Elezioni a gennaio, per non cambiare nulla

Elezioni a gennaio, per non cambiare nulla

«Se in Spagna votano a fine novembre, perché mai noi non possiamo votare a gennaio-febbraio? Cosa succede, gli italiani prendono freddo?». L’autore della frase non è Silvio Berlusconi. E neppure il segretario del Pdl Angelino Alfano. Ma il dirigente democrat Massimo D’Alema, che commenta così sul Messaggero l’eventualità di un voto anticipato. Maggioranza e opposizione tornano a parlare di scioglimento delle Camere. Anzi, stando a quanto si dice con insistenza a Palazzo, l’ipotesi delle elezioni a gennaio si fa sempre più concreta. Con buona pace di chi continua a ripetere che mai, da quando l’Italia è una Repubblica, si sono aperti i seggi durante l’inverno. 

Anche perché, tra i nemici del dogmatismo stagionale, ci sarebbe proprio Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica, in caso di crisi in Parlamento, sarebbe pronto a verificare in ogni modo l’esistenza di intese larghe, che comprendano quindi, quantomeno, un pezzo significativo dell’attuale maggioranza, magari accompagnato ministro di rilievo. Ma difficilmente potrebbe benedire un “ribaltone” vero e proprio. “E le larghe intese” dice convinto chi è vicino al Premier “sembrano una barzelletta, in un parlamento in cui ci facciamo ormai la guerra su tutto”.

Il presidente del Consiglio si prepara da tempo. Ai suoi lo ripete già da qualche settimana: «Fatemi arrivare fino a dicembre – così in un recente incontro con il gruppo a Montecitorio – e poi andiamo al voto». In cuor suo – ripetono i fedelissimi che governano con lui – ancora spera di arrivare a fine legislatura: “ma è realista e sa che potrebbe anche andare diversamente”.  Se mai ce ne fosse stato bisogno, ieri i suoi emissari l’hanno chiarito anche al Quirinale: in caso di incidente parlamentare, l’unica strada percorribile resta quella delle elezioni. Anche a gennaio. Per il Cavaliere ci sono indubbi vantaggi. Anzitutto potrebbe ricandidarsi alla guida della coalizione. Un mese è troppo poco per mettere in dicussione la sua leadership. Ma non ci sarebbe neppure il tempo di cambiare la legge elettorale. E le liste bloccate del Porcellum gli permetterebbero di fare pulizia all’interno del partito. Depennando malpancisti, veri e presunti. E anche i ministri (anzi, il ministro) tacciati di remare contro l’Esecutivo. Inoltre, Porcellum e tempi risicati, gli consentirebbero di promettere ancora tanti seggi in Parlamento: “non abbastanza per vincere, ma abbastanza per convincere tanti parlamentari uscenti che Silvio fa rima con rinnovo”, dice un Pidiellino sull’orlo del mal di pancia. 

«Ma prima di andare al voto – ricorda un deputato berlusconiano – il governo deve cadere in aula». Proprio così. Le pattuglie pidielline di Camera e Senato si assottigliano giorno dopo giorno, ma tra i fedelissimi del Cavaliere sono ancora in molti a credere nella fiducia. “Forse forse, per il rotto della cuffia, ma ce la facciamo”. A sentire loro il governo potrebbe superare anche questa prova. In vista di martedì – quando la Camera voterà sul Rendiconto dello stato – diversi deputati contattati al telefono ostentano fiducia. Per carità, i dissidenti ci sono. Il malcontento esiste. «Pensi – racconta un berlusconiano – che i consiglieri regionali del Pdl che in queste ore si stanno offrendo all’Udc sono talmente numerosi che i centristi hanno iniziato a chiudere la porta». Eppure c’è chi è convinto che lo scontento possa rientrare. Dietro ai malumori spesso si nasconde la frustrazione per le ultime nomine governative (da almeno un anno Berlusconi promette posti da sottosegretario a decine di parlamentari). Piccole invidie che un intervento diretto del Cavaliere potrebbe far rientrare. E proprio da Cannes Berlusconi ha lanciato un appello a chi sta abbandonando il partito. «Contatterò tutti e sono certo che gli scontenti torneranno sulle loro posizioni». E se non bastasse, ecco la minaccia: «In questo momento abbandonare il gruppo parlamentare e la maggioranza è un atto di tradimento nei confronti del Paese».

