Il fallimento di Atene non si può più rinviare

Il fallimento di Atene non si può più rinviare

L’uscita della Grecia dall’eurozona non è più un’ipotesi così astratta come si poteva immaginare un anno fa. Negli ambienti legali europei si parla con sempre maggiore insistenza di questa possibilità sebbene sia e rimanga un mero caso di studio. Questo perché a oggi è impossibile che si realizzi un simile scenario. L’uscita di uno Stato membro dalla moneta unica non è contemplato, dato che il Trattato di Lisbona disciplina, all’articolo 50, solamente l’uscita dall’Europa e non dalla zona euro. Una risposta potrà arrivare dal prossimo vertice europeo che si terrà il 9 dicembre. Sul tavolo c’è infatti la riforma dei Trattati. Da un lato Germania e Francia vogliono un rapido cambiamento, capace di portare più unità fiscale e sanzioni più onerose per chi violerà le regole di bilancio. Dall’altro, i Paesi come Grecia o Portogallo potrebbero essere ulteriormente affossati dal nuovo quadro legislativo che la modifica dei Trattati porterà. Per ora c’è una certezza. Nel 2012 nessuna possibilità potrà essere scartata a priori.

Ieri il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha rilasciato il pagamento di una nuova tranche di aiuti per la Grecia. I 2,2 miliardi di euro che finiranno nelle casse del Tesoro di Atene serviranno per sostenere il Paese nelle operazioni di ordinaria amministrazione, ma la situazione è drammatica. La verifica della condizione economica del Paese, compiuta dai funzionari del Fmi, appare sempre più senza controllo. «Il programma è in una fase difficile, con le riforme strutturali che procedono lentamente, l’economia debole e un deterioramento generale», spiega l’istituzione di Washington. Il sistema bancario deve essere messo in sicurezza e non bastano le raccomandazioni del nuovo premier Lucas Papademos, ex membro del Consiglio direttivo della Bce.

Sul piano bancario, invece, continuano le negoziazioni dell’Institute of international finance (Iif), la lobby bancaria internazionale. Completamente fallito il programma del Consiglio europeo del 21 luglio scorso, che prevedeva un haircut, cioè un taglio al valore nominale dei bond detenuti in portafoglio, del 21%, ora stanno andando avanti le prove per capire fino a che punto le banche europee possono sopportare le svalutazioni degli asset ellenici. In particolare c’è da capire quanto del debito greco, circa 365 miliardi di euro secondo il Fmi, dovrà essere ristrutturato e in che modo impatterà sui bilanci degli istituti di credito della zona euro. Una soluzione non sarà trovata prima di febbraio, ha spiegato due settimane fa il direttore generale dell’Iif, Charles Dallara.

Quello che è certo è che sono diversi gli studi legali che stanno lavorando al dossier ellenico. Uno di questi è Cleary Gottlieb, che da diversi mesi sta facendo da advisor ad Atene per la ristrutturazione del proprio debito. Chi sta curando le operazioni è Lee Buchheit, uno dei maggiori esperti mondiali in questo campo. È stato lui infatti l’avvocato che ha aiutato l’Argentina quando, il 2 gennaio 2002, ha ufficialmente dichiarato default. Un suo paper dello scorso aprile ha messo in evidenza quanto fosse pesante la situazione di Atene. Le operazioni di privatizzazione vanno a rilento e lo scenario macroeconomico si sta deteriorando con una velocità disarmante. Il prossimo anno l’economia greca si contrarrà ancora, secondo i dati della Banca centrale di Grecia e del Fmi, impedendo la crescita che invece servirebbe ad Atene per adottare in pieno il programma di sostegno. È chiaro che, in un contesto di ulteriore difficoltà, tutte le possibilità, anche le più radicali, potrebbero essere prese in considerazione.

Oltre a Cleary Gottlieb, anche Clifford Chance e Bird & Bird stanno utilizzando la Grecia come base di studio. L’appartenenza alla zona euro di un Paese già tecnicamente fallito è una miniera di lavoro per gli avvocati specializzati in ristrutturazione del debito, che attualmente è l’unica via possibile per Atene. Oltre che per le ragioni legislative legate al Trattato di Lisbona, l’uscita dall’eurozona della Grecia non garantirebbe la stessa sicurezza dagli shock esogeni che invece garantisce l’euro. A dirlo è la banca elvetica UBS che, in un recente report, ha evidenziato questo aspetto.

Il vertice europeo del prossimo venerdì dovrà decidere come cambierà l’eurozona nei prossimi mesi. È chiaro che l’attuale assetto non è più sostenibile e occorre agire in modo tempestivo. L’ampliamento dell’operatività della Banca centrale europea, pur mantenendone l’indipendenza, è solo uno dei passaggi fondamentali se si vuole evitare una disgregazione più costosa che vantaggiosa. Dal punto di vista politico ed economico, il collasso dell’euro non conviene a nessuno dei Paesi membri. Ma per Atene è difficile che si possa fare di più, dopo il primo bailout da 110 miliardi di euro e dopo il secondo, approvato nello scorso luglio. C’è da sperare che Eurogruppo e Consiglio europeo lo tengano a mente.

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