L’euro è morto, viva l’euro. Il collasso della moneta unica europea tiene banco a dieci anni dalla sua introduzione sui mercati internazionali. Aumenta la produzione di ricerche sugli effetti di un evento considerato impossibile fino a pochi mesi fa. Il fatto che perfino il numero uno della Bank of England, Mervyn King, abbia pubblicamente dichiarato che esiste un piano di contingenza nel caso di collasso dell’euro è la prova della gravità della situazione.
A soffrire della precaria stabilità dell’eurozona è soprattutto la stessa moneta unica, che oggi nel cross contro il dollaro è scesa sotto quota 1,30. A poco è servito il Consiglio europeo del 9 dicembre scorso, definito dagli analisti come l’appuntamento cruciale per le sorti dell’euro. La partita si giocherà fra 2012 e 2013, quando andranno alle urne Francia e Germania.
L’ipotesi di un euro break-up circola da inizio anno. Con il deterioramento della situazione della Grecia e il contagio che è arrivato fino a Italia e Spagna, l’eurozona ha cercato di trovare una soluzione a una crisi che troppo tardivamente ha compreso essere sistemica. La Banca centrale europea di Mario Draghi fa quello che può con le armi a sua disposizione e, mentre la politica litiga, cerca di arginare l’arginabile. Tuttavia, da mera ipotesi, la disgregazione dell’euro potrebbe essere il classico esempio di profezia auto-avverante. Elevati i costi politici di questo evento, elevatissimi, comparabili a quelli di una guerra, i costi economici e sociali. Eppure, in assenza di risposte concrete e condivise, la strada intrapresa è quella.
Uno degli studi più completi in tema è stato prodotto da UBS. La banca elvetica a inizio settembre, come riportato da Linkiesta, aveva spiegato che una nazione come la Germania, nel caso optasse per l’uscita dall’eurozona, perderebbe una cifra compresa fra i 6.000 e gli 8.000 euro procapite per il primo anno e fra i 3.500 e i 4.500 per quelli successivi. Peggio andrebbe per una nazione con la Grecia. Il costo di un’uscita dalla zona euro per Atene costerebbe fra i 9.500 e gli 11.500 euro procapite per il primo anno e fra i 3.000 e i 4.000 euro per gli anni successivi. La secessione, tuttavia, potrebbe costare anche di più. Considerando uno studio più recente, condotto da Lombard Street Research, un Paese uscente dalla zona euro potrebbe perdere fra 12.000 e 18.000 euro procapite all’anno per i primi due anni nel caso sia o Francia o Germania, quindi il cuore dell’Europa. Dal terzo anno in poi, la cifra potrebbe essere compresa fra i 7.000 e i 9.000 euro procapite l’anno. Ancora più nefasto il quadro nel caso fosse la Grecia a uscire: fra i 18.000 e i 22.000 euro l’anno procapite per i primi due anni e fra 11.000 e 14.000 dal terzo in poi.
Quello che è certo è che non sono solo i costi economici a spaventare. UBS è stata la prima a mettere in guardia sui risvolti sociali che una secessione dalla zona euro potrebbe causare. «Quasi nessuna delle moderne unioni monetarie fiat (con valuta a corso legale, ndr) si sono disgregate senza una qualche forma di governo autoritario o militare, o di guerra civile», scrivevano a settembre Paul Donovan, Stephane Deo e Larry Hatheway. E pochi giorni fa, il cinque dicembre, Donovan, Deo e Hatheway sono tornati sul tema, ricordando che nonostante una secessione sia «improbabile», come anche un collasso dell’eurozona, è difficile pensare che possa esserci una soluzione sostenibile all’orizzonte. Colpa di una classe politica che litiga invece di unirsi, ma anche colpa di un’esperimento, quello dell’euro, che a dieci anni di distanza possiamo dire completamente fallito.
Unire sotto un solo cappello 17 nazioni, 17 economie, 17 interessi non è possibile senza un completo trasferimento della sovranità nazionale in materia economica e monetaria. Eppure, questo è successo. Esiste la Banca centrale europea, ma non esiste un ministero dell’Economia Ue. Ora, tuttavia, è troppo tardi per poter rimediare. Lo squilibrio di poteri fra Paesi come Germania, Olanda, Austria e Finlandia e altri come Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia è ormai insanabile. Che si parli di secessione o di collasso da diversi mesi è la testimonianza che qualcosa bolle in pentola. La certezza è che il sistema economico e monetario europeo, in questa forma, non sarebbe dovuto esistere. C’è però un problema. Il collasso dell’euro non conviene, né economicamente né politicamente né socialmente.
La strada che l’Europa sta percorrendo è tuttavia contraria a quella che razionalmente dovrebbe essere. Già oggi si possono scorgere i semi di una recessione che nel 2012 inizierà ufficialmente e che sarà peggiorata da due fattori. In primis dall’austerity. I diversi piani di consolidamento fiscale che i Paesi dell’eurozona hanno approvato negli ultimi mesi non solo abbasseranno la spesa pubblica, ma contribuiranno a ridurre le prospettive di crescita economica. Inoltre, non si deve sottovalutare che la dinamica dell’andamento dei prezzi al consumo non accenna a diminuire per la zona euro. Se poi a questo scenario aggiungiamo il congelamento del mercato interbancario europeo, il quale sta già provocando un notevole credit crunch bancario, e la perdita di fiducia degli investitori stranieri nel Vecchio continente, l’orizzonte di fronte all’eurozona non è limpido.
L’ago della bilancia del futuro dell’euro non sarà però l’economia. Sarà la politica. Nel 2012 la Francia andrà alle urne per confermare o meno la presenza di Nicolas Sarkozy all’Eliseo. Sarà quella l’occasione per capire da che parte si schiererà la Francia, il cui rating AAA sembra ormai essere un ricordo, anche se l’ufficializzazione del downgrade non è ancora arrivata. Nel 2013 sarà invece la Germania a dover andare al voto, con il cancelliere Angela Merkel la cui popolarità è in costante declino. Il suo elettorato, già stizzito per il salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo, non vuole più sopportare il peso di essere il bancomat d’Europa. Ma la Merkel sa anche che non può permettersi di passare alla storia come il cancelliere che ha contribuito a distruggere l’euro. In questa battaglia fra la razionalità, cioè il mantenimento della propria posizione per esigenze politiche, e irrazionalità, cioè l’adeguamento delle decisioni in base alla presa di coscienza che un collasso non è sostenibile, sta vincendo la prima. E non è un bene né per l’Europa né per la Germania.