per l’Italia indebitata e nello stesso tempo troppo grande per fallire. 

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

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