Così Miccichè si fa il gruppo in Parlamento senza averne i numeri

Così Miccichè si fa il gruppo in Parlamento senza averne i numeri

Chi si ricorda del movimento politico Pensiero e Azione? Probabilmente quasi nessuno. Alle elezioni del 2008 il partito guidato da Antonio Piarulli presentò la propria lista solo a Torino, nella circoscrizione Piemonte 1. Attestandosi, con 946 preferenze totali, sullo 0,07 per cento. A dispetto del risultato non esaltante, da ieri Pensiero e Azione (PPA) ha fatto il suo ingresso alla Camera dei deputati. Onore e merito al Grande Sud di Gianfranco Miccichè, che ne ha preso in prestito il simbolo.

Una cortesia istituzionale? Non proprio. Piuttosto un’antipatica consuetudine dei nostri parlamentari. Un espediente usato dai partiti più piccoli per beneficiare di risorse a cui altrimenti non potrebbero accedere. Il meccanismo non è complesso. Ogni gruppo rappresentato alla Camera ha diritto a un certo numero di “benefit”. «Il Presidente della Camera – si legge nel Regolamento – assicura ai gruppi parlamentari, per l’esplicazione delle loro funzioni, la disponibilità di locali e attrezzature e assegna contributi a carico del bilancio della Camera». Nel caso del gruppo misto – dove alloggiano le formazioni più piccole – titolari dei “benefit” sono le diverse componenti. Ovvero i partiti rappresentati da almeno dieci deputati. Limite che scende fino a tre, se il movimento si è presentato alle ultime elezioni con un proprio simbolo. Fatta la legge – articolo 14 comma 5 del Regolamento di Montecitorio – trovato l’inganno. Chi non possiede nessuno dei due requisiti può prendere in prestito un simbolo altrui.

È il caso di Grande Sud, forte di nove parlamentari, che si è apparentato con Pensiero e Azione. Ma non solo. La componente di Alleanza per l’Italia – il partito di Francesco Rutelli – conta solo sette deputati. «Noi abbiamo trovato un accordo con l’Unione democratica per i consumatori» racconta il vicepresidente del gruppo Pino Pisicchio. E così è entrato in Parlamento anche il partito di Willer Bordon che nel 2008 aveva ottenuto lo 0,25 per cento dei consensi. Spulciando tra le sigle del gruppo Misto spunta fuori persino la Lega Sud Ausonia. Il partito che alle ultime Politiche aveva candidato a presidente del Consiglio Gianfranco Vestuto, ottenendo lo 0,01 per cento delle preferenze (4.399 voti). Di simbolo in simbolo, nel giro di tre anni e mezzo all’interno del gruppo sono nate nove componenti. Quasi sempre formate da non più di 4-5 deputati. «Così tante – si lamenta oggi il presidente del Misto, il deputato altoatesino Siegfried Brugger – che non abbiamo più locali a disposizione. Un’emergenza logistica: le componenti crescono, ma non ci sono più uffici da assegnare».

Ma quali sono i vantaggi di avere una propria componente? Anzitutto quelli politici: si conquista il diritto di venire ascoltati dal presidente della Repubblica durante le consultazioni, si ottengono più minuti per intervenire in Aula. I parlamentari ne parlano malvolentieri. Ma c’è anche qualche tornaconto finanziario. Diventando componente del gruppo misto si conquistano un paio di uffici, un piccolo team di collaboratori (personale in mobilità che in passato ha lavorato per gruppi ora scomparsi). E poi c’è un fondo speciale per contrattualizzare tre lavoratori esterni. Mistero sulla cifra precisa, c’è chi parla di 90mila e chi di 180mila euro annui (interrogati al telefono, i deputati responsabili di diverse componenti giurano di non ricordare i dettagli del versamento). Infine c’è il finanziamento che la Camera assegna ad ogni gruppo, calcolato per singolo parlamentare. Circa 1.800 euro a deputato. Al mese. «Un finanziamento pubblico ai partiti parallelo – spiega l’ex dirigente di un gruppo parlamentare – Lontano da occhi indiscreti. Il bello è che le spese per i collaboratori non devono neppure essere giustificate. Salvo poche eccezioni anche quelli sono soldi che finiscono direttamente al partito».

L’unico all’oscuro di tutto sembra essere Antonio Piarulli, segretario di Pensiero e Azione. «Da novembre sono sceso a Roma diverse volte per chiudere questo accordo – racconta – Ma finalmente anche il PPA è in Parlamento». Il suo obiettivo l’ha raggiunto. In cambio giura di non aver ottenuto nemmeno un ringraziamento. «Vuole sapere se ho preso soldi? Non scherziamo. Quello che mi interessa è portare avanti il mio programma. Io faccio politica per passione, le questioni economiche le lascio ad altri…». Appunto.  

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