L’agente MormoraLa rivoluzione di Nichi si ferma a Lecce, il Pd vince le primarie

La rivoluzione di Nichi si ferma a Lecce, il Pd vince le primarie

Proprio come nell’ultima pellicola di Ferzan Özpetek, i personaggi della commedia politica leccese hanno spesso gravi difetti di pronuncia ed un accento forse troppo barese per essere autentico. Mine vaganti lungo l’asse Lecce-Bari giocano a contendersi da tempo immemorabile il titolo che fu di Federico II di Svevia e non si tratta delle classiche rivalità campanilistiche o, peggio, calcistiche: è indubbio che il destino della penisola salentina sia sovente pianificato nel capoluogo, “baricentro” naturale dell’arte del governo regionale. Stavolta forse no, a dire il vero.

A Lecce si sono tenute le primarie del centrosinistra cittadino per scegliere il candidato sindaco dell’intera coalizione; strano ma vero: il PD è riuscito ad avere la meglio, niente rivoluzione arancione. E parrebbe che per una volta i campioni locali delle sigle democratiche abbiano deciso di vedersela tra di loro, rinunciando a consegnare le chiavi della città ai baroni calati dal Nord (o dall’alto: che è lo stesso). I numeri, per cominciare: 7.810 i votanti, di cui 221 stranieri. Vince Loredana Capone con quasi il 49% delle preferenze: 3.743 voti, Carlo Salvemini è secondo con 3.210 preferenze (42%), Sabrina Sansonetti ottiene invece l’8,99% e 820 voti. All’ufficializzazione del dato si racconta che sia riecheggiato nei locali dello spoglio l’urlo: «Brava mamma!», Letizia – una delle quattro figlie della Loredana – era lì a fare il tifo. Per queste ed altre ragioni merita di essere indagato l’esperimento allegro del laboratorio leccese: perché, in sintesi, è un condensato in provetta delle tante contraddizioni dell’area di centrosinistra, perché è una proiezione scientificamente attendibile delle ambizioni dei pezzi grossi che di qui a poco brilleranno nel firmamento del Tavoliere, perché – dopo la primavera di Milano e Napoli e Cagliari – pure a sud del Sud c’è chi sogna in grande, anche a costo di montarsi la testa.

Urne aperte per tutta la domenica: tanto entusiasmo e qualche preoccupazione. Per la complicata sfida “civica ed insieme cinica” che, ormai da mesi, tiene banco nel dibattito (stra)paesano. Si fronteggiavano Carlo Salvemini, outsider sceso per primo in pista e sostenuto dalle liste vendoliane, Loredana Capone, espressione del Partito Democratico e di altri cespugli, Sabrina Sansonetti , candidata dell’ultim’ora su cui l’Italia dei Valori ha puntato le sue carte. Il capoluogo è parso interessato ed i dati sull’affluenza confermerebbero la voglia di coinvolgimento della base, in una città ricca ma stanca, perennemente ossessionata dalla mancata valorizzazione della proprie potenzialità: capitale indiscussa della Giamaica d’Italia e culla di mille talenti, preda facile della crisi economica ed ostaggio della criminalità comune. Incerta sul futuro, ma comunque appassionata di cose belle, qualunque sia la loro forma: una sagra di prodotti tipici, un concerto in piazza sant’Oronzo, l’investimento spensierato di qualche munifico capitalista settentrionale (sull’intricata trama sociopolitica Stefano Cristante – docente di Sociologia dell’Università del Salento – ha scritto un istant ebook, spassosissimo già nel titolo “Pornopolitica e Turcinieddhri”).

