Da Torpignattara al successo, la lunga strada di Amir

Da Torpignattara al successo, la lunga strada di Amir

(Fotografie di E.B.)

Il suo nome, letto al contrario, fa “rima”. Che sia un predestinato? Forse. Del resto, fin da ragazzino, Amir ha seguito la strada del rap. E grazie al rap ha vinto quasi tutte le sfide della vita. Nel 2011 il regista Francesco Bruni lo ha contattato per comporre la colonna sonora di Scialla, il suo film d’esordio, premiato nella sezione “Controcampo” all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. E Amir è sfilato sul tappeto rosso dove, tra Vincent Cassel (il suo idolo) e Monica Bellucci, si è preso gli applausi di critica e pubblico. Proprio lui, figlio di un immigrato egiziano, nato e cresciuto a Torpignattara, quartiere romano balzato agli onori della cronaca in questi giorni per questioni che poco hanno a che fare con la musica.

Scialla racconta la storia di Luca, un adolescente alla ricerca di una guida. Tu sei sempre stato un artista impegnato: nei tuoi testi hai raccontato storie di disagio sociale, in cui molti giovani possono rispecchiarsi. Hai mai provato la sensazione di essere una sorta di “guida” per qualcuno?
Attraverso la musica, ho sempre cercato di trasmettere un messaggio positivo. La mia storia personale non è facile, mio padre è in carcere. Ma ho cercato di non darmi mai per vinto, di affrontare la vita rimboccandomi le maniche. E, grazie anche all’aiuto di mia madre, ce l’ho fatta: non ho mai avuto guai con la legge, sono riuscito a guardare oltre i problemi, a costruirmi una vita, a far crescere un figlio. Per questo, con le mie canzoni, cerco di mettere in guardia i ragazzi: cercate di studiare, trovatevi un lavoro, non lasciatevi sopraffare dalla vita. In questo senso sì, mi sono sentito una “guida” per qualcuno, così come mia madre lo è stata per me.

Quella di Scialla è la tua prima colonna sonora. La tua discografia, però, è già abbastanza ricca. Hai cominciato da ragazzino a fare musica, nelle Roma degli anni ’90. Ci racconti un po’ la tua gavetta?
Ho iniziato a frequentare la scena hip-hop romana ancora molto giovane. C’era un grande gruppo di persone che partecipavano alle jam, non solo gli mcs, ma anche i writer e i ballerini di breakdance. Lì venni a contatto con rapper già molto conosciuti, come i Colle Der Fomento e i Corveleno… in quel giro io ero il più piccolo, la mascotte, tanto che questi gruppi, spesso, mi portavano con loro ai concerti. Non rappavo ancora, ma partecipavo ogni tanto a qualche gara di freestyle. I ragazzi più grandi mi dicevano: “Sei bravino, perché non ci provi?”. A quei tempi avevo una situazione familiare già abbastanza pesante e non immaginavo che un giorno avrei trovato la forza di raccontare in musica le mie vicende personali. Però quando sono cresciuto mi sono detto: “Ho tante cose da raccontare, è arrivato il momento di tentare”. Così ho cominciato. E ho notato che la musica mi faceva stare bene. Riuscivo a tirare fuori un peso che avevo dentro da molto tempo, è diventata una sorta di autoterapia. Per questo ne ho parlato nelle mie canzoni: ce n’è una che si chiama “5 del mattino” e racconta di quando la polizia entrò in casa per arrestare mio papà.

Come vivevi nella Roma di quegli anni? Tu sei nato e cresciuto a Torpignattara. 
Già. Quando ci abitavo io c’erano pochissimi immigrati, oggi invece gli italiani sono in minoranza. Per me questa è una cosa positiva e bellissima, chi invece vive nel quartiere da cinquant’anni non riesce ad accettare il cambiamento. Roma l’ho conosciuta proprio grazie all’hip hop: era la musica che mi spingeva a spostarmi per la città, che mi faceva conoscere gente nuova. Tra rapper si era creata un’unione molto bella: pensa a tanti ragazzi, di ogni estrazione sociale, che escono insieme. C’era chi aveva il papà ambasciatore e chi, come me, ce l’aveva in carcere. Ma la musica ci ha aiutato a non ghettizzarci, eravamo tutti uguali davanti al rap.

