“Serve una scossa politica, non privatizzazioni fatte male”

“Serve una scossa politica, non privatizzazioni fatte male”

«Serve che l’Italia prenda esempia dalla Spagna, dove si è deciso di andare a votare ponendo fine all’incertezza». Luigi Campiglio, professore ordinario di Politica economica, vede la palude politica come la causa principale dei guai italiani. Le ricette per risolvere, o almeno tamponare l’emorragia non sono tante: “Come prevedibile, la manovra è recessiva. Le privatizzazioni in Italia han dato spesso pessima prova di sè”. Tanto che l’idea della patrimoniale, cui aveva espresso per Linkiesta contrarietà, gli sembra oggi accettabile. 

Il ministero del Tesoro, ieri, ha detto che la manovra basterà al pareggio di bilancio nel 2013. Oggi l’aggiornamento Def lo ha ribadito. Tuttavia, per alcuni osservatori bisognerà correggere ulteriormente la legge di Stabilità aggiungendo 7 o 8 miliardi per fare fronte all’abbassamento delle stime sulla crescita 2011, sancite proprio dal Def. Come reagiranno i mercati a un’ulteriore “manovrina” d’autunno?

Di per sé, dipende da come sarebbe strutturato l’aggiustamento, perché questa manovra è stata formulata in maniera tale da porre le condizioni di una decelerazione dell’economia, anziché della crescita, il che puntualmente si sta verificando. Ciò significa che il rapporto debito-Pil peggiora, e quindi – per rispettare il vincolo dell’equilibrio di bilancio – si rendono necessarie aggiunte ulteriori, che rischiano di diventare ulteriori elementi deflattivi. Di questa grande manovra deflattiva, il paese sta assaggiando la parte meno dolorosa, nel momento in cui arriverà davvero, la frenata sull’economia sarà forte e pesante. Due mesi fa c’era ancora lo spazio per una manovra “per rassicurare i mercati”, mentre ora la classe politica è riuscita a esprimere la confusione più totale, imbarazzando tutti i mercati, a partire dal Dax che nelle ultime settimane ha perso più di Piazza Affari, c’è il rischio che la Germania si guardi indietro e dia la colpa all’Italia. Individuo tre elementi critici: una manovra che obiettivamente è di forte freno alla crescita, un rischio di mercato per le banche italiane, e, infine, che l’Italia diventi responsabile di uno stravolgimento di tutta la situazione europea. Quello di cui ci sarebbe bisogno, come insegna la Spagna, è un vero cambiamento politico, verso un esecutivo tecnico: nella vicenda spagnola, le dimissioni di Zapatero non hanno peggiorato la situazione. Vedo con grande timore che si parli di un’ipotesi di cambiamento a gennaio, come è stato paventato da Bossi. È semplicemente troppo tardi.

Venti miliardi su 55 complessivi della manovra riguardano le agevolazioni fiscali: se la delega per la riforma fiscale non venisse esercitata entro il settembre 2012, agevolazioni e deduzioni saranno tagliate del 5 per cento. Una misura che non è stata modificata nell’iter parlamentare.

Solo il fatto che la manovra di governo contempli questa possibilità che potrebbe diventare molto reale è una misura di quanto non si abbia una visione concreta di come sia la situazione delle famiglie italiane, dalle detrazioni alle pensioni di invalidità. È un disastro sul piano dell’equità sociale.

Oggi Brunetta ha affermato che una patrimoniale per ridurre il debito pubblico è la soluzione emergenziale perfetta per non parlare di liberalizzazioni e privatizzazioni nei settori dell’energia, dei trasporti, e delle telecomunicazioni.

Devo ammettere che le esitazioni che avevo espresso sulla patrimoniale, a questo punto, stanno venendo meno. Le mie perplessità riguardano l’intelligenza economica con cui effettuare un provvedimento del genere, soprattutto sul fronte dell’evasione fiscale. Ovviamente, non è che parlare di patrimoniale escluda un progetto di modernizzazione, e non uso a caso questo termine perché, in Italia, le privatizzazioni sono un esempio di tutto tranne che di modernizzazione, come ci insegna il passato. Questo paese ha avuto fin troppe esperienze di autorità garanti innocue, e quindi parlare genericamente di liberalizzazioni assomiglia tanto, come dicono sui mercati, a una svendita.

Nell’aggiornamento al Def è previsto, come ha detto oggi Castelli, un rilancio delle infrastrutture. Una soluzione alla “Obama” per creare nuovi posti di lavoro.

Nonostante l’apparente e intuitivo legame fra infrastrutture e crescita, non ci sono evidenze, a livello di studi, che le infrastrutture crei sviluppo sul lungo periodo. Semmai, possono essere una condizione dello sviluppo stesso. Ad esempio, il Giappone ha la rete infrastrutturale migliore del mondo, ma, se non ci sono altre condizioni, nessuna strada genera di suo le macchine che la percorreranno. Il Giappone è un grande paese esportatore, avendo grandi imprese, ma è anche vero che questo ruolo molto forte nel mercato mondiale non è stato dovuto a investimenti infrastrutturali. Il Sol levante ha già costruito molti ponti simili a quello sullo Stretto di Messina, ma non hanno tirato fuori il paese dalla crisi. In Italia, fare infrastrutture significa soprattutto mantenere e sistemare il capitale pubblico che si deteriora, io mi concentrerei su questo aspetto in primis.

Dal micro al macro. I prestiti alle società non finanziarie sono in contrazione. Le banche risentono delle tensioni sul mercato interbancario e reagiscono aumentando i tassi dei fidi alla clientela. Come sbloccare la situazione?

Qui si torna alla questione iniziale: la speculazione, che comunque si basa su dati obiettivi, non prende di mira genericamente il debito sovrano, ma le banche che hanno titoli di Stato dal lato degli impieghi. Mi domando cosa iscriveranno a bilancio alla fine dell’anno gli istituti di credito italiani. Se mettono in bilancio tali asset al valore di mercato, lo spazio per il credito alle imprese sparisce dalla sera alla mattina, ecco allora che il riacquistare credibilità internazionale è fondamentale perché se le banche iscrivono una minusvalenza a bilancio, essa corrisponde ad altrettanti prestiti mancati nei confronti delle imprese. Per questo sostengo che ci vorrebbe un colpo di teatro politico che sparigli il mercato, e sorprendere positivamente i partner europei. Germania su tutti. 

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