
Il 4 giugno 2013 Indesit ha annunciato 1.425 esuberi, che riguardano gli stabilimenti di Fabriano, Comunanza e Caserta. Si tratta di oltre mille operai, 150 impiegati e 25 dirigenti.
La nostra inchiesta di novembre 2011 – Dal 2000, l’Italia non è più un centro privilegiato di produzione dell’industria del “bianco”, cioè gli elettrodomestici. Lo spostamento delle attività produttive verso Est ha avuto riflessi sulle dimensioni del settore, produttività e valore aggiunto. In quattro anni si sono persi 30 mila posti di lavoro. Ma chi innova ce la fa, soprattutto puntando sull’eco-compatibilità.
La settima puntata del viaggio de Linkiesta nel manifatturiero italiano è dedicata all’industria degli elettrodomestici. Un comparto, questo, che attualmente conta circa 100 aziende attive, dà lavoro a 130 mila addetti – 20 mila in meno rispetto al 2007 – e sviluppa un volume di affari attorno ai 7 miliardi di euro.
L’industria degli elettrodomestici conosce una crescita vorticosa negli anni del boom economico degli anni ‘50 e ‘60. Nel campo dei frigoriferi a uso domestico, ancora nel 1956, fatta cento la produzione complessiva di Italia, Francia, Germania Occidentale e Gran Bretagna, la quota detenuta dall’industria nazionale raggiungeva solo il 17%, superando quella inglese (16,4%) ma attestandosi ben al di sotto della percentuale francese (25%) e di quella tedesca (41,6%). Nei dieci anni seguenti, l’Italia diviene uno dei principali attori industriali del settore, in particolare nel bianco: nel 1970 la produzione di frigoriferi e lavatrici arriva addirittura a 10 milioni di pezzi, che valgono il 53% del mercato europeo e per il nostro Paese la seconda piazza tra i produttori mondiali.
Quelli del miracolo economico sono gli anni in cui si affermano sul mercato marchi che accompagneranno nei decenni successivi il processo di “meccanizzazione” delle nostre case ed in cui famiglie di imprenditori, come Zanussi, Merloni, Zoppas, Borghi, Fumagalli, entrano nella storia del capitalismo italiano. L’ingresso nel mercato italiano, tra il 1972 ed il 1984, di gruppi industriali esteri (Electrolux, Philips, Whirpool su tutti), se da un lato determina l’uscita di scena di alcune storiche famiglie di industriali del settore, costituisce una conferma dell’appetibilità produttiva del nostro Paese.
Con l’avvio del terzo millennio la corsa dell’industria degli elettrodomestici perde però progressivamente velocità e comincia un progressivo arretramento del settore. Le cause sono molteplici: su tutte il ritardo accumulato dalle imprese sul fronte dell’innovazione, ma anche l’adesione del nostro Paese all’euro con la conseguente impossibilità di utilizzare le svalutazioni come leva competitiva in particolare nei confronti di produttori di paesi emergenti sempre più aggressivi. A partire dalla Cina, che entra nel Wto nel 2001, anno a partire dal quale per tanti settori, compreso quello degli elettrodomestici, cambiano le “regole del gioco”.
«Per dare una chiave di lettura delle difficoltà che caratterizzano il settore – ci conferma Gianluca Ficco, coordinatore nazionale Uilm per l’industria degli elettrodomestici – bisogna andare indietro negli anni: nel 2000 l’Italia cessa di essere un luogo privilegiato di produzione, prende così avvio una spinta forte a processi di delocalizzazione produttiva, che tutt’ora sono in corso, mentre la redditività ed i volumi produttivi cominciano a subire continui e drastici cali. Basti pensare che dal 2002 al 2007 l’industria degli elettrodomestici ha visto l’Ebit scendere a meno del 4% dei ricavi netti ed i frigoriferi, perno della nostra produzione, sono passati da 7,5 a 4,5 milioni».
Anche successivamente la discesa è continuata: negli ultimi 5 anni l’Italia ha perso il 40% della capacità produttiva – in particolare nel segmento più povero in termini di innovazione tecnologica e di design – e l’Ebit del settore si ulteriormente assottigliato a circa il 2%, dunque a livelli minimi di redditività. La tensione alla forte ridistribuzione produttiva sullo scacchiere mondiale degli impianti nei paesi a minor costo del lavoro ha fatto sì, ad esempio, che il numero di frigoriferi fabbricati in Italia sia crollato a poco più di 2 milioni di pezzi nel 2010, mentre sui prodotti del lavaggio (lavatrici, lavasciuga, lavastoviglie) nel 2009 si sia registrato un calo produttivo attorno al 30% rispetto all’anno precedente.
