“Andare in pensione più tardi, per fare spazio ai giovani”

"Andare in pensione più tardi, per fare spazio ai giovani"

«In Italia, la gente pensa che il presupposto fondativo della pensione sia il sacrificio per aver lavorato, e non la restituzione dei propri contributi». È quanto ritiene Maurizio Ferrera, ordinario di Politiche Sociali e del Lavoro presso l’Università di Milano, che spiega quanto il passaggio da un sistema retributivo a uno contributivo sia essenziale per riscrivere un nuovo patto sociale con le nuove generazioni. Per Ferrera, «il 50% dell’extra gettito derivante dal pareggio di bilancio nel 2013 dovrebbe andare in un fondo a sostegno del welfare per i giovani». 

Perché, politicamente, in Italia chi tocca le pensioni muore?
La ragione non è difficile da comprendere se si pensa che l’elettore mediano, in Italia ha 47 anni, cioè un lavoratore a cui mancano una decina d’anni, circa, al raggiungimento dell’età pensionabile, Naturalmente, se elettore mediano ha 47 anni, una metà dell’elettorato è più anziana, e quindi si trova in prossimità della pensione o lo è già. Il sistema pensionistico e la pensione è un elemento cruciale nell’elettorato, perché nelle nostra società, visto il basso requisito anagrafico per accedervi, è radicata l’aspettativa che si passi tutta la terza età senza lavorare. Il passaggio alla condizione di pensionato coincide anche con la liquidazione, quindi con accesso a una prestazione abbastanza consistente, in termini relativi, rispetto alla situazione reddituale e patrimoniale di ogni singolo lavoratore. È una condizione agognata perché consente di risolvere i problemi propri e dei propri figli, come il pagamento di un mutuo per la prima casa o i prestiti per la propria attività. In Italia, la pensione non è solo uno stipendio, ma la precondizione per accedere a una fase di vita considerata come “normale”.

In un intervento sul Corriere della Sera, affermava che in Italia il diritto alla pensione è commisurato agli anni lavorati, indipendentemente dai contributi versati. Lei lo ha definito la «cultura della spettanza senza condizioni». Può spiegarla?
In questi anni sono state abbassate le punte dello status quo dal 1994 a oggi, come le baby pensioni ed è stato introdotto un sistema di quote per l’accesso alla pensione di anzianità, ma se guardiamo alle statistiche quasi 200 mila persone l’anno va in pensione ad un’età inferiore ai 60 anni, e con una pensione di anzianità. La parte più dolorosa di queste riforme, come la legge Dini, non tocca le pensioni oggi, ma i lavoratori che sono entrati nel mercato dopo il 1995. Significa che la stragrande maggioranza di chi si ritira oggi, lo fa ancora con le vecchie leggi, senza sapere che il livello della pensione italiana pre-Dini non è commisurata alla contribuzione versata, che non ne copre neanche la metà. Questo perché la pensione è ancora calcolata considerando la durata della retribuzione, e non della contribuzione. Mi lasci aggiungere che la cultura della spettanza senza contropartite è spesso inconsapevole di sé, se l’Inps distribuisse al pensionato una sorta di rendiconto della contribuzione versata e una stima della pensione in termini di ammontare a cui tale contribuzione darebbe diritto, alla stregua di un’assicurazione privata con un interesse alto su contributi, la gente capirebbe che si tratta di un regalo a carico delle nuove generazioni e dei lavoratori attivi. In altre parole, si ritiene che il presupposto fondativo della pensione non sia la contribuzione, bensì soltanto il lavoro, in una cornice simbolica dove il sacrifico che le persone reputano di aver fatto lavorando va premiato in sé e per sé. 

Il metodo contributivo, esiste da anni ma entrerà in vigore nel 2030. Fosse approvato dal Consiglio dei ministri di oggi, cosa cambierebbe?
Con un sistema contributivo i trattamenti pensionistici non sarebbero niente di più e niente di meno che la restituzione dei contributi moltiplicata per un coefficiente di rivalutazione, più un interesse legato alla crescita del Pil, al netto dell’inflazione. È come se uno mettesse i contributi in una banca, e la banca garantisse per tutti gli anni un interesse. I ratei annuali dipenderebbero dall’aspettativa di vita, che cresce nel tempo, ma sarebbe scelta dal lavoratore. La legge Dini aveva previsto un pensionamento flessibile, poi la riforma Maroni l’ha abolito fissando il tetto a 65 anni con il collegamento automatico alla speranza di vita definita dall’Istat, dunque l’ammontare finale dipende dalla contribuzione e dall’età di pensionamento. Le previsioni dicono che nel 2050 vivremo fino ai 90 anni mediamente, quindi l’età di pensionamento verrà portata da 65 a 70 anni. Facendo un calcolo su un’uscita a 70 anni, il tasso di sostituzione della retribuzione potrebbe arrivare al 70%, una soglia non molto più bassa di oggi. Per lo Stato, il bilancio previdenziale sarà per definizione in pareggio, perché le uscite saranno proporzionate alle entrate. 

