Nelle piazze d’America gli indignados sono le famiglie

Nelle piazze d’America gli indignados sono le famiglie

NEW YORK – La signora Laura Renee McRoberts, 30 anni, madre di tre figli, di uno, cinque e sette anni, ieri ha aderito a un raduno nella sua citta’, Boise, capitale dell’Idaho. Il futuro dei suoi bambini, dice, e’ a rischio.

“Questo era il Paese in cui se tu lavoravi sodo e rispettavi le regole, le opportunita’ c’erano, potevi perfino sognare che tua figlia sarebbe diventata presidente, ma adesso non è più cosi,” racconta al telefono a Linkiesta McRoberts. “Io sgobbavo come telefonista in un centro di assistenza tecnica della Apple qui a Boise. Poi, dopo l’ultimo parto, mi sono ammalata gravemente, ho perso l’impiego e di conseguenza l’assicurazione medica. Siamo sprofondati nella poverta’. Mio marito fa lo stesso lavoro, ma un salario in cinque serve a malapena per mangiare. Come mandero’ i ragazzi al college quando saranno grandi? Noi non siamo hippy e neppure anarchici di professione, o ragazzetti viziati in cerca di avventure, siamo una famiglia in difficolta’. Gente che non e’ mai scesa in piazza in vita sua. Non avendo la grana per permetterci lobbisti a Washington, ci facciamo sentire qui in strada”.

La signora McRoberts è solo una delle centinaia di americani che si sono radunati negli ultimi giorni da Boise in Idaho a San Francisco in California, da Boulder in Colorado, a Wanatchee nello Stato di Washington, da Sioux Falls, nel Dakota del Sud, a Topeka, la capitale del Kansas. 

“Sono stanca e stufa di tirare la carretta per appena dieci dollari all’ora e ritrovarmi con un’assistenza sanitaria scadente pur lavorando io stessa in un ospedale come infermiera, “ sbotta in un’intervista con Linkiesta Kayla Anne Coffman, 24 anni, di Topeka. ”Nel frattempo il nostro caro governo scuce cinque miliardi di dollari per ripianare i debiti di alcuni tra i più potenti fondi hedge, così questi si fanno le vancanze ai Tropici. Ne ho le tasche piene di essere derubata e di stare a guardare questi ladri che se la svignano indisturbati. Mia madre in questa recessione ha perso la casa, e ho una marea di amici della mia eta’ che ne hanno fin sopra i capelli dei pagamenti dei prestiti universitari sottoscritti per permettersi gli studi”.

I politici, sia democratici sia repubblicani, stanno valutando se aderire, e in quali termini, al movimento, o prenderne le distanze. Molti degli slogan dei dimostranti sembrano riecheggiare, sia pure con toni piu’ accesi, alcuni dei temi anti-Wall Street espressi in modo velato da Obama. Ma democratici come Nancy Pelosi, ex speaker, non si scompongono per sostenerli, preferiscono restare alla finestra. I repubblicani hanno posizioni diverse. Gente come Eric Cantor, senatore che piace al movimento ultraconservatore del Tea Party, li definisce “gentaglia”. Altri repubblicani, come il candiato alle primarie Newt Gingrich, li vedono come un effetto collaterale della loffia ricetta economica di Obama. Tutti – democratici e repubblicani – cosi’ come i residenti intorno a Zuccotti Square e gli altri avamposti della protesta nel Paese, si pongono la stessa domanda: che cosa vogliono ottenere questi di Occupied Wall Street?

Al momento gli obiettivi del movimento sono vaghi e disparati. Alcuni dicono di volere disfarsi della Federal Reserve, altri puntano il dito contro la corruzione e l’ingordigia dei banchieri, altri ancora vorrebbero partiti meno litigiosi e miopi, piu’ fondi a scuola e sanita’, no a qualsiasi guerra. Poi c’e’ chi si scaglia contro l’influenza di Wall Street sulla politca nazionale, chi ne condanna la pratica di concedersi lauti bonus in un momento in cui milioni di americani sono disoccupati, e chi ritiene che il sistema dovrebbe essere riformato in modo radicale: no-global, anti-capitalisti duri e puri, marxisti. Cio’ che hanno in comune, dicono gli organizzatori attraverso il sito ufficiale occupywallst.org , è “essere quel 99 per cento della popolazione che non puo’ piu’ sopportare l’avidita’ dell’ 1 per cento”, di cui i banchieri di Wall Street sono il simbolo.

“Per ottenere un impatto le proteste devono avere innanzitutto un obiettivo chiaro,” spiega a Linkiesta Andy Smith, esperto in attivismo di massa e coautore con la professoressa di Stanford Jennifer Aaker del libro: ‘The Dragonfly Effect: Quick, Effective, and Powerful Ways to Use Social Media to Drive Social Change’. “Poi servono storie emblematiche di gente vera, che rappresentino all’opinione pubblica gli effetti negativi dell’avidita’ di Wall Street, e infine e’ necessario delineare una serie di passaggi utile ai manifestanti per trasformare queste confuse occupazioni in atti piu’ incisivi”.

Secondo Smith, nel caso dellla rivoluzione egiziana, per esempio, c’era l’evidente tentativo di scalzare il presidente Hosni Mubarak. I dimostranti di Occupied Wall Street, invece, non hanno chiesto a Barack Obama di farsi da parte o al presidente della Federal Reserve Ben Bernanke di dimettersi. E non hanno neppure incanalato la loro rabbia su un problema circoscritto come i prestiti universitari o una specifica banca d’affari secondo loro particolarmente perfida.

“Se non indentificano un punto focale e creano strumenti, attraverso un uso piu’ avanzato dei social network, per coinvolgere attivamente i manifestanti al di la’ della loro presenza fisica nelle strade, il fenomeno potrebbe affievolirsi in tempi brevi, e la legittima rivendicazione di un sistema finanziario piu’ serio venire calpestata,” dice Smith.

Per adesso, comunque, in attesa di un documento programmatico ufficiale del movimento, l’onda avanza e acquista vigore, attraendo non semplicemente i soliti noti delle proteste, ma pure famiglie di gente dell’America profonda, tanto nuova alle manifestazioni di piazza quanto lontana dal suono della campana di Wall Street. Cittadini avviliti da un quadro economico asfittico e delusi dal governo del presidente Barack Obama.

“Obama?” scandisce più volte la signora McRoberts il cognome del presidente americano, che ieri ha dovuto rinunciare a uno dei punti salienti della sua riforma sanitaria per mancanza di copertura. “Certo, l’ho votato, mi sono lasciata intortare come tanti. Ma adesso ho capito: e’ bravo a parole, nei fatti ha svenduto tutti i sogni di cambiamento di cui ci eravamo innamorati. Alle prossime elezioni non avra’ la mia preferenza. Purtroppo neanche quelli dell’altro partito mi piacciono. Non ci sono alternative decenti. Ormai sembra che votare serva a poco. Anche per questo sono qui in piazza”.

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