Per tutta la giornata di festa, gli attivisti dei diversi comitati elettorali hanno annegato la stanchezza della corsa contro il tempo in un inguaribile ottimismo e si sono detti convinti che, al fotofinish, il proprio candidato avrebbe prevalso sullo sfidante. Intanto, giusto per fare i conti con la realtà, c’è da dire che il giovane Salvemini era al lavoro da tempo, ha fatto esercizio di coerenza ed umiltà e, chiedendo a gran voce la consultazione interna, ha finito per mettere in crisi le locali nomenclature democratiche di cui lui stesso, fino alla folgorazione sulla via di Terlizzi (città natale del Governatore Vendola) era espressione. Ma l’avvocato Capone, che da anni macina campagne elettorali come fossero passeggiate sulla litoranea, era scesa in campo con la promessa di non deludere il proprio partito che solo sul suo nome ha trovato la quadra, cosa non da poco. La candidata del gruppo di Di Pietro era in lizza da sole due settimane e, per quanto i suoi sorrisi affissi lungo i viali della città abbiano ammaliato gli automobilisti ossessionati dal traffico ingestibile ed ingestito, per lei si è da subito parlato di “testimonianza”: un modo per esserci e, soprattutto, per pesare la consistenza del partito in città. Forse a danno di Salvemini, spergiurano i maligni.

Alla finestra il centrodestra ed il sindaco uscente (probabilmente ricandidato per la stessa traballante poltrona): un certo Paolo Perrone , enfant prodige della destra moderata, cresciuto all’ombra della senatrice Poli Bortone (liaison poi tragicamente conclusa, tarantella di “mo’ si lasciano, mo’ si ripigliano” ogni volta che un’elezione s’affacci dal calendario, dunque anche stavolta). Pensate che persino nella maggioranza di centrodestra a Palazzo di Città si è ventilata l’ipotesi di convocare le primarie, anche per coinvolgere il gruppo di Io Sud, scissionisti fedelissimi dell’ex sindaca recentemente protagonista della svolta meridionalista, e rilanciare l’alleanza multicolore che avrebbe gioco facile a vincere in una città che, da sempre, guarda a destra con immutata simpatia. Ma il dilemma ha tenuto banco nei bar del centro e sui quotidiani locali davvero per poco, poi bocche cucite e sterminati silenzi. «No comment» anche da parte di un altro pezzo da novanta: l’ex sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano che, da tempo, vorrebbe sbarazzarsi delle gerarchie forziste e riprendersi il controllo della città.

Sullo sfondo, una partita molto più grossa, di cui le primarie sono semplice riscaldamento. Tra il presidente Vendola, con le ambizioni proiettate tutte sulla scena nazionale, ed il sindaco di Bari Emiliano, che molti giurano intenzionato ad occupare il palazzo sul lungomare che ora ospita l’«amico Nichi». Özpetek ha senza dubbio indovinato i profili dei suoi protagonisti, non parlano il dialetto della terra salentina: questo è vero, ma – allo stesso tempo – non possono evitare di confrontarsi con la città del Barocco, senza i cui voti non si va da nessuna parte. Né a Roma, né a Bari: lo sa bene Raffaele Fitto, ras democristiano e big del Popolo della Libertà, già governatore poi promosso ministro degli Affari Regionali nonostante la sconfitta in casa. Sebbene l’onorevole bazzichi la Capitale, non gli sarà sfuggito che a Sud si gioca il suo avvenire politico ed ogni competizione diventa una prova di forza. L’uscente Perrone – che da ieri sera rischia sempre di più – è il suo uomo, sarà anche poco simpatico e tanto grigio, ma è l’unico a poter condurre le truppe alla vittoria (eppoi, stando alla classifica sul gradimento dei primi cittadini stilata dal Sole24Ore, non sarebbe neppure messo così male: settantacinquesimo a livello nazionale, guadagna addirittura il 52 per cento dei favorevoli ad una eventuale sua rielezione).

