I cattolici a Todi per il dopo Silvio, ma manca il leader

I cattolici a Todi per il dopo Silvio, ma manca il leader

«A Todi, a Todi»…Lunedì 17 ottobre, vigilia di San Luca, medico ed evangelista, a Todi si concentra il gotha del laicato cattolico italiano, sotto lo sguardo vigile e speranzoso del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. E l’incontro, lungamente costruito con assise preparatorie ed assaggi di convegni e di documenti, ha un solo oggetto di riflessione, ovvero tornare a «sporcarsi le mani» con la politica, con l’obiettivo di medicare i «mali d’Italia», ma comunque senza la ricetta della Dc.

D’altronde anche la memoria dei 150 anni dell’unità italiana ha fatto emergere con maggior consapevolezza collettiva che nella temperie complicata e difficile di questa stagione sia la Chiesa (con il suo vasto e ramificato tessuto di organismi e associazioni) l’unica «agenzia sociale» davvero unitaria in un Paese lacerato da contrapposizioni territoriali, culturali e di schieramento, e per questo sensibile forse più di altri alla responsabilità di una «comunità di destino». È un paradosso della Storia, perché l’Unità d’Italia si realizzò proprio «contro» la Chiesa e il secolare insediamento cattolico italiano. Tuttavia, assumendo l’Unità come valore scontato e condiviso, i cristiani sentono la sfida di dover dimostrare di «avere una marcia in più» come li accredita da tempo un laico di lungo corso come Giuliano Amato.

Da anni ormai Benedetto XVI sollecita e auspica che nella platea dei credenti emerga una nuova generazione di laici cattolici impegnati in politica per il bene comune. E il messaggio è stato raccolto come una necessità stringente e una responsabilità non più abdicabile. La «voglia» non manca: resta però ancora nebulosa la scommessa dello «strumento» e in sostanza del «come».

È certo al tramonto la fase storica che ha visto affermarsi la logica nuova del cardinal Ruini: quella cioè di accettare il bipolarismo così com’era e favorire la presenza plurale dei cattolici in tutto l’arco politico. E costruendosi, dal di fuori, come «lobby» culturale, capace di chiamare a raccolta, anche in sede parlamentare, le più svariate appartenenze attorno all’affermazione dei «valori non negoziabili» (vita, famiglia, libertà educativa). Insieme suscitando, volta per volta, una forte mobilitazione del variegato arcipelago cattolico, come si è visto sui temi laceranti della bioetica oppure nell’occasione del «Family Day».

Una linea che aveva trovato più ascolto nel centro-destra (spesso più per convenienza che per convinzione) rispetto ad un centro-sinistra dove risultavano egemoni culture sicuramente relativiste e
dall’accentuata impronta laicista. Tuttavia sul crinale di questi mesi è palpabile nel Paese la tendenza a comunque «voltare pagina». E sembra di capire che dappertutto i cattolici «si trovino male». La crisi del berlusconismo, nell’involuzione libertina del premier, fa emergere oltre a un palese imbarazzo, se non disgusto, le seconde file di cortigiani più interessati al puro potere, se non agli affari dei faccendieri. Una Lega appassita sembra aver perduto anche quel legame con le radici cristiane del territorio alle quali a modo suo faceva riferimento. Sull’altro versante cova sotto la cenere un malessere profondo, tanto da far ricordare a qualcuno l’amara profezia dell’ispido Martinazzoli, quando del Partito Democratico disse: «Hanno buttato via il bambino per tenersi l’acqua sporca…».

Ma davvero, oltre alla sensazione diffusa di una necessità storica non più procrastinabile, i cattolici italiani sono pienamente pronti alla politica ? Oppure ci sono ancora molti passi da fare e, come sembra ammettere qualcuno a cominciare dal leader della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi, la strada è ancora lunga e le esperienze di un passato anche glorioso sono del tutto irrepetibili ?

Quello che appare evidente è che nella storia il peso civile e istituzionale del filone di ispirazione cristiana è stato possibile e fecondo quando veniva da una tenace e sperimentata formazione. Si chiamò a fine Ottocento «preparazione nell’astensione» quando, rifiutando lo Stato unitario dopo la presa violenta di Porta Pia e non partecipando alle elezioni politiche, si temprò comunque una classe dirigente nell’esperienza amministrativa sul territorio.

«Preparazione nell’astensione» anche sotto la dittatura fascista: raccontò a chi scrive in anni lontani Ludovico Montini, fratello di Paolo VI, come avessero passato gli anni del regime, salvaguardando il tessuto sociale e cooperativo e soprattutto educando i giovani al ruolo civile : «Eravamo convinti – diceva – che la libertà sarebbe stato un dono per i nostri figli o per i nostri nipoti. Ma ci preparavamo lo stesso: e quando la Provvidenza decise diversamente e arrivò la libertà, noi eravamo pronti…».

Sembra un paradosso, ma negli ultimi decenni (e soprattutto dopo la fine della Dc)non pare che ci sia stata nell’universo cattolico una fervida fase di «preparazione nell’astensione» finalizzata alla presenza pubblica nella politica. Sia per la «scelta religiosa» di antiche sigle come l’Azione Cattolica e le Acli e sia per la tendenza a concentrarsi sull’ambito sociale e caritativo e all’impegno nel volontariato. La politica ? Roba «sporca» che si accompagnava alla ripresa dell’economia, alla globalizzazione trionfante, al processo apparentemente inarrestabile del secolarismo relativista che veniva innervando l’intera società.

La scelta preferenziale per i deboli e per gli «ultimi» è stata negli anni un prezioso strumento di coesione e di tenuta sociale. Ma la politica («la forma più alta di carità», secondo la famosa definizione di Paolo VI) ha come naturale portato il governo lungimirante dell’intera complessità di un Paese, la spinta alla creazione di lavoro e di ricchezza che si possa poi distribuire ai meno fortunati in un scenario mondiale di complicata modernità, della quale non si può non tenere il passo.

E non depone a favore di una matura sensibilità politica, ad esempio (ma non è l’unico), la gioconda e corale adesione al recente referendum contro la gestione privatizzabile dell’acqua. Come se la difesa di «sorella acqua» nascondesse un radicato riflesso fuori dal tempo di statalismo ad ogni costo, senza peraltro accorgersi che su questa via si finisce per rigiustificare un primato del monopolio statale anche per tutti gli ambiti pubblici (come la sanità e la scuola) dove pure la diversità dell’ispirazione cristiana difende di solito le sue legittime libertà. E con tanti saluti al tanto citato principio di sussidiarietà.

Guarda caso proprio la sussidiarietà è l’impalcatura portante del Manifesto di una buona politica per il bene comune che le associazioni di vasta rappresentanza popolare hanno posto a soggetto del raduno di Todi. Sono tutte quelle connesse al mondo del lavoro e dell’economia (Cisl, Coldiretti, Acli, Confartigianato, Confcooperative, Movimento Cristiano Lavoratori, Compagnia delle Opere di marca ciellina) alle quali si sono aggiunte la Comunità di Sant’Egidio, l’Azione Cattolica, i Focolarini, i Neocatecumenali, il Rinnovamento nello Spirito). Una polifonia di voci dedita ai «pensieri lunghi» e all’ambizione rifondatrice della comunità civile. Perché l’esigenza del Paese è forte: ma i tempi della politica contingente hanno un orologio diverso, di certo più incalzante nella crisi di prospettiva che si sta vivendo. Embrione di un partito ? Forse, anche per necessità: certo è che per l’azione politica non si scorge un «reagente chimico». E, come sostiene il sociologo De Rita, non si vede all’orizzonte un vero «federatore»… 

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