Per S&P la crisi finanziaria italiana «non è facilmente reversibile»

Per S&P la crisi finanziaria italiana «non è facilmente reversibile»

«Non crediamo che il difficile clima operativo sia transitorio o facilmente reversibile». È questo il giudizio di Standard & Poor’s, che ha declassato il sistema bancario italiano ancora una volta. «I costi di finanziamento degli istituti di credito e delle società resteranno considerevolmente alti rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona», nonostante le misure adottate dal governo per ridurre l’indebitamento della pubblica amministrazione e spingere la crescita. Per questo, l’agenzia di rating ritiene le banche debbano spingere sull’acceleratore per mettere in atto quei piani di ricapitalizzazione richiesti dal mercato.

«La redditività delle banche italiane potrebbe ulteriormente diminuire nei prossimi due anni, data la probabile crescita dei costi di rifinanziamento, della volatilità sui mercati e data la riduzione delle prospettive di crescita. Riteniamo inoltre che il rallentamento della crescita economica italiana nel 2012 non consenta miglioramenti nella qualità degli attivi bancari, e generi ulteriori tensioni nel loro merito creditorio», si legge ancora nel comunicato, a cui è seguito un peggioramento del giudizio per 24 banche, tra cui Ubi, Montepaschi di Siena, Bper, Banco popolare, Banca popolare di Milano. Scampato pericolo, invece, per Intesa Sanpaolo, Unicredit e Mediobanca, sulle quali il voto dell’agenzia newyorkese è rimasto invariato.

La tegola di S&P è arrivata a poche ore di distanza dalla lettera congiunta, inviata dalle associazioni di banche, assicurazioni, imprese e cooperative (Abi, Ania, Alleanza delle Cooperative italiane, Confindustria e Rete Imprese Italia), indirizzata al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avente ad oggetto il famigerato Decreto Sviluppo, un contenitore per ora privo di contenuti. «L’Italia ha mezzi, risorse, intelligenze, per risalire la china ma il tempo è scaduto. È […] di fondamentale importanza che il Decreto Sviluppo contenga misure strutturali, concrete e credibili, che diano un chiaro segnale di inversione di marcia, in assenza rischierebbero di essere vanificati gli sforzi fatti fino ad oggi in ordine alla tenuta dei conti pubblici», scrivono banchieri, imprenditori e assicuratori. «Il ritardo che stiamo accumulando sul fronte del rilancio della crescita e della credibilità sta costando moltissimo in termini di occupazione, valore dei beni e dei risparmi delle famiglie, investimenti e valore delle imprese», specificano, offrendosi poi come interlocutori per individuare le misure necessarie a far ripartire il Paese. 

La risposta di Berlusconi non si è fatta attendere: «Stiamo riflettendo, soldi non ce ne sono, stiamo cercando di inventarci qualcosa», ha dichiarato, specificando poi di non avere fretta per il varo del decreto, che deve essere «convincente». Stasera stessa è in programma un meeting con i ministri per definirne le linee guida, ma sulle tempistiche regna ancora l’incertezza. Prima viene la Legge di Stabilità, approvata tre giorni fa dal Consiglio dei Ministri, ma che deve essere ancora calendarizzata dalla Camera.

Parole non troppo rassicuranti per i mercati. Oggi, il Ftse Mib ha chiuso di poco sopra la parità, 0,35%, dopo la debacle di ieri, mentre i Cds, derivati che fungono da assicurazioni contro il rischio default di un debitore, sui Btp italiani quinquennali sono risaliti a 451punti base sugli schermi di Markit. Significa che il rischio-Paese rimane elevato. Secondo un’analisi odierna di George Magnus, economista di Ubs, il debito pubblico italiano e francese non sono mai stati così elevati dall’introduzione della moneta unica, mentre il differenziale di rendimento tra i titoli transalpini e tedeschi continua a crescere, un’altra prima assoluta dal 2001, dopo che Moody’s ha messo sotto osservazione il giudizio tripla A di Parigi.

Stamani, un’analisi del Financial Times stimava che, anche qualora il fondo salva-Stati Efsf fosse in grado di garantire emissioni fino a 726 miliardi di euro, sarebbero comunque insufficienti a garantire un quarto dei bond a scadenza italiani e spagnoli, che ammontano rispettivamente a 303 e 155 miliardi di euro nel 2012, 174 e 122 nel 2013, e 135 e 110 nel 2014. Il tempo stringe, i soldi non ci sono. Un quadro inquietante per la terza economia d’Europa.

Tougher Economic Prospects and Rising Sovereign Risk Prompt Negative Rating Actions on Italian Banks