Se ne sono andati

Se ne sono andati

Lucio Magri 

(19 agosto 1932 – 28 novembre 2011) 

Di Ferrara, di Bergamo, di Roma, e «di tutto il mondo». Nella prima città era nato, la seconda coincideva con le sue radici, la terza è la capitale dove si fa la politica italiana. L’ultimo luogo resta, in esteso, il territorio di chi sceglie di essere comunista, impegnandosi a capofitto per tutta una vita. Per esempio, dai vent’anni alle porte degli ottanta, e ogni tanto con caratteri propri. Come Lucio Magri, che a 79 anni, ha scelto di morire (suicidio “assistito”, in una clinica di Zurigo) molto lontano anche dalle definizioni standard che lo semplificavano: “ultimo togliattiano”, “comunista eretico”, eccetera.

Per sé, poteva permettersi altri concetti, più fraterni alle sue visioni del mondo. Questo, per esempio: «La morte non ti separerà da uomini che abbiano le tue stesse opinioni». È una riflessione di Marco Aurelio, ma potrebbe essere un promemoria di quello che Magri lascia ai suoi amici e compagni: una specie di lasciapassare che tutti loro potrebbero scambiarsi in nome di un lessico più che familiare, e di un “quotidiano comunista”. Inteso come giornale, e come giorno per giorno, o quarant’anni, condivisi dentro quel valore. Di minoranza, quasi congenita, e tanto più oggi. Sul loro giornale – il manifesto – Magri, nel 1973, scriveva, o manifestava – a colpi di prosa dialettica e molto addentro al linguaggio analitico della tradizione comunista – contro i passaggi contingenti della “sinistra riformista” («Perché Amendola torna in testa?», era il titolo del fondo), e il suo carattere programmatico di “nuova maggioranza”. Proponeva l’opposizione allargata, cioè qualcosa che, di metamorfosi in metamorfosi, resta ancora oggi l’abito lungo alternativo della sinistra italiana, ma che alla fine non viene scelto né indossato. Perché sarebbe passato di moda, o non ci sarebbero mai le occasioni. In parole non povere e decise, Lucio Magri si augurava che «possa cementarsi un nuovo schieramento di forze di opposizione assai più vasto di quello che oggi può dirsi rivoluzionario».

Lui e i suoi compagni, ognuno con una propria testa (il manifesto non è un partito) hanno condiviso qualcosa che non ha solo avuto a che fare con la loro Storia (le tappe del comunismo, italiano e mondiale), ma anche con l’esplorazione continua della vita activa (politica e a sinistra, ma non solo), dei suoi sensi, delle sue traiettorie. O in estremo, del loro esaurimento. Come Marco Aurelio, Magri potrebbe dire di avere sempre contemplato la possibilità di «una seconda navigazione dopo il naufragio». Essendo un uomo di minoranza (ne aveva anche il fisico, con degli occhi azzurrissimi che ricordavano l’iride e l’espressione di Massimo Girotti), sapeva stare particolarmente bene «in tutto il mondo», ragionandoci sopra, o semplicemente vivendolo.

E restando comunista, e scegliendo di morire, con un gesto «di mescolanza fra razionalità pura e passione» (parole dell’amico, e compagno, Valentino Parlato). Sono stati probabilmente tutti questi caratteri a suscitare, post mortem, diversi commenti mirati. E dove la morte per suicidio assistito sembrava un pretesto per dire altro. Questo: «Dopo una vita da ideologo mondano, nella morte volontaria di Magri, il tragico non c’è» (Guido Ceronetti, su La Stampa). O questo: «La sua è stata una gran bella vita! E che tanti meno fortunati vorrebbero, o avrebbero voluto avere» (Orso Di Pietra, sul sito de l’Opinione). Commenti “da maggioranza”, decisamente poco qualificata.

Svetlana Stalin 

(28 febbraio 1926 – 22 novembre 2011) 

O Lana Peters, il suo nome da sposata, e da cittadina americana. O Svetlana Allilueva, come aveva scelto di chiamarsi, prendendo il cognome della madre, nel 1953. L’anno della morte di suo padre, Iosif Stalin. Aveva 85 anni, è morta di cancro al colon a Richland County, Wisconsin.

Ha avuto la sorte della notorietà: primissimo piano in Urss, perché era la figlia di Stalin, e poi in Occidente, dove era passata, oltre quarant’anni fa, con una celebrated defection, a cui era seguita una pubblicazione di due autobiografie. Dove, fra l’altro, scriveva di «aver odiato il suo passato di schiava in circostanze straordinarie». Al Cremlino, da bambina, e da ragazza, veniva chiamata «la piccola principessa», e nel Paese molte neonate venivano chiamate col suo nome, Svetlana. Era diventata una specie di marchio sovietico in stile hollywoodiano, una bambina bionda, prodigiosa, paragonabile a quello che era stata Shirley Temple negli Stati Uniti.

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Sua madre, Nadežda Allilueva, seconda moglie del dittatore, si era suicidata negli anni Trenta, suo fratello Yakov, era stato preso prigioniero dai tedeschi, durante la guerra, e proposto come ostaggio di scambio a Stalin in persona. Che aveva rifiutato. Per cui Yakov era stato ucciso. Da ragazza, voleva studiare all’università, Letteratura, ma il padre la obbligava a iscriversi a Storia. Prima del passaggio a Ovest, sarebbe diventata traduttrice dall’inglese, e avrebbe insegnato letteratura sovietica a Mosca.

Ha avuto la sorte dell’anonimato: da decenni non si aveva più memoria di lei, né in Russia, né da nessuna parte. Aveva sposato il signor Peters, viveva nel Wisconsin, l’unico posto dove era conosciuta, aveva avuto una figlia, Olga Peters, che vive e lavora in Oregon, ma usando il nome di Chrese Evans.

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Ha avuto il destino dell’emigrata, anzi della fuggita, con un nome pesantissimo, usato, detestato, e da cui, nel mezzo della vita, ha cercato di prendere il largo, con un misto di accorgimenti disperati e meditati. E comunque opposti alla precedente esistenza “da piccola principessa” dell’Unione Sovietica. Fra gli anni Ottanta e il decennio successivo, ha cambiato compulsivamente Paesi e fedi: è stata induista, cristiana scientista, si è riparata in un convento cattolico in Svizzera, ha girato l’India, l’Europa, è tornata a Mosca nel 1984, poi è passata in Georgia (ancora sovietica), poi in Inghilterra, in Francia, e di nuovo a Londra. Dove sembra sia vissuta in totale povertà (in una stanza della West London), e poi ricoverata, per un breve periodo, in un istituto per «people with emotional problems».

Ha avuto la pubblicità di una celebre foto, molto diffusa (clicca qui per vederla): una adolescente, con le gambe coperte da una calzamaglia di lana spessa, che sorride a mezzo viso di fronte all’obiettivo. È già abbastanza grande, ma è in braccio a un uomo che quasi la bacia, con un cappello militare e dei baffi in giù ancora scuri. Lui è suo padre. Ha avuto, alla fine della vita, una nostalgia impossibile, e dichiarata: «Ci si può sempre lamentare della propria sorte, ma il mio unico rimpianto sta nel fatto che mia madre non abbia sposato un carpentiere».

L’immagine di questa settimana: Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini, Italia, 1962

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