Frigoriferi in esposizione
I dati di Indesit, l’ultimo “campione” nazionale dell’industria degli elettrodomestici, che ha continuato ostinatamente a rifuggire da logiche di riallocazione produttiva in paesi “low cost”, sono emblematici dell’inesorabile contrazione di ricavi vissuta dal settore: nel 2007 il fatturato dell’industria di Fabriano era pari a 3,4 miliardi di euro e nel 2010, pur risalendo lievemente rispetto al 2009, è calato a circa 2,9.
In tale contesto, reso ancora più complicato dalla crisi degli ultimi anni, i produttori italiani hanno spinto l’acceleratore sull’innovazione, seppur tardivamente: «Credo che in particolare negli ultimi anni – sottolinea Andrea Sasso, Presidente di Ceced Italia, l’organizzazione aderente a Confindustria che raggruppa i produttori di apparecchi domestici e professionali – il settore abbia investito molto sull’innovazione, in termini di design, ma soprattutto di caratteristiche intrinseche dei prodotti, mettendo sul mercato manufatti a basso consumo di energia – si pensi che ormai più dell’80% dei frigoriferi prodotti hanno classi energetiche superlative – che anche grazie alle incentivazioni statali degli anni scorsi hanno contribuito a spostare il mix verso l’alto e cambiato radicalmente il panorama dell’offerta».
Per reggere la concorrenza dei produttori emergenti stranieri le aziende italiane hanno però anche messo in campo, come si diceva, processi di delocalizzazione produttiva, che in taluni casi hanno di fatto svuotato i relativi siti produttivi in Italia. Di ciò è un lampante esempio Candy, la cui produzione si è ormai spostata prevalentemente fuori dall’Italia, verso i Paesi dell’Europa orientale (Russia, Repubblica Ceca), la Cina e la Turchia. Dopo la chiusura delle fabbriche di Cortenuova ed Erba, ormai meno del 20% degli oltre 6 mila dipendenti di Candy opera in Italia, negli stabilimenti di Brugherio e di Santa Maria Hoè; per questi peraltro, recentemente, è stata siglata un’intesa che prevede un ricorso massiccio a un mix di ammortizzatori sociali e non è escluso che, se nei prossimi anni dovessero persistere queste condizioni di mercato, si arrivi alla chiusura di Santa Maria Hoè.
In altri casi la crisi non ha fatto altro che mettere a nudo definitivamente insufficienze manageriali, mari di debiti e strategie industriali disastrose. È questo il caso della Antonio Merloni, altro esempio del miracolo italiano (oltre 3 mila addetti, 850 milioni di fatturato nel 2007) che dal 2008 è commissariata. Per quella che era una delle realtà produttive italiane più rilevanti del settore, si sono aperte proprio nelle scorse settimane le porte della cessione. Se la trattativa dovesse andare a buon fine, già dal prossimo gennaio, potrebbe partire un piano di investimenti di 25-30 milioni di euro nei prossimi 4 anni con la conseguente riconversione degli stabilimenti di Fabriano e Nocera Umbra, nonché il salvataggio di una parte delle maestranze. Ciò anche grazie all’utilizzo di vari strumenti di ammortizzazione sociale, di cui peraltro il settore nel suo complesso ha fatto grande uso in particolare negli anni scorsi, all’apice della crisi economica. Sul fronte della Cassa Integrazione, l’ultimo Monitor di Banca Intesa mostra come nei primi otto mesi del 2011 le ore utilizzate nei distretti della Inox valley e degli elettrodomestici di Fabriano siano calate, rispetto allo stesso periodo del 2010, rispettivamente del 38,9% e del 24%. «Purtroppo – evidenzia Ficco – nella seconda parte del 2011 stiamo notando una ripresa della cassa integrazione, un nuovo calo di volumi piuttosto generalizzato e quindi nel breve periodo temo potranno esservi ulteriori contraccolpi negativi sull’occupazione».
Una pubblicità Zoppas, frigoreri da 89 mila a 120 mila lire
Starebbe frenando l’export, che negli ultimi tre anni per tanti settori ha costituito l’ancora di salvataggio dal baratro. Invece per l’industria degli elettrodomestici ha continuato ad evidenziare rallentamenti e per la maggior parte di imprese del comparto sono ancora lontani i livelli di export pre-crisi. Come si ricava dal Monitor di Intesa San Paolo, le esportazioni della Inox Valley di Pordenone e Treviso – nonostante un recupero verso Germania e Francia, primi due sbocchi commerciali dell’area e segnali positivi sui mercati russo, polacco e turco – nel secondo trimestre sono risultati inferiori del 27,8% rispetto al corrispondente periodo del 2008. È ancora peggiore il dato del distretto delle cappe aspiranti e degli elettrodomestici di Fabriano, dove la riduzione delle esportazioni ha sfiorato il 40% e si continuano a scontare sensibili cali delle vendite su tutti i principali mercati di riferimento (Francia e Germania in primis).
