Buon compleanno, crisi. Tre anni e li sentiamo tutti

Buon compleanno, crisi. Tre anni e li sentiamo tutti

Tre anni fa, per la prima volta, il mondo si è unito per contrastare lo tsunami finanziario scaturito dai mutui subprime. L’otto ottobre 2008, infatti, le maggiori banche centrali mondiali hanno concertato un taglio dei tassi d’interesse nel tentativo di fornire liquidità a un sistema che era andato in arresto cardiaco dopo il crollo di Lehman Brothers, la quarta banca di Wall Street. A tre anni di distanza, non è cambiato alcunché. Anzi, i rischi si sono amplificati. Solo che se nel 2008 la base su cui si poggiava l’economia globale era ancora solida, oggi non è così. Le fondamenta dell’Europa, il grande malato mondiale, sono oggi più che mai deteriorate. E non sembrano esserci soluzioni all’orizzonte.

Europa, Stati Uniti, Inghilterra, Svezia, Canada, Svizzera e Cina, perfino il Kuwait. La risposta alla tempesta finanziaria che stava colpendo l’economia mondiale ha riunito le principali banche centrali in un’operazione che il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, definì «senza precedenti». Tutti tagliarono i tassi dello 0,50 per cento. Non vi partecipò il Giappone, dato che aveva già il tasso di rifinanziamento allo 0,50 per cento. L’Europa tagliò il costo del denaro di 50 punti base, portando il tasso al 3,75%, mentre la Federal Reserve americana lo fissò all’1,50% e la Bank of England al 4,5 per cento. Più sostenuto il taglio del Kuwait, che tagliò il costo del denaro di 125 punti base, adattando il suo tasso a quello inglese. A tre anni di distanza (e numerosi altri tagli), possiamo dire che non è servito a nulla.

«Il sistema finanziario mondiale ha smesso di funzionare». Con queste parole il premier inglese di quell’epoca, Gordon Brown, sintetizzò il pensiero di tutti. Il mercato interbancario, quello cioè in cui le banche si prestano vicendevolmente liquidità, era fermo. Stop. Kaputt. Lehman Brothers e il suo fallimento avevano gettato nel panico gli operatori. Per diversi giorni le piazza finanziarie di Jakarta e Mosca sono rimaste chiuse. Troppe le perdite. Troppa l’incertezza. Nel frattempo, il tasso Euribor a tre mesi, importante benchmark dello stato di salute delle banche europee, toccava i massimi dal 1994 a quota 5,393 per cento. Occorreva dare una risposta.

«La recente intensificazione della crisi finanziaria ha aumentato i rischi al ribasso per la crescita e ha così ridotto ulteriori rischi al rialzo per la stabilità dei prezzi». Con questa nota la Bce anticipava il taglio dei tassi dell’otto ottobre 2008. Ma a rileggerla oggi la si potrebbe adattare allo scenario attuale. Rispetto al 2008 sono tanti i parallelismi. Certo, l’Euribor a tre mesi è a quota 1,566%, ma un anno fa era allo 0,97 per cento. La salute delle banche è in costante deterioramento e diverse istituzioni finanziarie si stanno rifinanziando a 350 punti base oltre il Libor, il tasso di riferimento per i mercati. Nel mentre, lo spettro del default sovrano della Grecia sta diventando sempre meno immateriale e il circolo vizioso della politica europea continua a destabilizzare gli investitori che, come tre anni fa, privilegiano uscire dai giochi e attendere che la tempesta perfetta passi.

Nel 2008 il mondo della finanza era ancora drogato da mutui subprime cartolarizzati più e più volte in prodotti talmente complessi che a volte nemmeno chi li vendono ne sapeva il potenziale distruttivo in caso di perdita. Non era un gioco a somma zero. O almeno, non nel lungo periodo. Nel breve, complice una politica monetaria molto aggressiva e assai poco incline alla mitigazione dei rischi di credito, gli Stati Uniti si sono giovati della bolla subprime più di tanti altri Paesi. Il mercato immobiliare è cresciuto a dismisura, fagocitando la terra e creando ricchezza e sogni. Se la prima era destinata a svanire nello stesso effimero modo in cui è nata, i sogni hanno continuato a vivere, salvo poi essere sostituiti dalla paura. Chi aveva contratto un mutuo per l’acquisto di un’abitazione fronteggiava il rischio di veder pignorata la propria casa. Chi aveva concesso quel credito, le banche e le società finanziarie, non sapeva più come rientrare delle perdite legate ai prodotti derivati, con sottostante proprio migliaia di mutui subprime, con cui aveva disseminato la finanza globale. Poi, è arrivata Lehman Brothers.

Oggi non solo dobbiamo fronteggiare il New normal world, come è stato definito da Bill Gross, numero uno del più grande fondo obbligazionario del mondo, Pimco. Non solo dobbiamo destreggiarci fra le spire secessioniste che serpeggiano in un’Europa che si sta rendendo sempre più conto del fallimento del suo esperimento principe, l’euro. Non solo dobbiamo tenere sotto controllo l’emorragia della liquidità nelle banche europee. Dobbiamo anche gestire l’ingestibile, come il fallimento di uno Stato dell’eurozona. Le armi a disposizione sono sempre di meno e lo straordinario è diventato ordinario. Lo ha dimostrato la Bce nella riunione di due giorni fa, quando ha ricordato al mondo che fornirà liquidità al sistema bancario europeo per rallentarne il declino. Ma lo ha dimostrato anche la Fed, che sta tentando in tutti i modi di far ripartire la macchina americana attraverso un nuovo round di stimoli fiscali. Sicuri che basti a evitare la tempesta perfetta? 

fabrizio.goria@linkiesta.it