Con il fatto che tuo papà è egiziano, sei sempre stato etichettato come l’artista delle seconde generazioni. Credi che questa cosa ti abbia aiutato oppure no?
All’inizio sì. Essendo figlio di un’immigrato, radio e televisioni si sono mostrate molto interessate a me. E ancora adesso è così: se digiti su Google “Amir” e “seconde generazioni”, ti escono centinaia e centinaia di articoli. Ogni due o tre giorni mi invitano a trasmissioni per parlarne. Su questo tema, a quanto pare, sono il numero uno. Ma non sono state tutte rose e fiori. Una volta mi hanno chiesto di parlare di terrorismo islamico, un’altra sono stato contattato per un programma sul cibo orientale. Ho corso il rischio che la mia musica passasse in secondo piano e diventassi un opinionista: ho dovuto lottare per evitare di rimanere imprigionato in quest’etichetta. Oggi posso dire, finalmente, di esserci riuscito.

Hai avuto anche una discussione con Borghezio e Daniela Santanché sul tema..
(sorride) Già, in una trasmissione condotta da Luca Telese. Lei non riusciva ad accettare il fatto che un ragazzo con i genitori stranieri, se nasce in Italia, è italiano. Anche i poliziotti quando leggono “nato a Roma” sulla mia carta d’identità non si fidano, telefonano in centrale, vogliono controllare. E pensa che io in arabo so dire soltanto “kebab”. Cambiare le leggi non basta, deve cambiare la percezione di come è fatto un italiano. L’Italia, oggi, è all’inizio di un percorso. Sta avvenendo qui quello che in Francia e in Inghilterra è già accaduto da anni. Ma su questo tema, nel nostro Paese, c’è ancora molto da lavorare.

Torniamo alla musica. Dopo Scialla hai detto: «È stupendo essere riconosciuti per il proprio talento musicale, dopo anni di sacrifici e delusioni». A cosa ti riferivi?
Qualche anno fa firmai un contratto discografico, per tre album, con la Virgin. Era il periodo in cui Mondomarcio era in rotazione su Mtv. Per me era un grande traguardo, mi sono sentito per la prima volta “arrivato”. Ma proprio in quel momento, l’etichetta discografica iniziò ad avere problemi economici. Si vendevano sempre meno dischi e la crisi stava già facendo sentire i suoi effetti. Pubblicarono il mio album che, nonostante una promozione molto limitata, vendette diecimila copie, ottenendo un buon successo. A un certo punto, però, la Virgin fallì. E io mi ritrovai di nuovo al punto di partenza. 

Hai pubblicato recentemente un ep con Ceasar Production, Red Carpet Music, per celebrare il successo ottenuto con Scialla. Hai deciso di renderlo scaricabile gratuitamente dal tuo sito internet. Sei favorevole al file sharing? È un bene o un male per la musica?
Dipende. Sono favorevole, quando è l’artista stesso a voler condividere la propria musica in modo gratuito. Io personalmente trovo che sia uno strumento promozionale assolutamente straordinario. Poi, però, pretendo che il fan acquisti l’album ufficiale, perché solo così mi permette di continuare a fare musica. Il meccanismo dovrebbe essere questo: ascolti due o tre estratti e, se le sonorità ti piacciono, lo compri. Purtroppo però vedo che si tende a non acquistare più nulla.

Per il rap in Italia questo è un momento d’oro, con tanti artisti emergenti alla conquista delle classifiche. Come mai, secondo te?
Credo che la motivazione principale sia che i ragazzi di oggi si rispecchiano molto di più negli artisti che fanno musica rap che in quelli pop. Io non so quanto un ragazzo di 15 o 16 anni si possa davvero identificare in un testo di Ligabue, Vasco Rossi o Eros Ramazzotti… il rap, invece, racconta la realtà. Magari anche in modo scherzoso o ironico, ma lo fa. Parla direttamente ai ragazzi. Prendi Fabri Fibra: nelle sue canzoni, apparentemente così frivole, riesce anche a dire cose forti, a trasmettere un messaggio.

Ho letto che stai lavorando a un nuovo disco. Proseguirai seguendo la strada tracciata con Scialla, oppure tenterai percorsi musicalmente differenti?
Dopo Scialla, esperienza bellissima ma artisticamente più limitata – nel senso che, a livello compositivo, dovevo restare in qualche modo legato alla sceneggiatura – sentivo proprio la necessità di un disco completamente mio. Ne è venuto fuori un album maturo, che spero possa arrivare anche a un pubblico più adulto. Mi piacerebbe essere riconosciuto come lo è Jay-Z in America, cioè un artista in grado di raccontare storie di spessore, apprezzate anche da trentenni e quarantenni. Il disco uscirà tra febbraio e marzo, mentre tra qualche giorno girerò il video del primo singolo, che si chiama “Inossidabile parte 2”. 

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