Trasparenza e Merito. L'università che vogliamoLa crisi dell’Italia e quella lettera dal Quirinale

La crisi dell’Italia e quella lettera dal Quirinale

La drammaticità del momento suscitò un’ondata di paura e di terrore che coinvolse tutti gli italiani. Ognuno si sentì a rischio di qualcosa, capì che a rischio sarebbe stato il futuro dei propri figli. La nostra moneta affondava sui mercati valutari, al punto che, di recente, era stata attuata la chiusura del mercato dei cambi. L’inflazione era altissima, la disoccupazione pure, il debito pubblico spaventoso. Mentre proseguivano gli scioperi generali e gli scandali, che avevano coinvolto alcuni importanti politici della maggioranza, il governo aveva decretato alcuni provvedimenti di inasprimento fiscale e interventi di austerità. 

Iniziavano a diffondersi, con un certo successo, le prime forme di disobbedienza civile, contro gli aumenti della benzina e soprattutto contro gli aumenti tariffari. C’erano state violenze e scontri per le strade. Il malcontento della gente era palpabile a ogni angolo. Il Comitato scientifico per la programmazione economica annunciava che, per la prima volta a partire dal dopoguerra, il reddito nazionale era diminuito, mentre la Conferenza governativa sull’occupazione comunicava che oltre 2 milioni di giovani, in termini effettivi, erano, senza grandi chances, in cerca di lavoro. Manifestazioni di studenti nelle scuole e nelle università si susseguivano, da mesi, contro i recenti provvedimenti suggeriti dal ministro dell’istruzione. Nella rituale relazione per l’inaugurazione del nuovo anno giudiziario all’Assemblea generale della Corte suprema di Cassazione, erano stati indicati, con preoccupazione, quelli che erano i maggiori problemi nazionali: infortuni sul lavoro e corruzione politica. Gli osservatori sottolineavano la cronica situazione di intasamento delle carceri e si evidenziavano i dati relativi alla durata media dei processi italiani, più alta che in ogni altro Paese europeo, per la perdurante scarsezza di ruoli, strutture e finanziamenti nell’ambito dell’amministrazione ordinaria della giustizia, da cui le proteste degli stessi magistrati.

Il Presidente della Repubblica si rivolse a tutti i cittadini italiani con un comunicato perché si stringessero intorno alle istituzioni e chiese alla stampa e alle televisioni un’informazione precisa ed equilibrata su quello che stava accadendo. Avvenimenti seguiti a livello internazionale. L’occhio di tutti era ormai puntato su di noi, su quello che sarebbe successo, su come il governo, ma soprattutto su come il Paese tutto, avrebbero reagito. L’emergenza impose a tutti, in particolare alle opposizioni e ai sindacati, di non irrigidire le proprie posizioni. In poco tempo, in un clima drammatico, iniziarono tutta una serie di consultazioni informali, con cui si ponevano le basi dell’atteggiamento generale da assumere per rispondere alla sfida. Era una scelta che coinvolgeva in prima persona il governo. Cosa avrebbe fatto? – tutti si chiedevano la stessa cosa.

C’era l’assoluta urgenza di avere immediatamente un governo forte, autorevole, nella pienezza dei suoi poteri. Nello studio del Presidente, quel giorno, si parlò di intervenire in modo da garantire una più diretta partecipazione di tutte le forze politiche per superare il momento di gravissima difficoltà.

Sembra la descrizione di quello che sta accadendo oggi, dopo l’incredibile crollo in borsa della nostra posizione economica. Sembra che si parli del governo Berlusconi, del presidente Napolitano, della crisi finanziaria europea. No. Nulla di tutto questo. In realtà il passo è riferito al governo Andreotti, al presidente Leone. Era il 16 marzo 1978, subito dopo che si era diffusa la notizia del rapimento di Aldo Moro.

La fotografia è tratta dall’album di Bruno Brunelli