Da quando Israele ha scoperto i giacimenti Obama conta meno

Da quando Israele ha scoperto i giacimenti Obama conta meno

In questa storia ci sono vari attori, la Turchia, l’Egitto, Israele, Cipro, la Giordania, e un grande protagonista, il gas, strumento che orienta le politiche governative, materia che definisce rotture ed alleanze.
La Turchia ha lanciato il guanto di sfida ad Israele: prima l’espulsione da Ankara dell’ambasciatore di Gerusalemme, per via delle mancate scuse dopo l’incidente della Freedom Flotilla, poi la sospensione dei contratti militari tra i due Paesi, infine l’annuncio turco che gli obiettivi israeliani, precedentemente classificati come “amici”, non sarebbero stati più protetti automaticamente dal sistema radar. Questa evoluzione strategica contiene ragioni geopolitiche, dettate dalle ambizioni egemoniche di Ankara – un modello a cui guardano molti protagonisti della primavera araba – ma non è estranea a motivazioni di tipo economico.

L’affaire del gas comincia nel 2009 quando vengono scoperti, ad oltre 5.000 metri di profondità, nel Mare Mediterraneo, due enormi giacimenti, che potrebbero addirittura trasformare lo Stato ebraico in un esportatore di energia. I nomi sono un chiaro omaggio biblico, Leviathan e Tamar. Si trovano rispettivamente a 81 e a 56 miglia marina da Haifa, in un’area contesa – data la labilità dei confini marini – non solo dal Libano, ma anche da Cipro. Gerusalemme non ha perso tempo ed alcuni mesi fa ha definito con Nicosia lo sfruttamento delle cosiddette zone economiche esclusive.

Qui entra in ballo la Turchia. Cipro è divisa in due dal 1974, anno della guerra greco-turca. La comunità internazionale riconosce solo la parte ellenica, che nel 2004 ha aderito all’Unione Europea. Quando l’esecutivo greco-cipriota, in accordo con Gerusalemme, ha avviato le trivellazioni esplorative nella propria zona esclusiva, affidandole alla società texana Noble Energy, il premier Erdogan ha annunciato l’invio di aerei e navi militari per proteggere le esplorazioni nelle acque antistanti la parte settentrionale dell’isola, quella controllata dai turco-ciprioti. Ogni risorsa naturale offshore – dicono ad Ankara – appartiene ad entrambe le comunità.

Nel suo duello verbale con Nicosia, Erdogan è arrivato a minacciare il congelamento delle relazioni diplomatiche con la Ue, dal momento che proprio a Cipro toccherà la presidenza di turno dell’Unione nel secondo semestre del 2012. La contesa sui giacimenti ciprioti, però, indica soprattutto il delinearsi progressivo di due fronti contrapposti: da una parte, Israele, la Grecia e il governo cipriota, dall’altra, la Turchia e un’altra potenza dell’area, oltre che grande produttore di gas, l’Egitto.
Le tensioni con Israele hanno portato la Turchia a guardare in direzione del Cairo.

La visita egiziana di Erdogan, il mese scorso, si è trasformata in un bagno di folla. Il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, in un’intervista al New York Times, ha raggiunto vette di enfasi: «Vogliamo un’alleanza con l’Egitto, che porti alla creazione di un asse della democrazia regionale, tra i due più grandi paesi dell’area, dal Mar Nero fino alla Valle del Nilo». D’altronde, il viaggio all’ombra delle Piramidi del premier turco ha partorito contratti per un miliardo di dollari. E gli investimenti di Ankara in Egitto sono destinati a decollare ulteriormente. Secondo Davutoglu, arriveranno a 5 miliardi di dollari nei prossimi 2 anni, mentre gli scambi commerciali passeranno da 3,5 a 5 miliardi nel 2012 per raggiungere i dieci miliardi di dollari nel 2015.

Non è un caso che la Botas, azienda statale turca che gestisce i gasdotti, non abbia rinnovato il contratto con la russa Gazprom, società che, attraverso la condotta Blue Stream, fornisce ad Ankara il sessanta per cento del proprio import di gas. Erdogan, infatti, intende persuadere l’Egitto ad esportare energia in Europa attraverso il gasdotto Nabucco, un progetto nato nel 2002 proprio per ridurre la dipendenza europea dalla Russia. Questa pipeline, lunga ben 4.000 chilometri, a partire dal 2017 trasporterà gas da Paesi quali Iraq, Azerbaigian e Turkmenistan fino all’Austria, passando attraverso Ungheria, Romania, Bulgaria e, per ben 2.000 chilometri, Turchia. Con l’ingresso dell’Egitto il progetto Nabucco si rafforzerebbe e i legami turco-egiziani diventerebbero ancora più saldi.

Attualmente il Cairo esporta, attraverso l’Arab Gas Pipeline, in Giordania, Libano e Siria, mentre un altro braccio del gasdotto parte da el-Arish verso la città israeliana di Askhelon. Al momento la Turchia non importa gas egiziano, ma l’ambizione di Ankara, secondo il ministro per l’Energia Taner Yildiz, è quella di porsi al centro di una grande infrastruttura che coinvolga molti Paesi dell’Africa Settentrionale e del Vicino Oriente: Siria, Libano, Giordania, Palestina, Egitto, Libia, Algeria e Marocco.

In un’era di grandi appetiti energetici, il gas resta un ottimo termometro per misurare le relazioni diplomatiche. Uno strumento, dunque, per vedere come il Cairo, nello stesso momento in cui si avvicina ad Ankara, si allontana da Israele. Dopo la caduta di Mubarak, la spinta ad una revisione della politica estera egiziana, soprattutto in relazione a Gerusalemme, si è fatta più forte. L’assalto all’ambasciata israeliana del Cairo, lo scorso 10 settembre, è solo l’episodio più eclatante di questa tendenza.

Il prezzo del gas è in parte il risultato di considerazioni politiche, e non meramente economiche. Il trattato di pace firmato nel 1979 dall’Egitto con Israele, prima storica intesa tra lo Stato ebraico e un Paese arabo, ha avuto come corollario la vendita di gas a prezzi inferiori a quelli di mercato. L’accordo è sempre stato considerato piuttosto controverso dall’opinione pubblica ed oggi è diventato addirittura materia processuale. Hosni Mubarak è infatti alla sbarra con una duplice accusa, quella di avere ordinato la repressione della rivolta di piazza Tahrir e quella di avere negoziato forniture di gas a tariffe politiche, procurando un vantaggio a se stesso e un danno al Paese.

Il gasdotto israeliano-egiziano è stato oggetto di numerosi attacchi di sabotaggio, sei dall’inizio dell’anno, nella zona del Sinai. Non sorprende, così, che l’Egitto abbia annunciato “un aumento consistente” dei prezzi di vendita a Gerusalemme, una quota notevole, che rappresenta il 43 per cento dell’import israeliano di gas. La decisione non è solo la conseguenza di rapporti più freddi tra la nuova leadership egiziana e Netanyahu. Il Cairo, in un periodo di difficoltà economiche, è costretto a ridurre la spesa pubblica e di conseguenza i sussidi all’energia. I profitti, secondo la nuova dirigenza cairota, devono arrivare dal mercato. In questo senso, l’Egitto intende rivedere anche i contratti energetici con la Giordania. I negoziatori di Amman sono già all’opera.
 

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