Il giovane che voleva bruciare Berlino

Il giovane che voleva bruciare Berlino

BERLINO – Non si sa ancora molto dell’uomo, poco più di un ragazzo, arrestato ieri con l’accusa di aver danneggiato un centiaio di auto. Di Andrè H. si sa soltanto che ha 27 anni e che probabilmente non voleva dare l’impressione di uno a cui era mancata la forza o il talento per emergere. Questa è la storia di un giovane che ha voluto smettere di essere un signor nessuno e ha mantenuto in scacco per mesi la capitale della Germania. Come? Incendiandone notte dopo notte le auto.

Domenica pomeriggio. Nel presidio della polizia vicino al vecchio aeroporto di Tempelhof – un edificio del Terzo Reich con lunghi, tetri corridoi e minacciosi stipiti in marmo nero –, in una sala piena di giornalisti, i comandanti delle forze dell’ordine si presentano e annunciano «risultati eccezionali».

Dopo un’estate di allarme per gli incendi di auto in città, dopo che la capitale ha visto dar fuoco a 341 veicoli in modo doloso dall’inizio dell’anno, dopo che la cancelliera Angela Merkel è intervenuta, il ministro degli Interni Friedrich ha denunciato, il sindaco Klaus Wowereit ha rinforzato la presenza della polizia, e soprattutto dopo che gli esperti hanno descritto questo fenomeno come una sorta di «effetto banlieue» a Berlino, la polizia sembra aver finalmente acciuffato il piromane seriale, il cui arresto forse potrebbe mettere fine a questa storia.

Il giovane avrebbe dato fuoco da solo, tra giugno e agosto, a 67 auto nella capitale, causando successivamente l’incendio di almeno altre 35 che stavano nelle vicinanze. Sarebbe cioè responsabile di più della metà degli incendi che hanno sbattuto Berlino sulle pagine di tutti i giornali del mondo la scorsa estate, per tre mesi circa, sull’onda degli eventi di Londra. Se la polizia potrà confermare nei prossimi giorni quello che l’uomo ha confessato, sarà questa la storia del giovane che ha messo in ginocchio la capitale tedesca.

Si tratta di una vicenda che inizia nel quartiere di Mitte. Non dove vivono i ricchi e istruiti vicino agli edifici di Governo, ma dietro al Tiergarten, in una casa popolare. Il “colpevole” vive lì con sua madre, un punto, questo, su cui la stampa locale indugia, considerandolo un sintomo della sua Asozialität, il suo essere asociale. Al ragazzo manca la voglia e il denaro per uscire di casa. Con l’eccezione di sua madre è «solo», insiste la polizia. Ha studiato nella scuola professionale, sa imbiancare e laccare ma è disoccupato. Ha parlato alla polizia anche riguardo alla sua confessione: è mormone.

In questa vita ancora anonima, e che però già obbliga la città a fermarsi e riflettere su sé stessa, ci sono poi difficoltà finanziarie, ma nessun precedente penale e anche scarso interesse verso la politica: «Non appartiene in alcun modo a ambienti di sinistra», assicura la polizia. Si tratterebbe piuttosto di una diffusa forma di «invidia sociale». «Frustrazione» quindi, e «rabbia», insistono le forze dell’ordine. Rabbia di non possedere quello che altri possiedono: una macchina costosa, una posizione, una vita modello.

Poi qualcosa deve essere andato storto. Forse sono state le immagini apparse in estate su tutti i giornali del mondo, le macchine in fiamme, i vicini su tutte le furie, un senatore degli interni che non sapeva più dove sbattere la testa e doveva accettare l’aiuto della polizia federale perché non riusciva più a spiegare come mai ignoti piromani riuscivano a prendere in giro Berlino.

Lui, secondo il racconto dettagliato che ha rilasciato alla polizia, non voleva essere un piromane, un emarginato, uno che viene deriso. E per questo ha confessato subito con tutti i dettagli. Il suo primo incendio risale a giugno. Si muove a volte in bicicletta, a volte con la S-Bahn, il treno locale. Ciò di cui ha bisogno si trova in qualsiasi supermercato e costa pochi euro. I danni causati invece ammontano a vari milioni. Il 28 luglio si reca nel quartiere residenziale di Lichtenrade, incendia la capote di una Bmw, le fiamme raggiungono un appartamento, la famiglia sfugge per un pelo. Alcuni giorni dopo a Charlottenburg. Il 23 agosto a Haselhorst. Confessa alla polizia che sceglie sempre marche tedesche, in particolare Bmw, Mercedes e Audi. Proprio quel giorno la candidata a sindaco dei Verdi Renate Künast chiede 400 poliziotti in più a pattugliare le strade. La Cdu, il partito cristianodemocratico, usa le immagini delle auto incendiate per la propria campagna elettorale nella città.

A tradire il giovane sono le telecamere della S-Bahn, l’aiuto dei dati telefonici che permettono ricostruire i suoi movimenti e «l’intuizione di un collega», spiega la polizia. Il giorno che la polizia lo va a prendere a casa di sua madre, nega per qualche istante, poi confessa. «Voleva alleggerirsi la coscienza», spiega un poliziotto. A settembre aveva trovato un lavoro occasionale.
 

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