Ma per un cristiano è giusto pagare le tasse allo Stato?

Ma per un cristiano è giusto pagare le tasse allo Stato?

Quando si parla dei rapporti fra potere di Gesù e il potere politico, non va mai perso di visto che il primo non è un potere che si prende con il cavallo e il carro, cioè con il dominio e la violenza. Il potere di Gesù, che a Gerusalemme entra su un asinello, è un potere che domina con l’amore e il servizio.

In che rapporto sta l’amore e il servizio con il dominio e la violenza? Per rispondere, prima vanno tenute tenendo presente delle cose che minano un po’ il campo. La prima è che bisogna dare per scontato che l’uomo è animale politico: si realizza nelle sue relazioni, queste si strutturano si gerarchizzano secondo un modello dove c’è sempre un capo e una coda. Questo modello si struttura su un capo che gode di autorità, diciamo sul concetto di re, che rappresenta il modello, l’ideale d’uomo. Il problema è qual è l’ideale, il modello d’uomo. La seconda cosa, è che noi siamo abituati a parlare del paradiso – parola persiana che indica il “giardino”–  come il giardino dell’infanzia, il giardino dei sogni. Nella Bibbia il paradiso viene presentato come la città, la città è polis, è politica, cioè il vero giardino sono le relazioni nuove tra gli uomini e la città santa. 

Matteo 22, 15-21
Allora, ritiratisi, i farisei tennero consiglio su come intrappolarlo con una parola.
E gli inviano i loro discepoli con gli erodiani dicendo: Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio con verità e non ti curi di nessuno perché non guardi alla faccia degli uomini.
Di’ dunque a noi cosa ti pare: è lecito dare il censo a Cesare, o no?
Ora Gesù, conosciuta la loro malizia, disse: Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del censo.
Essi gli presentarono un denaro.
E dice loro: Di chi è l’immagine e l’iscrizione?
Dicono: Di Cesare.
Allora dice loro: Rendete dunque ciò che è di Cesare a Cesare, e ciò che è di Dio a Dio.
E, udito, si meravigliarono e, lasciatolo, se ne andarono.

In questo brano c’è tutta una storia inevitabile del rapporto tra Chiesa e Stato, che è sempre stato un rapporto minato e ambiguo: è un campo dove non ci sono facili ricette e ci vuole molta attenzione. La Chiesa è passata e passa ancora da situazioni di persecuzione per la fede o per la giustizia e la libertà, fino ad essere al contrario, convivente con il potere per comodità o per avallare il potere. 

Il brano dice espressamente all’inizio che è una trappola per far cadere Gesù, perché qualunque risposta dia, sbaglia: se dice che non si può pagare ci sono lì gli erodiani che lo denunciano, lo mettono in prigione, e i romani lo fan fuori; se dice che invece bisogna pagarlo ha contro tutto il popolo che aspetta il Messia che liberi dalla schiavitù romana. La trappola è perfetta! La risposta di Gesù li lascia meravigliati.

Può sembrare una elegante scappatoia, «a ciascuno il suo», ma qual è il suo di ciascuno? Il brano riguarda proprio il potere. Potere nella sua radice vuol dire “possibilità” , non va demonizzato: è possibilità di fare qualcosa. Ora questa possibilità può essere indirizzata da uno spirito di dominio, di violenza possessiva e di morte, ed è quello che di fatto si fa. O può essere indirizzata come servizio, come liberazione, come libertà, come relazione di amore, come mitezza, come dono della vita, ed è quello che il Vangelo propone.

La società da Caino in poi si struttura sempre sulla violenza del più forte: è lui che detta legge, la città è fondata sul cadavere del fratello più debole ucciso e chi ha ucciso detta legge. Oggi non si può più uccidere, e allora il più forte fa delle leggi e domina mediante le leggi, dopo avere stabilito il potere con la violenza. Di fronte a questo potere che cosa bisogna fare? Ribellarsi o esser quiescenti? Ribellarsi volendo prendere il potere non è più il caso: così si perpetua ancora il gioco. Essere quiescienti vuol dire avallare questo gioco di potere all’infinito, quindi vuol dire essere collaboratori del male.

