Ma la Primavera Araba è nata l’11 Settembre?

Ma la Primavera Araba è nata l’11 Settembre?

“Mi vengono in mente opinioni che non condivido”, confessava Altan , in una delle sue vignette più note. Opinioni pericolose, fastidiose, che si insinuano nel cervello e non ti mollano più. In questo caso più che un’opinione è una domanda: la primavera araba sarebbe fiorita se l’Iraq non fosse stato invaso e liberato dal regime di Saddam Hussein? In altre parole: i germogli di democrazia nel mondo arabo sono una conseguenza indiretta dell’11 settembre? Siccome in questi giorni sembra che l’11 settembre sia all’origine di tutto, vale la pena di porsi questa domanda.

Anche perché porta a conclusioni inaspettate. Mettiamo subito le mani avanti. L’invasione dell’Iraq è stato un errore di dimensioni epocali e (probabilmente) un crimine contro l’umanità: ha provocato la morte violenta di almeno 100 mila iracheni (alcune fonti dicono 150 mila) e di circa 4.500 americani, ha favorito lo sviluppo di un estremismo islamico di lunga durata e ha prodotto una democrazia zoppicante con un futuro incerto. Il bilancio di quella scelta (era il 2003) non potrebbe quindi
essere più negativo. Ma la domanda posta nel paragrafo precedente – pur politicamente scorretta e concepita ad hoc per suscitare orrore nei perbenisti di sinistra – resta una domanda plausibile.

Può un errore così catastrofico aver prodotto un movimento sotterraneo nell’opinione pubblica dei paesi arabi, specie tra le fasce più giovani, tale da produrre le sollevazioni popolari degli ultimi mesi? Fu Cristopher Hitchens, il principe dei polemisti americani, a sollevare la questione alla fine di marzo con un articolo che titolava così: “Se Saddam fosse ancora al potere, non ci sarebbe stata alcuna primavera araba”.

Nel suo articolo Hitchens ammetteva che i giovani che si sono riversati nelle piazze arabe non sventolavano bandiere irachene. Gli arabi sono nazionalisti e odiano l’intrusione degli Stati Uniti nei loro affari interni. Figuriamoci un’invasione. Eppure Saad-Eddin Ibrahim, che è stato uno dei padri del movimento per la democrazia in Egitto, ha più volte indicato la caduta di Saddam come un importante fattore di ispirazione per il movimento democratico. E lo stesso concetto è stato espresso dai leader della primavera democratica in Libano.

Quei paesi hanno visto i profughi iracheni rientrare a Baghdad dopo la caduta di Saddam, e hanno seguito con attenzione i primi passi di quel complicato processo democratico. I giovani hanno capito che anche nei paesi arabi la democrazia e la libertà sono possibili. E forse hanno
cominciato a riflettere sulla possibilità di abbattere un regime oppressivo e corrotto. D’altra parte è più facile concepire la democrazia se i paesi
confinanti sono orientati su quella strada, più difficile se sei circondato da dittature.

Hitchens aggiunge un altro importante elemento. All’inizio di questo
decennio nell’area c’erano due dittatori particolarmente brutali: Saddam e Gheddafi. Nel 2003-2004, Gheddafi decise di rinunciare alla costruzione di armi di distruzione di massa e consegnò nelle mani degli americani centinaia di tonnellate di sostanze chimiche per la costruzione di armi (tra cui imponenti scorte di gas nervino) e le centrifughe per costruire bombe nucleari. Perché lo fece? Perché aveva paura di fare la fine di Saddam. Fu lui stesso a confessarlo ad alcuni suoi collaboratori.

E infatti Gheddafi non si rivolse all’Onu, ma a Tony Blair e a George Bush per fare il grande passo indietro. Se qualche mese fa Gheddafi avesse avuto i magazzini pieni di armi chimiche, sarebbe stato possible la sollevazione popolare in Libia? Difficile crederlo. Gheddafi avrebbe seguito l’esempio di Saddam, che non esitò a trucidare con armi chimiche migliaia di oppositori per stroncare sul nascere ogni protesta.

Sono sufficienti questi indizi per affermare che la caduta di Saddam e la nascita della debole democrazia irachena è stata la scintilla che ha acceso la primavera araba? Probabilmente no. La questione è più complessa. Ma osservando i commenti che sono stati pubblicati dalla grande stampa internazionale abbiamo notato come la lettura dei diversi opinionisti tradisca in modo trasparente l’ispirazione politico-culturale di ciascuno. Per esempio, gli analisti democratici hanno spesso sottolineato il ruolo chiave del discorso che Obama fece al Cairo nel 2009, quando lanciò un appello alla democratizzazione del mondo arabo.

Possibile che poche parole pronunciate dal leader di un paese poco amato possa scatenare un movimento così esteso? Credere a questa spiegazione è un atto di fede ancora più difficile da sottoscrivere di quello precedente. Ma le ideologie hanno questo di bello: sono perfette sfere di cristallo che non sono mai incrinate dal dubbio. I seguaci neocon di Dick Cheney (che era vicepresidente di Bush) ritengono che sia stata la caduta di Saddam a far crollare le dittature del Medio Oriente come le tessere di un domino, perché la loro teoria prevedeva ciò.

I seguaci di Obama pensano invece che siano bastate alcune parole ispirate del loro presidente a illuminare le masse arabe e a spingerle a riversarsi in piazza. Le due posizioni che abbiamo citato hanno un elemento in comune: l’americocentrismo. Sia chi ritiene che la primavera araba sia stata causata dall’invasione Usa dell’Iraq, sia chi attribuisce un peso decisivo al discorso di Obama, hanno una visione americocentrica della storia del mondo.

Secondo loro tutto ciò che accade ha origine tra l’Hudson e il Potomac. Questa concezione hollywoodiana della storia è espressa in modo plastico dalla copertura mediatica del decennale dell’11 settembre. Da oltre una settimana i giornali e le tv di mezzo mondo (specie quelli italiani) fanno a gara per celebrare l’anniversario dell’“evento che ha cambiato il mondo”, i siti web dei principali quotidiani fin dall’inizio di settembre dedicano l’apertura a Speciali multimediali che oscurano, per spazio dedicato e preminenza, le notizie della crisi economica e finanziaria che rischia di mettere in ginocchio l’Europa.

Ricordiamo che in Egitto i giovani sotto i trent’anni sono i due terzi della popolazione (l’età media del paese è 24 anni) e sono in maggioranza disoccupati. Chissà se questi giovani senza futuro discutono di questo dilemma: la loro protesta è stata provocata dalle decisioni del presidente Bush, o dalle parole del presidente Obama? È stato lo choc dell’11 settembre a spingerli in piazza per chiedere la democrazia? In fondo, il Mondo Nuovo – secondo la sceneggiatura di moda – è nato quel giorno. O no?