Nella piazza “indignata” la stessa ambiguità del ‘68

Nella piazza “indignata” la stessa ambiguità del ‘68

L’amara sorpresa con la quale si constata la “brutta eccezione” italiana, con le violenze che sciupano e devastano la civile protesta degli “indignados”, dovrebbe far riflettere sulle pulsioni di una cultura irresponsabile. Forse è uno sguardo troppo pessimista, ma ai più vecchi ricorda drammaticamente quel “piano inclinato” che dal ’68 trascinò il nostro Paese alla cupa stagione del terrorismo.

Il “mitico ’68” fu una primavera di speranza generazionale che animò le società occidentali e propose prospettive di liberazione verso i popoli del Terzo Mondo. Ma la ventata di novità e di cambiamento ebbe sbocchi diversi. Per esempio negli Stati Uniti mise in discussione l’assetto gerarchico della società, dell’impresa e della produzione: scatenò le intelligenze verso il nuovo e incanalò la creatività giovanile verso la Silicon Valley e la progressiva costruzione della società informatica che ha conquistato il pianeta, con i suoi costi, ma anche con i suoi indubitabili progressi. In Europa invece e soprattutto in Italia fu una tragica “occasione sprecata”.

Perché, anziché guardare al futuro in battaglie riformatrici e di reale cambiamento, volse di fatto l’attenzione al passato. Egemonizzato ben presto dalla cultura marxista, costituì quasi subito la tragica rivincita dei “nonni” massimalisti e rivoluzionari (che avevano di fatto contribuito all’emergere del fascismo) contro i “padri” democratici e costituzionali che avevano accettato il pluralismo politico. Di qui il progressivo scivolamento verso la violenza, prima verbale, poi fisica e quindi armata. Lo aveva intuito per primo (e nel 1970 con il suo primo libro sul Movimento Studentesco e i marxisti-leninisti) un giovane storico e giornalista, Walter Tobagi, che non a caso pagò con la vita, assassinato dai terroristi rossi, che non gli perdonavano di voler capire e, da riformista cristiano, di costruire occasioni e prospettive di pacifico mutamento.

Un decennio di “anni di piombo”, segnato da una scia sanguinosa di centinaia di vittime innocenti. Il clima cambiò e la violenza fu contrastata e sconfitta con una mobilitazione collettiva, compresa quella “marcia dei quarantamila” che qui si è evocata come segno di svolta che andrebbe recuperato e riproposto.

Trent’anni dopo, con un mondo completamente cambiato, ritorna quella “condanna tutta italiana” a voler “sporcare” i fermenti positivi e le speranze di trasformazione sociale che una intera generazione vorrebbe portare a compimento. La storia non si ripete mai, è vero, però questi segnali di gratuita violenza sembrano aiutare soltanto i tanti Gattopardi (e i loro complici culturali) che vogliono che “tutto cambi perché nulla cambi”….