San Raffaele, il salvataggio diventa un business della Vaticano Spa

San Raffaele, il salvataggio diventa un business della Vaticano Spa

Ci era parso di capire che l’intervento del Vaticano a sostegno del San Raffaele si fondasse sulla volontà di riportare l’istituto su quei binari di coerenza e prudenza di un’iniziativa filantropica da cui un ente ospedaliero senza fini di lucro non dovrebbe mai deragliare. Invece, se sono vere le indiscrezioni sul piano, le attività sanitarie saranno prese in carico una società per azioni, il cui socio di controllo risiederà Oltretevere. Il Vaticano, via Ior, metterà sul piatto 230-250 milioni di euro, con cui rileverà quanto è ritenuto profittevole. Le altre attività saranno vendute dalla Fondazione, che verrà messa in liquidazione. Per la serie come noi li rimettiamo ai nostri debitori, i creditori dovranno fare qualche sacrificio e rinunciare a parte del dovuto (non meno del 30%). Non è detto che in un’altra vita non vengano ricompensati.

Sembrava, dicevamo, che l’intervento vaticano puntasse a salvare il buono e invece si mira soprattutto all’utile, nel senso di ciò che produce utili. Un’evoluzione non da poco per un ente che, più di mezzo secolo fa, venne pensato come “ospedale cristiano”, voluto niente di meno che dal cardinal Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano; e il plastico della prima costruzione fu benedetto da Giovanni Montini, futuro papa Paolo VI.

Nel corso dei decenni, sotto la guida di don Verzé, pur continuando la sua missione di assistere i malati e sviluppare la ricerca medica, la Fondazione San Raffaele del Monte Tabor si è distratta in troppi business spesso mal gestiti, non di rado alla mercé di profittatori. Il risultato è stato un miliardo e mezzo di debiti consolidati e 210 milioni di buco patrimoniale. Un fallimento tecnico certificato da una perizia della Deloitte, mentre per evitare la dichiarazione giudiziale del crac si sta lavorando a un concordato con i creditori. La Procura di Milano ha dato tempo fino al 15 settembre, dopodiché presenterà un’istanza di fallimento. A giorni il cda della Fondazione, dove a metà luglio si sono già insediati gli uomini di fiducia del Vaticano, approverà il piano da presentare al tribunale.

Caduto dunque lo schermo della fondazione, dello scopo assistenziale, l’«ospedale cristiano» prefigurato da Schuster diventerà l’oggetto sociale di una S.p.A., per definizione a scopo di lucro. L’originale scopo di beneficenza sarà messo rimesso a posto che gli spetta: in una fondazioncina più piccola, che conserverà più o meno il nome di quella attuale, ma sarà per così dire il braccio di corporate social responsability della Vaticano ospedali Spa. Come una multinazionale qualsiasi. 

Nulla di esecrabile, per carità. Ai cattolici ambrosiani piace, però, continuare a pensare che anche quegli utili lucrati sulla sanità – si spera tassati come per qualsiasi società per azioni (la ricerca scientifica, in fondo, la fanno anche lucrosissime aziende farmaceutiche) – risalgano le strade per Roma e poi finiscano in opere di bene. Fossero anche quelle esigenze di culto che oggi godono pregiudizialmente di cattiva stampa. 

Eppure, c’è qualcosa che non torna in questa operazione. Se, come ha riportato oggi il Corriere della Sera, la Regione Lombardia ha appena concesso al San Raffaele fondi extra per 41 milioni di euro, in aggiunta ai rimborsi specifici per le singole prestazioni (visite, interventi, degenza, etc.), su un totale regionale di 995 milioni; se nel 2009 tale cifra era di 58 milioni; se il riconoscimento di queste “funzioni aggiuntive” di eccellenza è una voce fissa dei ricavi (sia pure variabile di anno in anno); se tutto questo è vero, perché la Regione non dovrebbe avere voce in capitolo in questo salvataggio che assomiglia giorno dopo giorno al deal di un distressed asset fund, più volgarmente detto fondo avvoltoio, e pretendere un posto a tavola?

lorenzo.dilena@linkiesta.it