In controtendenza, il Gruppo Elica, industria attiva nel mercato delle cappe da cucina ad uso domestico sin dagli anni ’70, che oggi è ai primi posti nel mondo in termini di unità vendute. Con quasi 3 mila dipendenti e una produzione annua di circa 17 milioni di pezzi tra cappe e motori, il Gruppo Elica ha una piattaforma produttiva articolata in nove siti produttivi specializzati per tipi di lavorazione e di prodotto: quattro sono in Italia e cinque nel resto del mondo (Polonia, Messico, Germania, Cina e India). I buoni risultati conseguiti nel 2010 (ricavi consolidati a quota 368,3 milioni di euro, in aumento del 9,9% sul 2009), anno dello sbarco in Cina da parte dell’azienda di Fabriano, hanno trovato conferma nei primi 9 mesi del 2011: i ricavi consolidati sono risultati pari a 281,7 milioni di euro, in incremento del 5,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e il driver fondamentale di crescita è da attribuire in particolare ai volumi venduti all’estero.
«Essere riusciti a crescere – precisa Andrea Sasso, che oltre ad essere presidente di Ceced è anche amministratore delegato del Gruppo Elica – nonostante i costi delle materie prime abbiano subito incrementi importanti, il mercato delle cappe a livello mondiale stia accusando una flessione del 5%, ci siano aree a forte negatività, in particolare nell’Europa occidentale e in Nord America (-7%) e paesi come il nostro, la Spagna e la Gran Bretagna arretrino ancora maggiormente, è un risultato molto positivo».
Le imprese italiane devono anche fare i conti con l’aggressività crescente dei competitor dell’Est Europa, coreani, ma soprattutto cinesi. Questi ultimi, peraltro, pochi anni fa, con Haier, leader mondiale nella produzione di elettrodomestici bianchi, sono sbarcati anche in Italia, insediando una fabbrica di frigoriferi a Campodoro, vicino a Padova: primo e per ora unico stabilimento europeo per la multinazionale cinese. «In effetti stanno entrando nel mercato europeo degli elettrodomestici in maniera sempre più pesante – sottolinea Ficco – produttori asiatici, turchi e coreani; rispetto alla concorrenza “sleale” delle produzioni a basso costo, è evidente come il dumping sociale cui sono soggette le nostre imprese andrebbe combattuto innanzitutto con regole diverse del commercio internazionale. Fino a quando permetteremo a paesi, in alcuni casi non democratici come la Cina, di produrre con delle regole diverse dalle nostre in spregio al rispetto della dignità umana, alla tutela dell’ambiente è chiaro che continuerà il processo di delocalizzazione produttiva delle nostre imprese. Delocalizzazione che può essere in parte arginata tentando, anche attraverso buoni accordi sindacali sul modello di quelli che abbiamo siglato con grandi produttori come Electrolux, Whirpool ed Indesit, di imprimere un’accelerazione nel riposizionamento delle produzioni sul medio-alto di gamma, contribuendo così a rendere le nostre manifatture meno vulnerabili alla concorrenza estera».
Una concorrenza che a detta di molti produttori si può ancora vincere facendo ricerca ed innovazione ed utilizzando con maggiore convinzione la leva dell’eco-compatibilità. Come ha avuto modo di sottolineare recentemente Ceced Italia «in uno scenario nel quale stanno rapidamente cambiando i modelli di consumo, aumenta l’età media dei consumatori, diminuisce l’importanza attribuita alle marche, cala la fiducia nel futuro, gli apparecchi domestici mantengono il loro valore d’uso e vedono riconosciuto, se pure a livelli ancora insufficienti, l’impegno ecologico, che è il principale driver dell’innovazione, da almeno un decennio».
«Continuo a pensare – conclude Sasso – che l’investimento in ricerca e sviluppo, innovazione e design sia l’unico strumento in grado di tenere in piedi il settore, ma più complessivamente l’industria manifatturiera, senza la quale in Italia non c’è filiera e futuro. Per questo serve supporto nella trasformazione del mercato, certo sensibilizzando ancora maggiormente il consumatore sui temi dell’efficienza energetica, ma soprattutto incentivando investimenti mirati al mantenimento della competitività industriale e dunque sgravando parzialmente di oneri fiscali, come l’Irap – anomalia italiana nel panorama internazionale – le imprese che destinano parte dei propri ricavi in ricerca e sviluppo».