Il rock italiano non è morto ma rischia la pensione

Il rock italiano non è morto ma rischia la pensione

In questi giorni le cronache musicali italiane, solitamente impegnate nel gossip – vedi le scaramucce tra Vasco Rossi e Ligabue per stabilire chi sia il più bravo del reame o quelle tra i vertici della Rai e lʼentourage di Celentano sulla partecipazione del Molleggiato a San Remo a fronte di compensi da capogiro – hanno dedicato grande spazio al ritorno discografico dei Litfiba. Lʼuscita, lunedì 16 gennaio, di Grande Nazione, primo album di inediti della band fiorentina dal 1999 – anno in cui Pelù e Renzulli, dopo il pop-rock mellifluo di Infinito, decisero di separare le loro strade tra aspre polemiche e accuse reciproche, non proprio signorili – è stata accompagnata da una visibilità mediatica davvero sorprendente, frutto di un interesse non circoscrivibile, evidentemente, alla sola schiera dei fan.

Il ritorno discografico della band fiorentina è stato infatti salutato da articoli su riviste, blog, giornali, interviste in tivù e radio e, ciliegina sulla torta, dallʼapparizione nel salotto televisivo di Fabio Fazio dove i Litfiba hanno eseguito la ballata La mia valigia. A questo si è aggiunto lʼinevitabile tam tam dei social network. Su Facebook fan vecchi e nuovi, quarantenni nostalgici della wave fiorentina anni ʼ80 (i Litfiba mossero i primi passi allʼinterno di quella fervida scena) e adolescenti cresciuti a suon di download e talent show, hanno postato i loro primi commenti sul disco dando vita a lunghe discussioni. Al di là della bontà o meno delle dieci tracce, sorprende che in un panorama musicale profondamente mutato rispetto a quello che i Litfiba avevano lasciato 13 anni fa (con lo sviluppo della rete acquisto e fruizione della musica avvengono con modalità e supporti diversi rispetto a quelli di un tempo) lʼuscita di Grande Nazione si sia rivelata un vero e proprio evento.

Non è facile capire perché un disco peraltro duro per temi e sonorità, con concessioni davvero minime allʼeasy-listening, possa in pochi giorni diventare campione di vendite e catturare anche lʼattenzione della generazione di You Tube e X-Factor. Verrebbe quasi da pensare che nellʼultima decade sia mancata in Italia una band capace di restituire, attraverso canzoni potenti e dissacranti, quellʼesplosione di energia che è lʼessenza primigenia di ogni disco rock. Forse i Litfiba, nonostante le cinquanta primavere di Pelù e le cinquantotto di Renzulli, incarnano, come per certi versi Vasco Rossi, unʼanima rock che i più giovani non riscontrano nelle band odierne. Certo il rock di Vasco è meno ruvido e più orecchiabile di quello dei Litfiba, ma il fatto che gli adolescenti soddisfino la loro voglia di trasgressione e ribellione rivolgendosi ad artisti che potrebbero essere anagraficamente i loro padri testimonia che in questi anni la causa del rock italiano non è stata perorata con efficacia dalle nuove band.

Gli stessi Marlene Kuntz e Afterhours, il cui successo di vendite non è comunque paragonabile a quello di Litfiba, Vasco Rossi e Ligabue, sono formazioni di ultraquarantenni nate tra la fine degli anni ʼ80 e i primi anni ʼ90. Formazioni che analogamente ai Litfiba hanno deciso di fare musica rock folgorate dallʼesplosione di creatività del punk e della new wave.
Tornando al successo di Grande Nazione si può anche azzardare unʼaltra chiave di lettura. Ossia che lʼattuale clima di incertezza economico-sociale che interessa soprattutto il mondo giovanile abbia creato terreno fertile per il positivo accoglimento di un disco che tocca temi scomodi.

Lʼalbum, che si avvale di una scrittura metaforica e ironica e di un suono duro, aggressivo, ma mai monolitico, ricorda molto da vicino Terremoto, lavoro del 1993 in cui i Litfiba mettevano alla berlina la corruzione di una classe politica, quella della Prima Repubblica, sommersa dagli avvisi di garanzia.
Terremoto immortalava con testi caustici, a tratti un poʼ populisti, e un suono abrasivo figlio del metallo evoluto – erano gli anni del grunge in America – quella stagione politica. Grande Nazione, nonostante fotografi impietosamente la crisi morale (Fiesta Tosta, Tutti Buoni, Grande Nazione) ed economica (Squalo) della Seconda Repubblica, è soprattutto il disco di due cinquantenni che hanno pagato a caro prezzo sulla propria pelle le contraddizioni stesse del business discografico. Di quellʼindustria avida di denaro e di icone che ha sempre cozzato, a ben vedere, con lʼimmagine ribelle che i Litfiba avevano offerto di sé sin dai tempi del loro album dʼesordio Desaparecido (1985).

Una delle ragioni del divorzio tra il carismatico front man e il valente chitarrista fu infatti il contratto capestro, firmato ingenuamente da Pelù nel 1989 con la CGD, che obbligava il cantante a incidere quattro dischi da solista (probabilmente i discografici, puntualmente smentiti, non credevano nel successo su vasta scala di una band proveniente dallʼunderground e puntavano più sul Pelù cantante). Forti di una ritrovata intesa umana e artistica, rinsaldatasi anche grazie allʼattività live degli ultimi due anni, dove i due, come qualcuno ha acutamente sottolineato, hanno avuto modo di sintonizzare i loro ego, Pelù e Renzulli raccontano con maggiore ironia che in passato, ma con la rabbia di sempre, il mondo odierno.

La loro canzone di protesta non è figlia delle utopie politiche degli anni ʼ70 coltivate ancora da certi cantautori italiani e da alcuni intellettuali (un tempo li avremmo definiti “organici”) per compiacere un pubblico di nostalgici, piuttosto dello spirito libertario e anarchico del punk. Quello dei Litfiba è un invito rivolto soprattutto ai più giovani a usare la propria testa, a capitalizzare sulle idee non sulle ideologie (Anarcoide), a essere liberi nonostante «essere liberi non è mai gratis» (Brado). Servirà a fornire linfa vitale anche a quei ragazzi che imbracciano oggi una chitarra, garantendo una successione credibile al trono ancora occupato da rockstar cinquantenni?

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