La risposta non è facile, e non deve essere nemmeno troppo ingenua. Ci sono state molte risposte nella storia che val la pena di conoscere, non per giudicarle ma per utilità nostra. La prima posizione è la più semplice: quando si è perseguitati va bene, non si pongono problemi. Appena si diventa un numero rilevante, non possono più perseguitarti perché non hanno più la forza di farlo. Allora si cerca un po’ di andar d’accordo e i vari modi di andar d’accordo non sono indifferenti.

Il primo modo è quello che usiamo noi normalmente, la separazione tra fede e politica, fra Stato e Chiesa: la fede può essere molto utile in chiesa, può arrivare alla sacrestia massimo sul cancello, ma in piazza domina qualcos’altro, domina la legge, dominano le regole economiche, la tecnologia. L’uomo è sotto questo dominio la vita si gioca così e basta. La fede è allora una pia devozione: vai a messa la domenica così tieni la punta dello spirito che emerge a respirare ogni tanto, ma poi il resto va per conto suo. Questo è un modo abbastanza normale di concepire il rapporto tra fede e società, fra vita e impegno.

Un altro modo è quello di alleanza fra trono e altare a sostegno reciproco. È capitato e capita sempre, con tutte le ambiguità che comporta. Ci può essere una forma profonda di alleanza dove lo Stato è sacralizzato. Di fronte a questo Stato divino, che detta legge, come comportarsi? Se fa leggi economiche sbagliate o delle discriminazioni razziali, la coscienza umana si deve ribellare, come si doveva ribellarsi davanti alla Shoà e davanti a tutte le ingiustizie che si fanno, altrimenti non siamo uomini. La confusione dove lo stato diventa Dio è veramente la bestia a cui bisogna ribellarsi (è poi da vedere come). Ma c’è anche la confusione opposta: il dominio temporale della Chiesa, che dove ha potuto ha cercato il suo piccolo dominio dove funzionava da Stato. 

C’è poi un altro rapporto di dipendenza reciproca. O lo Stato dipende dalla Chiesa, come vorrebbero gli integralisti di vario tipo, non solo musulmani ma anche cristiani e cattolici. Oppure l’integralismo opposto, che la Chiesa sia strumento del regno, formi bene i cittadini dello Stato perché servano bene all’ordine pubblico. Le risposte, come si vede sono tante, e non val la pena di giudicare cosa hanno fatto gli altri. Vale invece la pena di conoscere per sapere cosa fare noi adesso, tenendo presente un altro aspetto, che la più alta forma di carità è certamente politica, cioè l’amore si manifesta nelle relazioni e nello strutturarsi stesso delle relazioni.

Oggi il potere forse non è più di una persona, di un re, anche se ci sono ancora dei potenti che possono dettar legge. E c’è una legge molto più anonima, una legge in cui domina il numero e la tecnologia: bisogna essere a norma, non si sa di che cosa, ma in ogni cosa bisogna essere a norma, e la norma detta legge. Chi non ha il 666 sulla mano è fuori dal mercato. Quindi tener presente queste nuove forme forme odierne di Cesare per sapere cosa rispondere anche a queste.

Allora, ritiratisi, i farisei tennero consiglio su come intrappolarlo con una parola.

Il nostro modo normale di relazione con l’altro è di questo tipo: con le domande che facciamo, vogliamo avere in trappola l’altro, o averlo dalla nostra parte almeno. Cioè non ci interessa tanto la verità, che cosa l’altro mi deve comunicare, ci interessa di averlo disponibile a mio servizio per quelle cose che voglio io. Tutto l’uso politico della parola, normalmente, è così. Sulla trappola, però, bisogna mettere sempre l’esca, altrimenti non funziona.

E gli inviano i loro discepoli con gli erodiani dicendo: Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio con verità e non ti curi di nessuno perché non guardi alla faccia degli uomini.

