Per le Popolari italiane arriva anche la grana Dexia

Per le Popolari italiane arriva anche la grana Dexia

Dexia è vicina al default, e le banche popolari italiane trattengono il fiato. A Milano, Verona e Modena, si guarda con estrema attenzione al possibile intervento della Bce per garantire liquidità all’istituto franco-belga. Secondo alcune fonti consultate da Linkiesta, il gruppo franco-belga avrebbe esigenze di liquidità pari a 18 miliardi di euro (rispetto a un patrimonio netto di 15,3 miliardi di euro al 30 giugno 2011). Contattata più volte, Dexia non ha confermato né smentito queste indiscrezioni.

La difficile situazione della capogruppo potrebbe avere un impatto notevole sulla controllata italiana, la Dexia Crediop, società attiva nei servizi di finanziamento alla Pubblica amministrazione e partecipata al 70% da Dexia credit local e, con il 10% a testa, da Banco Popolare, Banca popolare dell’Emilia Romagna e Banca popolare di Milano. Nel 2008, prima del fallimento di Lehman Brothers, Crediop aveva una quota di mercato pari al 25% del totale in Italia, mentre oggi nessuno lo sa con precisione. Da tre anni, infatti, l’ex Istituto di credito per le opere pubbliche è in balìa degli eventi. Da quando, cioè, Belgio e Francia hanno lanciato alla banca un salvagente da 6,4 miliardi di euro, in cambio, tra l’altro, della vendita di Crediop entro l’ottobre 2012. Qualcosa si potrebbe muovere comunque già oggi, qualora non si trovassero nuovi fondi per salvarla ancora una volta. 

Il salvataggio del 2008, infatti, si è rivelato inutile, per via dell’esposizione sui titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona: 5,3 miliardi di euro verso la Grecia, 15,5 miliardi sui Btp italiani, stando ai numeri relativi al primo semestre 2011. Incognite che hanno portato i vertici dell’istituto francofono ad effettuare delle operazioni straordinarie di cessione crediti, nel tentativo di circoscrivere i problemi di liquidità. Le manovre per riallineare la durata della provvista di fondi con gli impieghi – riferiscono fonti sindacali – sono state condotte, nell’interesse della capogruppo, anche nelle controllate. Questi movimenti hanno impattato sul bilancio 2010 di Crediop, provocando una perdita netta di 33 milioni di euro, per un patrimonio netto di 1,17 miliardi di euro. Un buco ripianato nel primo semestre 2011, chiuso con un utile netto in crescita a 42 milioni di euro (+35% ), nonostante gli attivi – negli ultimi tre anni – siano stati utilizzati massicciamente per fronteggiare l’emergenza costante in seno alla capogruppo.

Questo modus operandi ha spinto i sindacati di categoria (Fabi, Uilca, Fisac e Fiba) a indire uno sciopero, lo scorso 4 luglio, e a scrivere una lettera a Bankitalia, Consob, ministero dell’Economia e Abi per chiedere un intervento, soprattutto alla luce delle politiche di remunerazione del top management belga. La risposta è arrivata solo da Via Nazionale, che monitora quotidianamente la liquidità della banca. Oggi il presidente Mario Sarcinelli ha confermato che «in Italia produciamo utili», spiegando poi che Crediop «ha impieghi a 15-20 anni» e una raccolta fatta «con bond a 5-10 anni»: un mismatch, un disallineamento delle scadenze, noto alle autorità, ha sottolineato Sarcinelli.

Stando ai numeri relativi al 2010, il valore di carico del 10% di Crediop risulta a quota 105,5 milioni di euro per Bper, che ha iscritto la partecipazione nella finanziaria Em.Ro Spa, e di 105,4 milioni per il Banco Popolare. Più difficile, essendo conteggiata nelle “Attività disponibili per la vendita”, capire con precisione il valore di carico per Bpm, istituto impegnato in una complessa transizione tanto sul fronte finanziario quanto nel passaggio alla governance duale. L’esposizione dovrebbe essere al riparo da minusvalenze, spiegano Bper: il valore di carico si riferisce a un capitale sociale di 450 milioni di euro, più basso rispetto alle attuali quotazioni. Eppure, il patrimonio netto nel 2011 è passato da 1,1 miliardi a 900 milioni di euro, per effetto delle perdite sopportate nel 2010. E proprio per le operazioni straordinarie, l’agenzia di rating Moody’s ha declassato la società da A2 a Baa2.

Non solo. Sulle operazioni di finanza derivata, Dexia Crediop è nell’occhio del ciclone, dopo che il Comune di Firenze si è avvalso dell’autotutela per annullare i contratti sottoscritti nel 2006, mentre la vertenza sui costi occulti dei derivati sottoscritti dalla Provincia di Pisa è ancora all’esame del ministero dell’Economia. 

L’incertezza rimane: qualora l’istituto di credito venga scisso in due entità, con la creazione di una “bad bank” in cui conferire le passività – tra cui Dexia credit local – e con gli attivi in pancia alla Cassa depositi e prestiti transalpina, chi sarà il nuovo padrone di Crediop? Una domanda la cui risposta deve essere imminente. E che chiama in causa tanto le banche popolari già presenti nel capitale quanto le autorità di vigilanza.

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

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