«Il filo tra Silvio e imprese è finito»

«Il filo tra Silvio e imprese è finito»

Presidente, che idea si è fatto sullo stato di salute del Governo anche alla luce dei rilievi particolarmente critici mossi a Berlusconi nel vertice europeo di domenica?
Guardi, il mio pensiero non è cambiato rispetto alla fotografia che avevo fatto mesi fa. Rimane forte la sensazione che il Paese è in una situazione veramente critica; se ne rendono conto ormai tutti, ma la politica è incapace di indicare delle soluzioni.

In effetti siamo ancora in attesa delle 27 riforme per la crescita annunciate dal premier il 25 settembre.
Credo che, come ha detto anche recentemente la presidente Marcegaglia, il tempo è scaduto. Poi sfido chiunque, in un contesto di grande confusione, a comprendere che cosa sta succedendo nelle cosiddette stanze dei bottoni.

Mi pare di capire che la sua fiducia in questo esecutivo sia ormai poca: come uscire dall’impasse dunque?
Ritengo che non si debba andare ad elezioni per dare vita ad un nuovo Governo; in questo momento, per il bene dell’Italia, è necessario che tutte le forze politiche, indistintamente, si siedano attorno ad un tavolo per ragionare con urgenza su come dare futuro al nostro Paese.

Lei quindi propone una sorta di fase costituente bipartisan?
Non sono certamente io che devo indicare la soluzione tecnica, sono però sempre più convinto che oggi, più che mai, ci sia bisogno di coesione; dobbiamo recuperare competitività e le imprese, come ha detto nei mesi scorsi il neogovernatore di Bankitalia Visco, hanno bisogno di lavorare in «un’ambiente più favorevole alla crescita».

Mettere d’accordo tutto l’arco costituzionale, da Vendola a Storace, appare però un’impresa titanica.
Ribadisco, oggi serve da parte di tutti, in primis da parte della politica, senso di responsabilità, abbiamo necessità di un’azione corale, non certo di un quadro nel quale ognuno corre da solo, come invece sembra prefigurarsi. Non è questa la strada per compiere le scelte giuste che servono per uscire dalla crisi e ridare fiato all’economia.

Ma Lei è proprio certo che per fare le scelte giuste invece che di un Governo politico allargato, il Paese non abbia bisogno di un Governo tecnico di alto profilo?
Sinceramente non glielo so dire. Che si tratti di un governo bipartisan o di un governo a guida tecnica, è urgente mettere in campo misure concrete per favorire la crescita, per contenere la spesa pubblica, per riformare strutturalmente la macchina pubblica.

Anche misure impopolari?
Certo, anche misure impopolari, come la riforma delle pensioni e più complessivamente del nostro stato sociale… Purché vengano fatte in un’ottica di superamento degli interessi egoistici delle troppe “parrocchie”, che da anni bloccano il Paese.

E che rischiano di farlo precipitare nel baratro.
L’Italia è ancora un grande Paese, nonostante la china pericolosissima che ha preso, dobbiamo salvaguardarne le migliori caratteristiche e in particolare non lasciare il sistema delle imprese abbandonato a sé stesso…come quando siamo noi a portare nel mondo il made in Italy sopperendo ad una totale mancanza di regia da parte del Governo

Sembrerebbe quasi che il mondo produttivo, di cui Lei è uno dei migliori “campioni”, stia voltando definitivamente le spalle al premier: È così?
La mia sensazione, frutto di continui confronti con i miei colleghi imprenditori, è che il filo del dialogo tra il mondo delle imprese e questo Governo sia prossimo alla rottura. Dipenderà da Berlusconi e dai suoi ministri saper evitare il definitivo strappo.

La prova del nove sarà quindi l’attesissimo decreto sullo sviluppo?
Vedremo quali misure vi saranno contenute. Anche se, nonostante il mio carattere ottimista, non sono certo che si prepari una svolta in termini di riforme strutturali, come ci chiede da tempo l’Europa ed i mercati.