Questo elogio serve come esca affinché Gesù non se la cavi a buon mercato. Dice “tu sei veritiero conosci la verità”, quindi non te la puoi cavare dicendo “non so”, oppure dicendo una mezza verità per salvar la faccia.

L’elogio serve proprio per incastrarlo bene ed è fatto astutamente: per due volte si dice “sei veritiero” e “insegni con verità”. E viene anche precisato che Gesù non ha soggezione di nessuno, perché non gli salti in mente di svicolare, come avevano fatto loro. Non è che normalmente anche le nostre lodi agli altri sono un po’ di questo tipo?

Di’ dunque a noi cosa ti pare: è lecito dare il censo a Cesare, o no? 

Il censo è il tributo personale che tutti, tranne i bambini e i vecchi, dovevano pagare al re. Ora il problema non era pagare il tributo – è chiaro che in uno Stato devi pagare le tasse – era se pagare il tributo agli oppressori romani.

Tuttavia, dietro al tributo c’era qualcosa di irrisolto da sempre, perché, racconta la Bibbia, gli ebrei fin dal principio volevano un re come tutti gli altri popoli e Dio non voleva che Israele avesse un re, perché avere un re che ti domini, come i re dominano tutti gli altri popoli, perdendo tutta la tua libertà, è rinunciare a essere figli di Dio. L’uomo è figlio di Dio, immagine di Dio perché è libero, quindi volere uno che ti domina è volere rinunciare a Dio. La promessa di Dio è invece di distruggere il modello di re perché il re rappresenta l’autorità riconosciuta, e ognuno si riconosce nel re in quanto modello di un uomo che vuole dominare, essere prepotente, stare sugli altri.

Dove consiste la trappola della domanda se è lecito pagare o no il tributo? Se Gesù dice di pagarlo ai romani, il popolo gli è contro perché è come se stesse dicendo di stare sudditi di un potere ingiusto e straniero, e dunque non è il Messia che viene a portare la libertà. Se invece dice di non pagarlo, c’erano lì gli erodiani alleati dei romani che l’avrebbero preso e messo dentro.

Ora Gesù, conosciuta la loro malizia, disse: Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del censo.

L’ipocrisia è tipica di chi cerca di imbrogliare, e lui conosce questa malizia e li chiama ipocriti e dice “perché mi tentate?”.

Gesù ha già avuto la tentazione del potere subito dopo il battesimo quando Satana gli disse prendi in mano il potere e tutti i regni della terra. Questa tentazione si presenterà a anche ai piedi della Croce, “se sei il re salva te stesso”, metti in croce gli altri! Quindi è una vera tentazione quella di usare il potere per agire in modo negativo, per mettere le mani su tutti, e Gesù riconosce questa tentazione.

Mostratemi la moneta del censo. Essi gli presentarono un denaro.
E dice loro: Di chi è l’immagine e l’iscrizione? 

Gesù domanda di vedere la moneta del tributo, e i farisei che si fanno tanti scrupoli ce l’hanno, Gesù no. Dove circola una moneta vuol dire che è riconosciuto il dominio di colui che ha battuto moneta, quindi loro implicitamente lo riconoscono, Gesù per sè no, perché non ce l’ha.

Sulla moneta del tributo che è un denaro c’è una immagine e un’iscrizione. L’immagine è di Tiberio Cesare da una parte, e della madre dall’altra: lui rappresentato come Giove il dio di questa terra, e la madre come Giunone adre della pace. Nell’iscrizione vi è: il divino Tiberio Cesare figlio del dio Augusto da una parte, e pontefice massimo dall’altra.

Le parole immagine e iscrizione ci richiamano la vera immagine di Dio che ci presenta il Vangelo e la vera iscrizione del re. Sulla Croce Gesù ha l’iscrizione “re dei giudei” : e proprio lì Gesù è perfetta immagine di Dio, perché mostra chi è l’uomo a immagine di Dio, un uomo tanto libero che sa dare la vita a servizio di tutti. Quindi Gesù davvero sarà re sulla Croce e sarà davvero pontefice massimo: ponte di riconciliazione tra gli uomini e Dio. Sono due modi opposti di intendere l’uomo, di intendere Dio e il potere. Noi siamo abituati a contrapporli, bisogna cambiare immagine, perché la violenza non si contrappone alla mitezza, il violento semmai si contrappone al violento per sé, e chi vince? I peggiori emergono sempre. La mitezza non si oppone alla violenza come l’asino non si oppone al cavallo: cioè il potere di Dio e il potere dell’uomo, sono semplicemente diversi, due misure incommensurabili.

