Le rivolte come gli uragani: si possono prevedere

Le rivolte come gli uragani: si possono prevedere

Anticipare lo scoppio di una sommossa come si fa con l’arrivo di un uragano. Prevedere le rivoluzioni, le crisi economiche e ogni altro evento sociale, così come oggi avviene per un qualunque fenomeno atmosferico. Un sogno per i governi di mezzo modo oppure un incubo degno del migliore romanzo di fantascienza. In ogni caso qualcosa di molto meno irreale di quanto si possa credere. Proprio in questa direzione stanno lavorando da qualche tempo gli esperti di diverse università e centri studi statunitensi, tra cui il celebre Massachusetts Institute of Technology (Mit). Suscitando, tra l’altro, il vivo interesse del governo di Washington, che ha anche deciso di sostenere finanziariamente alcune di queste ricerche attraverso le proprie agenzie di intelligence.

L’idea che accomuna i diversi filoni di ricerca è quella di utilizzare l’incredibile mole di informazioni, provenienti da ogni angolo del mondo e disponibili oggi grazie al web. Dalle news ai post dei blog e dei social network, dalle immagini delle webcam ai localizzatori gps sistemati su ogni telefonino, fino alle parole chiave digitate su Wikipedia e sui maggiori motori di ricerca. Dati apparentemente privi di legame tra loro, ma che invece, opportunamente elaborati, potrebbero consentire di prevedere ogni sorta di evento sociale di grosse dimensioni. E il paragone con la meteorologia non è casuale visto che per elaborare i dati in questione servono supercomputer e modelli complessi quanto quelli utilizzati oggi per prevedere i fenomeni dell’atmosfera.

Attenti al “tono”

Secondo Kalev H. Leetaru, docente dell’università dell’Illinois e autore del recentissimo studio “Culturomics 2.0: Forecasting large scale human behaviour using global news media tone in time and space”, anche eventi apparentemente imprevedibili e che hanno colto di sorpresa gli analisti di mezzo mondo, come “la caduta del muro di Berlino” o “la primavera araba”, oggi potrebbero essere anticipati se solo si sfruttassero in maniera scientifica i dati provenienti da pc e smartphone. Per il proprio studio Leetarau ha utilizzato oltre 100 milioni di notizie provenienti da tutto il mondo e comprese tra il 1979 e i primi mesi del 2011, raccolte dagli archivi dell’intelligence Usa (Open Source Center) e britannica (Summary of World Broadcasts) ed elaborati dal supercomputer “Nautilus” dell’università del Tennessee.

In particolare, afferma Leetaru è importante fare attenzione al “tono” e al “cambiamento di tono” utilizzato dai mezzi di informazioni nell’ambito di un determinato arco di tempo. Analizzando le notizie diffuse dai vari organi di stampa alla vigilia dello scoppio della rivoluzione in Egitto, ad esempio, si sarebbe potuto notare un’insofferenza crescente nei confronti del presidente Mubarak, montata fino alla sua destituzione. Stesso discorso può essere fatto per la Tunisia e la Libia, mentre in Arabia Saudita, nello stesso periodo, le valutazioni nei confronti del governo non sono sostanzialmente mutate (rimanendo negative come in passato), a prova che non vi sarebbe stato alcun rivolgimento politico.

L’idea piace alla amministrazione Obama, che attraverso l’agenzia Intelligence Advanced Research Projects Activity (Iarpa) ha avviato un programma denominato Open Source Indicators (Osi). Per il momento il monitoraggio, che partirà l’aprile prossimo e durerà tre anni, sarà limitato in via sperimentale all’America Latina. Ma in caso di successo potrebbe essere esteso su scala globale.

Solo fantascienza?

I progetti di questo filone assomigliano molto al famoso “Project Camelot”, lanciato dall’esercito Usa nel 1964, durante l’amministrazione Johnson, è interrotto dopo solo un anno a causa delle questioni etiche sollevate dagli stessi scienziati sociali coinvolti. Ma portano alla mente anche la “Psico-storia”, l’immaginaria superscienza sociale raccontata dallo scrittore Isaac Asimov nei romanzi del ciclo della Fondazione.

A sostegno del filone di studi, però, ci sono istituzioni autorevoli, come il Center for Collective Intelligence del Mit. Quella di Leetarau e altre ricerche analoghe “rappresentano un passo avanti significativo rispetto al passato”, ha dichiarato al New York Times il direttore del Cci Thomas Malone, che con il suo centro sta utilizzando tecniche di indagine simili per prevedere il comportamento dei consumatori “con un’approssimazione del 90 per cento”.
A fare la differenza con i fallimentari tentativi del passato sarebbe proprio la presenza di Internet, che da sola costituisce una banca dati finora inaccessibile a qualunque governo, enorme e in continuo aggiornamento, che renderebbe possibile – o almeno ipotizzabile – quello che fino a un paio di decenni fa era destinato a rimanere nel campo della letteratura di fantascienza.

“Oggi – afferma Malone – abbiamo a disposizione una mole talmente ampia e ricca di dati e di algoritmi predittivi da rendere possibile una previsione che non sarebbe mai stata possibile prima”. 

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