Intanto le lusinghe dei centristi proseguono. Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini sta contattando diversi deputati del Pdl per convincerli a passare nel Terzo polo. «Un bel tranello, ecco cosa sta preparando» si sfoga un deputato berlusconiano che – a suo dire – ha rifiutato con sdegno una proposta. «L’Udc e il Pd vogliono far credere che passando con loro la legislatura possa proseguire. Grazie alla nascita di un governo di transizione. Ma non è vero. Loro per primi vogliono andare al voto. Ma tanti di noi che temono di non riuscire a maturare il vitalizio ci cascano». Il risultato? «Se il numero di chi crede alle favole di Casini è alto, il governo cadrà. Ma a quel punto si andrà al voto a gennaio». I berluscones sono certi che il progetto di un governo tecnico sia impossibile da realizzare. «Al Senato – racconta ancora un deputato Pdl – i capigruppo Gasparri e Quagliariello hanno fatto un ottimo lavoro, hanno tenuto il gruppo del Pdl compatto. Abbiamo ancora un bel vantaggio numerico. A Palazzo Madama non esiste alcuna maggioranza in grado di sostenere un governo di transizione».

Anche gli alleati della Lega sono pronti al voto. Nei giorni scorsi il leader Umberto Bossi ha rivelato ai suoi di aver chiesto un passo indietro al Cav. Senza ricevere risposta. Se il governo dovesse inciampare in Parlamento, il Carroccio punterebbe dritto alle urne. Il Senatur lo ha detto al Quirnale, senza troppi giri di parole. E per una volta Maroni sembra essere d’accordo con lui. Un’elezione sotto la neve farebbe perdere diversi seggi ai leghisti (ormai sotto l’8 per cento). Ma le liste bloccate permetterebbero a Bossi di fare piazza pulita del malcontento interno.

E poi ci sono le opposizioni. A Palazzo sono in molti a pensare che davanti all’ipotesi di un voto anticipato Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro non si strapperebbero i capelli. Il leader dell’Idv oggi ha espresso alcuni dubbi sulla nascita di un esecutivo tecnico. «Appoggiare una maggioranza che finirebbe per fare le stesse cose di Berlusconi sarebbe come cadere dalla padella alla brace». Diversa, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, la posizione del segretario Pd. A giornali e tv Bersani continua a parlare di responsabilità e governi di transizione. In realtà anche lui non ha mai scartato l’eventualità di un voto anticipato. Anche a gennaio. Raccontano che durante il suo colloquio al Quirinale, il segretario democrat abbia molto insistito sulla possibilità delle urne. «Il motivo è chiaro – spiegano dalla maggioranza – prima Bersani va al voto e più facilmente mette a tacere Matteo Renzi. Con le elezioni a gennaio il sindaco di Firenze non farebbe in tempo nemmeno a proporre le primarie. Figuriamoci a vincerle». 

Il rischio maggiore per tutte le opposizioni, però, è un altro. Con un governo di transizione il Cavaliere (e con lui parte del Pdl) tornerebbe all’opposizione. La sua politica? Accuse contro il “golpe” che lo ha deposto e critiche alle misure obbligatoriamente impopolari che l’esecutivo sarà costretto ad adottare. Una posizione di vantaggio. Forse sufficiente a recuperare – in un anno o poco più – tutto il consenso elettorale perduto. Giusto il tempo per presentarsi alle politiche del 2013 e vincere di nuovo. A questo, quantomeno, crede ancora Silvio Berlusconi. 

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