Dicono: Di Cesare.
Allora dice loro: Rendete dunque ciò che è di Cesare a Cesare, e ciò che è di Dio a Dio.
E, udito, si meravigliarono e, lasciatolo, se ne andarono.

Gesù non propone una ribellione all’imperatore romano come avevano fatto altri, perché volevano prendere il potere, finendo peraltro tutti male. Ma lui non vuol prendere quel potere, il suo potere è un altro: il suo regno non è di questo mondo ma è in questo mondo, il suo regno è un regno di verità non di menzogna, di verità che fa liberi, non di menzogna che fa schiavi. E questo regno può vivere benissimo in questo mondo fatto anche di prepotenza, testimoniando la verità fino a dare la vita, per cui la prepotenza non lo annulla, anzi la prepotenza si annulla in questo poter di mitezza: è proprio l’asino che vince il potere dei carri e dei cavalli. È la mitezza che vince il potere della violenza, è l’amore che vince il potere dell’odio, è il male che vince il bene, è la luce che vince la tenebra, ma senza far nulla contro, mettendosi nelle mani del male.

Quindi non la ribellione ma il pagamento del tributo. Non si può vivere senza una organizzazione, una autorità, è per il bene comune, anche se il modo di esercitare l’autorità non è proprio molto buono. Il tributo pagatelo pure, dice Gesù, però ricordatevi di dare a Dio ciò che è di Dio. Cosa vuol dire questo? Di Dio è tutto. Noi allora cosa dobbiamo vivere? Dobbiamo vivere con lo spirito di Dio, di amore, di mitezza e di dono, anche la violenza dell’altro.

Quando la violenza dell’altro ti si impone in modo assoluto, tu vivi in modo assoluto la testimonianza che si chiama martirio, di un amore più grande di ogni malvagità. C’è allora il problema che si presenta nell’Apocalisse quando ci sarà la bestia (c’è sempre la bestia), cioè quando ti si pone l’alternativa di andare contro la tua coscienza. Allora non è che ti ribelli e vuoi abbattere lo stato, ma apporti tu le conseguenze di un agire mite in un clima di violenza: quello dell’agnello in mezzo ai lupi, cosciente però che è l’unico modo per vincere il male.

La posizione non è molto semplice, si esige molta intelligenza, molto discernimento: bisogna riuscire a capire qual è oggi il Cesare di turno che ci domina, qual è il modo di dominare, che tipo di culto esige. Per esempio, vi sembra giusto che noi prestiamo culto al dio profitto per ventiquattro ore al giorno, in parte lavorando, in parte riposando per lavorare, per sette giorni la settimana? Sarebbe facile dire tutto questo è sbagliato, buttiamolo via. No. Viviamo in questo mondo, con la sua tecnologia. Perciò, come si può vivere in questa situazione una testimonianza di libertà crescente di umanizzazione? È questo lo spazio di inventiva del credente nel mondo d’oggi, più che mai necessaria perché l’uomo si salvi come uomo.

E a Dio che cosa bisogna dare? Dio non ha bisogno di nulla perché è già tutto suo, non vuole neanche l’otto per mille: vuole un modo giusto di agire, vuole un mondo filiale e fraterno, quello possibile qui e ora.

*gesuita e biblista

Il testo è la sintesi redazionale della lectio divina tenuta nella Chiesa di San Fedele in Milano nel corso di vari anni. L’audio originale può essere ascoltato qui.

Nella foto, Aurelio Gravina, «Matteo 22, 15-21», 2011 – per gentile concessione di Galleria Blanchaert, Milano