E dire che l’amministrazione del capoluogo si è distinta per diverse figuracce, su alcune delle quali indaga addirittura la magistratura. Il centrodestra è al timone della città praticamente da sempre, unico sindaco di sinistra dello scorso secolo fu Stefano Salvemini (stimatissimo papà dello sconfitto Carlo), nel 1998 poi fu eletta sindaco per la prima volta la lady di ferro Poli Bortone, riconfermata con percentuali bulgare. Da un po’ di tempo a questa parte, tuttavia, chi impagina i quotidiani locali ha difficoltà a collocare le notizie più fragorose, troppo spesso infatti la cronaca politica si intreccia a quella giudiziaria. Tre le vicende che hanno segnato questi anni: il flop della spericolata operazione di emissione di Buoni Ordinari del Comune, la stramba ed oscura manovra di sale and lease back di alcuni immobili comunali siti in via Brenta, la costruzione finora sventurata di una rete di trasporto filobus da molti criticata per i costi esosi, i tempi biblici e per l’impatto urbanistico della ragnatela che ora segna il cielo leccese.

A garantire un pizzico di telegenica novità ci ha pensato Paolo Pagliaro, editore del gruppo Mixer Media (tivvù, radio ed altro): l’imprenditore fa sul serio o quasi, si è messo in testa, proprio nel periodo in cui ci si indigna con tanta facilità per i costi spropositati della macchina amministrativa, di voler costituire la Regione Salento (http://www.linkiesta.it/chi-padania-ferisce-moldaunia-perisce). Non solo: ha messo in piedi un variegato quanto inconsistente cartello elettorale, “Alleanza per Lecce”, zeppo di liste civiche e ricco di ben trecentosessanta candidati pronti a spendersi per il patron Pagliaro, il quale – tramontata per via giuridica l’idea del nuovo ente locale – ora ha ridimensionato i propri progetti con buona pace delle sue emittenti, i cui palinsesti rischiavano di essere monopolizzati dai servizi sulla scampagnata politica del capitano d’impresa etnochic. Un bivio gli si è parato davanti: correre in solitaria per andare poco lontano o salire sul carro del probabile vincitore per entrare nelle stanze dei bottoni oggi da ospite, domani da padrone di casa. Pare abbia scelto la strada più in discesa.

La sfida cittadina, nelle ultime ore, si era arricchita di qualche dettaglio noir. Nel corso di diverse conferenze stampa, il comitato promotore delle primarie ha avanzato il dubbio di inquinamento della competizione interna da parte degli avversari di centrodestra. Il trucco sarebbe consistito tutto nello scommettere sul candidato più debole trai tre, per stravincere poi alle secondarie: la stessa Capone ha, per prima, tirato fuori quest’ipotesi affatto peregrina (gli osservatori tuttavia hanno etichettato la mossa come una caduta di stile, un segnale di debolezza intrisa di vittimismo). C’è da dire che i comitati elettorali, alacremente, hanno tentato per giorni di raggiungere quanti più cittadini possibile – che, tra di loro, qualcuno sia accidentalmente elettore di centrodestra pare inevitabile: a patto che non siano stati gli stessi candidati ad appaltare il proprio consenso personale a non meglio identificati capibastone cittadini dalla dubbia tracciabilità politica. Insomma, fosse stato valido anche a Lecce il modello Pisapia o – per contiguità geografica – anche solo il modello Vendola: Salvemini avrebbe vinto facile. Eppure, come ha scritto il profetico Francesco Lefons sul newsblog 20centesimi.it , “Carlo non è Nichi e la Capone non è Boccia. Per fortuna o purtroppo”. 

Salvemini, presidente di una cooperativa che opera nel settore dell’editoria scolastica, è stato segretario cittadino della Quercia, ha seduto in consiglio comunale all’opposizione, poi ha sposato la causa del governatore in rotta coi vertici del PD. La Capone vanta un curriculum da gigante delle istituzioni: ha debuttato da assessore tecnico col padre di Carlo, è stata vicepresidente della Provincia, vicepresidente regionale del partito, candidata presidente alla provincia e sconfitta, consigliera un po’ ovunque ed è attualmente vice di Vendola in giunta regionale, dopo il successo di preferenze: qui esplodono i corti circuiti di questa campagna elettorale. Da che parte stava Nichi? Nessuno lo sa, probabilmente non è chiaro neppure a lui stesso: e non solo perché l’uomo si nutra volentieri di contraddizioni e fine cerchiobottismo. A Salvemini – che ha tenuto per tutta la campagna un profilo basso, tenace ma moderato – l’onorevole di Terlizzi deve un favore, ed i militanti di Sinistra Ecologia e Libertà si sono fieramente schierati con lui (c’era anche la lista civica “la Puglia per Vendola” il cui responsabile locale è Dario Stefàno, assessore regionale in quota Nichi).

