In pizzeria gli indignados Usa vanno all’attacco dei repubblicani

In pizzeria gli indignados Usa vanno all’attacco dei repubblicani

CHARLESTON (CAROLINA DEL SUD) – «Entrate nel luogo del comizio con il sorriso sulle labbra, sedetevi a un tavolino come nulla fosse e lasciate blaterare il candidato. Dopo qualche domanda del pubblico, quando meno se l’aspetta, alzate la voce e agitate i cartelli con la scritta “Money out of politics”, (Fuori i soldi dalla politica). A questo punto preparatevi al putiferio. Vi vorranno cacciare, vi insulteranno, vi additeranno come nemici dell’America. Ma voi restate incollati alle sedie con il sorriso stampato in faccia e la scritta a favore di telecamera».

Tono professorale, stazza da rugbista e marcato accento del New Jersey, Paul Getsos è sceso in South Carolina per condividere con la sezione locale di Occupy Wall Street (OWS) quanto ha appreso a New York, dove il movimento anti-establishment è nato la scorsa estate dilagando poi in tutto il Paese. L’obiettivo di Getsos, e quello di una manciata di attivisti reduci dalle contestazioni alle primarie repubblicane in New Hampshire, è far risuonare il verbo anti-Wall Street anche sotto i riflettori delle impagliate primarie del Grand Old Party.

«Chi vuole mettere in difficoltà Mitt Romney?» butta benzina sul fuoco Getsos, autore del libro “Tools for Radical Democracy” divenuto una bibbia per gli attivisti di OWS. «Romney è un osso duro, è sempre accerchiato dai gorilla della sicurezza. Ma neanche lui è inavvicinabile. Piazzatevi nel capannello dei cronisti e appena spunta strillate: “I tuoi attivisti sono foraggiati da Wall Street. Come puoi rappresentarci se prendi i soldi da Wall Street?”».

I discepoli di Occupy Charleston prendono appunti, annuiscono, a volte alzano il braccio per ottenere delucidazioni. Nel retro della pizzeria Andolini’s, nella penombra impregnata dall’odore di pizza al salame piccante, ci sono una sessantina di persone. Quasi tutti si dichiarano non schierati politicamente, una dozzina dice di avere la tessera del partito democratico e solo un tipo mingherlino sulla trentina confessa di essere un repubblicano. La candida ammissione gli vale un applauso fragoroso.

Tanti i gruppi rappresentati in questa assemblea carbonara, ci sono studenti, come Brandon Fish: «La polizia mi ha arrestato a novembre in una piazza della città, Marion Square; se mi ribeccano devo sborsare mille dollari e finisco in carcere per un mese». Ci sono vecchi sindacalisti come Dave Crosby: «Con le mie idee di sinistra avrei avuto più fortuna in Europa». Ci sono veterani del Vietnam come la guida turistica in pensione Thom Taylor: «Basta occupare parchi, inevitabilmente prima o poi ci costringono a smammare. Il movimento deve cambiare passo, rendersi protagonista di azioni simboliche in momenti mediaticamente clou come queste primarie in South Carolina». Ci sono attivisti per i diritti di lesbiche e trans come la ventenne Nina Raheta: «Voglio aggiungere un’altra dimensione a questo movimento, combattere per la libertà di gente come me, grassa, con la barba, insultata costantemente in strada, gente che se non sta all’erta rischia di essere arsa viva e nessuno se ne accorge».

Un attivista locale fa presente a Getsos che tattiche di contestazione troppo aggressive potrebbero non essere viste di buon occhio dalla gente del Sud  (d.b.)

Del merchandise di Occupy Charleston si occupa il veterano della guerra del Vietnam Thom Taylor con l’aiuto della moglie (d.b.)

Le tattiche di “bird-dogging” illustrate da Getsos, sperimentate con un certo successo in Iowa e sopratutto New Hampshire, servono – dicono alcuni attivisti – a sondare la vera natura dai candidati al di là delle frasi di circostanza con cui rabboniscono la loro claque o affrontano le domande compiacenti filtrate anzitempo da scrupolosi strateghi. E sono utili ad aprire gli occhi agli elettori su aspetti della vita del candidato che la macchina della propaganda intende insabbiare. Per esempio al palazzetto della scuola elementare Greenwood di Des Moines, una delle sedi dei caucus, dopo l’esecuzione dell’inno nazionale alcuni elettori, a turno, hanno preso la parola per sostenere la causa dei diversi candidati: quando l’organizzatrice del caucus ha chiesto chi volesse parlare in favore di Newt Gingrich ex presidente della Camera dei rappresentanti si è fatto avanti un ragazzino allampanato: «Sono per Gingrich perché è a favore del matrimonio, infatti si è sposato tre volte», ha esclamato facendosi sommergere di fischi.

Nonostante l’attenzione rispetto alle tattiche anarchicheggianti di Getsos, però, l’assemblea della pizzeria Andolini’s sembra spaccata in due sul fine ultimo della protesta. C’è chi desidera apertamente boicottare tutti i repubblicani, ritenuti in generale più deleteri di Obama. E c’è chi, forse la maggioranza, vuole superare la contrapposizione repubblicani-democratici spostando il focus sui malsani legami tra politica e ambienti finanziari. Il che, a detta degli indignati di Charleston, causa una crescente dicotomia tra pochi ricchi, la casta di cui fa parte il favorito per la corsa alla nomination Mitt Romney, e tutti gli altri americani.

«Se non fosse per noi», spiega Michael Premo, 29 anni, artista e attivista arrivato da Brooklyn, «i media non parlerebbero della mancanza di equità in America. Meno male che Occupy c’è». E se fino a qualche mese fa in questa zona del Sud degli Stati Uniti la parola “occupation” ricordava solo l’odiata occupazione nordista, adesso i confini semantici del termine si stanno ampliando per comprendere anche Occupy Charleston, l’eco delle proteste anti-establishment cominciate nel Nord.

Getsos mostra come creare un semplicissimo cartello da esibire al momento opportuno durante gli eventi del circo delle primarie (d.b.)
All’assemblea di Occupy Charleston si sono presentate almeno 60 persone. In maggioranza si sono definiti non schierati politicamente (d.b.)