TORINO – L’Unione Industriale di Torino si sta dannando l’anima per fa partire un fondo di private equity radicato in Piemonte. Obiettivo: il supporto alla crescita delle piccole e medie imprese radicate sul territorio. In un momento come questo – non c’è che dire – se ne sente davvero il bisogno. Solo che la strada è irta di difficoltà.
Il Presidente dell’Unione Industriale, Gianfranco Carbonato, non può fare troppo affidamento sulle esauste casse dell’Unione – che si faranno ancora più esauste con l’uscita della galassia Fiat da Confindustria – e si trova anche alle prese con la necessità di ricapitalizzare la società di garanzia fidi dell’Unione (Unionfidi). Sul progetto sponsorizzato dal suo stesso Presidente, quindi, l’Unione Industriale non potrà che investire poche centinaia di migliaia di euro, forse un milione. Spiccioli. Diventa così necessario coinvolgere altri interlocutori del territorio come la Regione Piemonte, le Fondazioni bancarie e il ricco mondo camerale. La Fondazione CRT, azionista di Unicredit, ha già deliberato di investire nell’iniziativa fino a 10 milioni. Mentre la Compagnia di San Paolo, l’altra fondazione bancaria torinese azionista di Intesa Sanpaolo, ha risposto picche alla chiamata di Carbonato.
Le intenzioni sono quelle di raccogliere almeno 40, forse 50 milioni che dovrebbero essere sottoscritti, oltre che da Fondazione CRT e Unione Industriale, dalla Regione Piemonte tramite apposito Bando, dalla “ricca” Camera di Commercio di Torino ed infine dal Fondo Italiano d’Investimento: cioè il fondo, con oltre un miliardo da investire, costituito nel 2010 e promosso dal Ministero dell’economia, Confindustria, ABI e le principali banche Italiane.
Carbonato è molto attivo su quest’ultimo fronte, contando di poter esercitare una certa influenza in qualità di consigliere di Amministrazione del Fondo stesso, che proprio per normare queste situazioni si è anche dotato di un Comitato conflitti di interesse.
La struttura legale scelta per il Fondo di Private Equity torinese prevede la costituzione di una Investment Company che verrà capitalizzata dai sottoscrittori, ed assistita nella selezione degli investimenti da una Advisory Company. Per la costituzione di quest’ultima l’Unione ha lanciato una gara che si è chiusa il 16 settembre scorso, alla qual, risulta essersi presentata la sola Terra Nova Advisers, società milanese partecipata dagli stessi soci e manager di Innogest SGR che gestisce un Fondo di Venture Capital sottoscritto da importanti Istituzioni sull’asse Milano-Torino: quali Finlombarda, che fa capo alla Regione Lombardia, Intesa Sanpaolo e Fondazione CRT.
Alcuni dei soci e dei manager di Terra Nova Advisers/Innogest SGR, come Stefano Devescovi e Marco Pinciroli hanno in passato collaborato con Prima Industrie – società leder nei sistemi laser applicati all’industria, di proprietà del Presidente dell’Unione – persino sedendo a fianco di Carbonato nello stesso consiglio di amministrazione.
Trovati i manager fra i più fidati collaboratori di Carbonato, occorre adesso spingere per il coinvolgimento del Fondo Italiano. Una partita che presenta più di un grattacapo. In veste di fondo di fondi, il Fondo Italiano d’Investimento partecipa solo in fondi sottoscritti solo da una pluralità di investitori ed è comunque difficile che possa investire una quota superiore al 20/30% del capitale complessivo raccolto da un Fondo terzo, come è altresì difficile immaginare che esso possa investire in iniziative in cui le persone afferenti al management team siano già impegnate nel gestire altri fondi.
Insomma, il gatto si morde la coda, e il comitato per i conflitti di interessi del Fondo Italiano difficilmente potrà fare finta di niente. Di materiale che deve osservare per statuto, a guardare bene, ce n’è abbastanza.
LA REPLICA DEL PRESIDENTE DELL’UNIONE INDUSTRIALE DI TORINO
Gentile Direttore,
l’approccio liberale del Vostro giornale “on-line” ai temi trattati e il livello elevato dei suoi Azionisti e promotori mi inducono a scriverVi in merito a quanto pubblicato il 24 ottobre scorso nell’articolo a titolo “Torino, quanti conflitti di interesse per fare il fondo salva imprese”. Pur dando atto della correttezza di alcune informazioni contenute nell’articolo, desidero, al fine di una più precisa rappresentazione della realtà, fare alcune puntualizzazioni.
La prima è che lo scopo di NOE (Nord Ovest Espansione, questo è il nome della nostra iniziativa) non è quello di salvare imprese, come riportato nel titolo del Vostro articolo, bensì quello di aiutarle a crescere, come dice espressamente l’acronimo della nostra iniziativa e come anche più correttamente è riportato nel testo del Vostro stesso articolo. Inoltre nel definire “pochi spiccioli” il contributo all’iniziativa dalle “esauste casse” dell’Unione Industriale di Torino, si dimentica che la SGR, che gestisce il Fondo Italiano, è stata costituita con un contributo da parte di Enti privati ben più strutturati dell’Unione Industriale di Torino pari alla metà del nostro. Infatti un milione di Euro sono una somma più che ragguardevole per una Associazione territoriale di imprese come la nostra. Quanto alla situazione patrimoniale della nostra Unione Industriale, posso garantire che essa è piuttosto solida come appare chiaramente dai suoi bilanci, certificati, peraltro, dal Vostro stesso revisore dei conti.
Circa la gara privata per l’Advisory Company, ad essa sono stati invitati svariati soggetti indicati da tutti i promotori dell’iniziativa.
Il fatto poi che solo uno di questi abbia presentato una proposta formale va forse ricercato in un’impostazione commissionale decisamente al di sotto delle normali condizioni di mercato riconosciute anche a Fondi di ben maggiori dimensioni. Inoltre il Fondo è stato fin dall’inizio improntato ad una logica non speculativa ma di servizio alle aziende del nostro territorio sia in termini di durata degli investimenti, sia in termini di rendimento atteso.
Ma l’aspetto che più di ogni altro mi preme qui sottolineare e che, a mio giudizio, distorce la realtà da Voi rappresentata è quello dei conflitti di interesse.
Sin dalla costituzione del Fondo Italiano d’Investimento è stata infatti auspicata la nascita di Fondi territoriali ispirati agli stessi principi che consentissero di aggiungere ulteriori risorse per la patrimonializzazione delle imprese e di raggiungere anche imprese di minori dimensioni.
Pertanto non solo non c’è conflitto d’interesse fra NOE e Fondo Italiano ma anzi le due iniziative sono in perfetta sinergia. Quanto al mio incarico, su indicazione di Confindustria, nel Consiglio di Amministrazione nella SGR del Fondo, la mia non più giovane età mi fornirà l’esperienza necessaria per assumere comportamenti adeguati.
In ultimo ho trovato particolarmente fuorviante definire un potenziale conflitto d’interesse il fatto che alcuni dei Managers della Advisory Company, che peraltro non è stata ancora ufficialmente designata, abbiano avuto in passato rapporti con Prima Industrie (che per inciso non è di mia proprietà ma è società quotata in Borsa ad azionariato diffuso). Al contrario, la conoscenza approfondita delle persone ed il giudizio sui loro requisiti di professionalità e affidabilità rappresentano un punto di forza, in particolare per iniziative di non grandissime dimensioni, dove il successo finale dipende soprattutto dalle qualità delle risorse umane impegnate.
Ringrazio per l’attenzione e porgo distinti saluti.
Gianfranco Carbonato