Loredana Capone è però la democratica più vicina al presidente, amministratrice stakanovista, mamma premurosa, politica mai doma, astuta competitrice. Un po’ superba, spesso osteggiata dai “machi” del suo stesso partito, per via di quel protagonismo mal tollerato dai colleghi. Il lungimirante Vendola non ha mai sciolto la riserva: «Vinca il migliore», pare abbia sussurrato a urne chiuse. In città sono quindi sbarcati i big nazionali dei partiti interessati, una passerella degna delle grandi occasioni. Di Pietro ha liricamente sentenziato: «È l’attimo che costruisce la storia», Salvemini ha radunato, oltre a Stefàno, il neosindaco di Cagliari Zedda e l’assessore Fratoianni, volto nuovo del vendolismo con delega alle politiche giovanili, il presidente della provincia di Roma Zigaretti si è speso per “la Loredana”, assieme all’ingombrante sindaco di Bari. Eventi colossali nel loro piccolo, che hanno finito per mobilitare la parte attiva di cittadini leccesi che hanno affollato gli spazi di partecipazione e la rete (basterebbe dare un’occhiata all’hashtag #primarielecce sul social network dei cinguettii per farsi un’idea).

“Michi” (secondo il nickname coniato dalla stampa locale, in opposizione a Nichi) meriterebbe un capitolo a parte: ha costruito in queste settimane un suo personalissimo movimento, endogeno rispetto al PD, percorre la Puglia in lungo e in largo e non si fa mai beccare offline, usa facebook e twitter in maniera intelligente, quasi compulsiva. Oggi festeggia sincero, e non a torto. Alla Capone ha persino “prestato” i suoi fortunati –ormai non sbagliano un colpo– e scafati comunicatori baresi (sbeffeggiati con garbo e sagacia da un neonato blog di satira ‘ad personam’). Più ruspante la comunicazione di Salvemini, un team di giovani smanettoni con le idee a forma di sogni: campagna goliardica in cui ha dato il meglio di sé un manifesto riportante il contenuto di un’intercettazione in cui il vecchio direttore generale del Comune nell’era Poli, tal Buonerba, si vanta al telefono: «Allu comune de Lecce cumandamu nui» (in comune noi spadroneggiamo). Indisturbati, si potrebbe aggiungere.

La matriarca del film di Özpetek avrebbe una parola di conforto per tutti i suoi discendenti, certamente un sorriso criptico e rassicurante. Niente lieto fine: Salvemini era il rinnovamento ed è rimasto al palo, se ne discuterà nei prossimi giorni: il prestigio e l’influenza della Capone (che non si è dimessa da assessore allo Sviluppo Economico, ma ora dovrà rispettare la promessa e concentrarsi sulla città) avranno pesato, e non poco. Lo scarto di cinquecento voti, a seconda della tifoseria, sarà giudicato troppo stretto o troppo ampio e si tenterà di capire a che tavolo si siederanno i temporeggiatori dell’UdC. Oggi parte una lunga campagna elettorale, che preoccupa senz’altro la maggioranza uscente di Palazzo Carafa. Mentre nella sala più partecipata dell’Hotel Tiziano -sede delle primarie- i militanti del centrosinistra festeggiano il bagno di democrazia e tengono a battesimo il candidato sindaco figlio dell’anomalia politica leccese, la protagonista di “Mine vaganti” – dopo un lungo sospiro – saprebbe come concludere in bellezza: «Normalità, che brutta parola!».