La Lega forse no, ma la questione-Nord sopravviverà a Silvio

La Lega forse no, ma la questione-Nord sopravviverà a Silvio

Non lo ricorda nessuno, ma appena un anno fa, subito dopo il tempestoso divorzio di Fini dal Pdl e l’assottigliarsi della maggioranza parlamentare, Umberto Bossi chiedeva a gran voce «l’igiene del voto». Contavano i numeri, certo, ma il vecchio leone aveva intuito, con quella lucidità politica che negli anni a malincuore tutti hanno imparato a riconoscergli, che gli assetti di governo e parlamento non avrebbero retto al mutamento verificatosi e che rischiava di venire compromesso tutto il processo riformatore (federalismo fiscale in testa) su cui la Lega aveva appeso la sua credibilità.

Bossi non riuscì allora ad ottenere le elezioni anticipate, sconfitto non tanto dal rifiuto del Cavaliere quanto piuttosto dal suo stesso movimento che si crogiolava beato nei risultati delle regionali (quando era arrivato a superare il 12 per cento dei consensi) e indirizzato in un clima di euforia e con il conforto di sociologi e sondaggisti a nuove inarrestabili avanzate elettorali. La débâcle della tarda primavera (non solo a Milano, ma nelle tradizionali roccaforti), tanto dolorosa quanto del tutto inattesa, ha reso il Carroccio frustrato e afono, relegato in un ruolo sussidiario e alla lunga ininfluente.

Anche perché, invece di “ripensare sé stessa” e di attrezzarsi culturalmente alle difficoltà dei tempi nuovi e alle tempeste che, tutte, ci spiovono da fuori, dal mondo globalizzato, la Lega si è ripiegata sui malumori interni, sulle lotte di apparato, sulla contraddizione irrisolta della sua natura di partito “leninista-doroteo”. Ovvero quella di “tenere insieme” il ruolo di governo nazionale e la condizione del “sindacato di territorio”, dove la folta legione di sindaci virtuosi si ritrova massacrata dai tagli lineari del “Patto di stabilità”. Certo, la difesa delle pensioni di anzianità rinsalda la natura originaria di movimento popolare e popolano (dove però si vorrebbe sentir risuonare quel “Berluskaz”, “Berluskaiser” di secessionistica memoria); ma l’immagine pubblica e la prospettiva strategica non escono oltre il cortissimo respiro degli interventi in aula del capogruppo a Montecitorio Marco Reguzzoni, giovane dalle ricche ambizioni e dalle bruciate speranze, che esiste soltanto per scrivere sulla lavagna, come un mediocre capoclasse, la lista dei “buoni” e dei “cattivi”.

Non soltanto alla Camera, ma anche, guarda caso, a Varese, epicentro e casa natale del Carroccio: e laddove emergono dal profondo i portatori di risentimenti divisivi e sono messi a tacere i costruttori di unità interna, è il classico segnale di involuzione vicina al punto di non ritorno. Come se la Lega, scottata e improvvisamente poco credibile, si isolasse a leccarsi le ferite e a occuparsi soltanto del brutale regolamento di conti antichi e nuovi. Il paradosso, amaro in verità, è che mentre la Lega si accorge di aver cambiato molto poco dello Stato, e comunque non abbastanza, e di ritrovare pressocchè intatti (e forse marciti) i problemi strutturali e i legittimi malesseri del Nord sui quali aveva costruito le sue fortune elettorali, le sue ragioni hanno comunque camminato, trovando per strada altri interpreti e sostenitori del tutto impreveduti.

Un piccolo esempio: nel decalogo Giavazzi-Alesina uscito di recente sul “Corriere” spiccava tra le cose da fare (ma è stato subito circondato da un ferreo oblìo) il punto di applicare immediatamente i salari differenziati su base territoriale per il pubblico impiego. In particolare per il Sud (che è la nostra Grecia): secondo gli estensori infatti il livello ugualitario costituisce per il Mezzogiorno un sistema di sinecure che invoglia allo status quo e scoraggia qualsiasi spinta alla creatività di intrapresa. Gli studi di Luca Ricolfi (dal “Sacco del Nord” alla “Repubblica delle tasse”) sono inequivocabili e portano fieno alla cascina di un Nord che non trova più, soprattutto quando servono, gli interpreti politici in grado di fornire risposte efficaci, proprio quando la crisi morde e non ci sono più riserve di grasso a cui attingere. Archiviata nei bunga-bunga la “rivoluzione liberale” del Cavaliere, impaniata la Lega nel conservatorismo di apparato, dove si trova uno sbocco, se perfino la sinistra che pure rimonta nello stesso Nord si chiude a riccio verso gli stessi suoi promotori di innovazione?

Sfugge forse a chi si interroga sul quadro in atto una dicotomia addirittura psicologica che, oltre a certificare la disunità d’Italia (nonostante le gloriose camicie risorgimentali), sembra costituire l’abisso reale che separa e contrappone i “Luigini dai contadini” (per rientrare nella accezione cara all’intellettuale collettivo Gabrio Casati) , oppure i “produttori” dai “percettori” (definizione un tempo nel lessico di Mario Monti). Ed è un’incomprensione profonda e forse ineliminabile che qui si permette di avanzare. Ovvero, mentre i “produttori” da tempo hanno fatto i conti con la competizione internazionale e le durezze dei mercati globali, i “percettori” di tutte le caste (quella politica, ma anche togata, amministrativa, sindacale e perfino mediatica, ossessivamente concentrata sulle liturgie di Palazzo) non hanno fatto il salto di mentalità e in fondo ragionano come se ci fosse ancora la lira.

E, appunto, come è sempre accaduto, si riforma poco e senza incidere, si distribuisce a pioggia secondo clientele affamate e burocrazie auto moltiplicatrici, in attesa di una svalutazione periodica della moneta che, come un lavacro e in una colossale partita di giro, resetta i conti e consente di ripartire. L’ultima gigantesca svalutazione è avvenuta con Prodi e Ciampi nel passaggio all’euro. Ha tenuto per un decennio e adesso ne servirebbe un’altra, per non toccare gli assetti sempiterni. Peccato che la sovranità monetaria non c’è più e i nodi arrivano al pettine tutti insieme. 

Si dirà forse che è una riflessione estemporanea e magari stravagante: eppure nell’immaginario collettivo e nelle resistenze al cambiamento pesa, toccando perfino il prosaico quotidiano. Un esempio simbolico. A tutti capita, per la patente o qualsiasi altro atto amministrativo, di dover apporre una “marca da bollo”. Che costa da sempre, euro 14,62 (pari a 25 mila lire in cifra tonda): e che a tutti consente, quando la si acquista in un bar tabacchi, solamente la rassegnata ironia di chi può ricevere in resto una mezza sigaretta o il terzo di un caffè. 

*storico, ex direttore de La Padania e autore della biografia “Bossi, storia di uno che (a modo suo) ha fatto la storia

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