Alcuni studi recenti hanno messo in luce che 360 mila richieste di credito, il 6,5% del totale, proviene da persone sopra i 62 anni, per il 26% si tratta di un indebitamento contro liquidità. Anche i pensionati, dunque, sono sempre più poveri?
È più facile per un pensionato chiedere un prestito rispetto a un precario, ma la sperequazione esiste anche all’interno del sistema pensionistico, abbiamo il massimo differenziale in Europa tra le pensioni standard, più alte possibili stanti regole vigenti, e le pensioni minime e sociali. Abbiamo uno stock di pensionati che sono usciti 10-20 anni fa con pensioni sociali o con pensioni minime perché nn avevano requisiti per accedere alle pensioni standard, i quali questi possono incontrare notevoli difficoltà, ricevendo intorno ai 600 euro al mese. 

Nel libro “Non ci resta che crescere”, di Tommaso Nannicini (Università Bocconi Editore, 2011, 16 euro, che ospita interventi di Ferrera, Boeri, Vittadini), si parla di riforme in grado di mobilitare interessi politici intesi in senso ampio. Quali corde bisogna toccare per riformare il comparto?
È molto difficile creare una maggioranza a favore di una riforma pensionistica, perché a chi è pensionato generalmente si affianca chi sta per andare in pensione e le coorti che sono lontane 10 o 15 anni dal pensionamento, che si vedono sfilare dal braccio qualcosa di acquisito. Le coorti più giovani, rispetto alle quali riforme già introdotte comportano trattamenti pensionistici diversi e meno generosi rispetto allo status quo, potrebbero beneficiare di una riforma capace di generare un risparmio in grado di finanziare prestazioni di welfare, che oggi sono tremendamente carenti. Tuttavia, i giovani hanno un basso interesse per il tema, per due motivi: perché non si fidano che un bilancio statale risanato generi vantaggi per loro, e perché vivono in famiglia, e quindi definiscono i propri interessi rispetto allo status quo in base all’interesse della famiglia da cui provengono e dove abitano.

In uno Stato indebitato dove si trovano le risorse per una ricalibratura del welfare in modo da creare un nuovo patto generazionale?
Io penso che ci sia la necessità di un’ulteriore riforma delle pensioni che vada a incidere sui diritti non ancora maturati o in maturazione dei lavoratori tra i 45 e i 55 anni. Questi risparmi, però, non devono finire nel calderone del risanamento. Se sono vere le cifre che il servizio bilancio della Camera ha certificato, dovremmo andare a pareggio nel 2013. Il 50% dell’extra gettito generato dalla riduzione del deficit, 2-3 miliardi l’anno, va reso disponibile in un fondo per finanziare il welfare dei giovani, monitorato da una commissione di saggi presieduta, per esempio, da Mario Monti. Questo potrebbe essere il contenuto di un patto sul quale creare un consenso politico a dispetto di una maggioranza dell’elettorato naturalmente contraria, in modo che i giovani siano in grado di visualizzare un beneficio per loro, e chi viene colpito possa invece consolarsi perché il risparmio generato andrà ai propri figli. Già si era detto di far confluire i risparmi legati all’innalzamento della pensione delle dipendenti pubbliche in un fondo, che è stato creato ma mai utilizzato per questo scopo. Come mai la Bonino, che aveva premuto e ottenuto questo provvedimento, non ha mobilitato l’opinione pubblica sul suo mancato rispetto? Nessuno ha messo anche questo aspetto nel cahiers de doleance, c’è stato un deficit di aggregazione e di capacità di esercitare una voce a favore di questo riequilibrio. Negli altri Paesi, la ricalibratura del welfare è avvenuta perché giovani e donne si sono mobilitati con successo.

antonio.vanuzzo@linkiesta.it
 

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