G20, la Cina lascia l’Europa al suo destino

G20, la Cina lascia l’Europa al suo destino

CANNES – Se l’obiettivo era quello di trovare un’aiuto esterno, l’Europa ha fallito nel suo intento. Il risultato del G20 di Cannes si può racchiudere nella partenza del presidente cinese Hu Jintao prima della fine del summit. La delegazione di Pechino non ha aspettato oltre. Una volta finiti gli incontri bilaterali previsti, Hu Jintao e il suo staff sono ripartiti in fretta verso l’aeroporto. Il tutto mentre il presidente francese Nicolas Sarkozy parlava del successo di questo vertice, considerandolo un «grande passo avanti» per la risoluzione dell’instabilità dell’eurozona. Peccato che un mese fa il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, aveva giudicato questo appuntamento come l’ultimo disponibile. «L’Europa deve decidere cosa fare con la Grecia e deve farlo entro il prossimo G20 per evitare un collasso capace di colpire anche il Regno Unito», disse Osborne il 3 ottobre scorso. A un mese di distanza l’Europa cerca ancora una direzione.

Il secondo giorno è però iniziato con la farsa italiana. Fino all’ultimo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha cercato di evitare di parlare del possibile intervento del Fondo monetario internazionale nei confronti dell’Italia. Durante la conferenza stampa, ha invece comunicato di aver chiesto un monitoraggio da parte dell’istituzione di Washington. Le parole di Berlusconi hanno depresso i mercati finanziari e infiammato lo spread fra titoli di Stato italiani e tedeschi, ancora ai massimi storici. E qui è iniziato il balletto di dichiarazioni fra il direttore generale del Fmi. Il primo ha parlato di un’offerta di sostegno finanziario, rifiutata dal Governo italiano. La seconda ha smentito le parole del presidente del Consiglio, con visibile imbarazzo, rimandando tutto al documento finale del G20. In questo si sottolinea che il Gruppo dei Venti accoglie «con favore la decisione dell’Italia di invitare il Fondo monetario internazionale di condurre una verifica pubblica della sua politica di attuazione (delle misure, ndr) su base trimestrale». Nulla di più.

Fra gli obiettivi dei questo vertice c’era anche, e soprattutto, il potenziamento della rete di sicurezza intorno all’eurozona. Obiettivo fallito, a quanto si apprende. Da un lato una delle possibilità era quella di aumentare gli Special drawing rights (Sdr, o Diritti speciali di prelievo), cioè l’unità di conto del Fmi. Il documento finale non vede plausibile questa opzione prima del 2015, con una decisione finale sulla road map nel prossimi febbraio. Niente intervento cinese nel basket che compone gli Sdr, che attualmente comprende dollaro statunitense, euro, yen e sterlina. Allo studio, come dicono gli sherpa del G20, c’è solo l’introduzione, entro circa sei mesi, di una valuta che possa ricalcare il renminbi, ma nulla è chiaro. Dall’altro lato, Pechino doveva anche essere il deus ex machina del fondo salva-Stati European financial stability facility (Efsf) e si è tirato indietro.

Secondo diverse fonti del Fmi i tentativi di attivare un supporto finanziario cinese «sono fondamentalmente falliti». A intimorire Pechino è stata soprattutto l’incertezza della situazione greca. Negli occhi dei cinesi c’è ancora adesso il timore che possa ripetersi quanto successo nella giornata di mercoledì, quando il premier greco George Papandreou aveva ufficialmente dichiarato di voler indire un referendum sulla permanenza della Grecia nell’eurozona. Se è vero che la diplomazia franco-tedesca ha evitato il peggio, è altrettanto vero che Pechino «non può permettersi di investire in un’area così incerta come l’Europa di oggi». In altre parole, sono state smentite le dichiarazioni di Sarkozy, che ha definito l’eurozona «uno dei migliori posti per investire risorse».

Infine, non è stato trovato un accordo nemmeno su uno dei punti che sembrava essere più sicuro, quello della Tobin tax. L’ipotesi della tassazione delle transazioni finanziarie era stata prima avallata dal presidente americano Barack Obama, ma oggi è stato il presidente francese Nicolas Sarkozy a sottolineare che invece l’accordo non è stato trovato. Stesso discorso per quanto riguarda la regolamentazione dei derivati finanziari. Nel documento finale del summit si parla solo di un generico invito a «migliorare la trasparenza del sistema bancario ombra». Nulla di più.

Di questo G20 rimarranno tre cose. La paura di un collasso dell’euro, che si può racchiudere nelle trattative notturne tra Francia, Germania e Grecia per evitare un referendum che avrebbe potuto essere devastante. Il timore di un mancato adempimento da parte dell’Italia delle misure per il risanamento della ballerina situazione che sta vivendo Roma. Il grande rifiuto di Pechino. Nonostante questo, il vertice di Cannes è servito a qualcosa. Se ancora non era chiara la portata di questa crisi finanziaria, ora lo è. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Leggi il comunicato finale del G20 di Cannes