Omsa chiude, la protesta delle donne sul web

Omsa chiude, la protesta delle donne sul web

Sarà una “befana senza calze” e non solo per la crisi che ha portato a un netto taglio dei consumi, ma soprattutto per la proposta lanciata dalla pagina facebook “A piedi nudi!”, che invita tutti i consumatori a boicottare i marchi Omsa, il noto gruppo produttore di calze, che a breve chiuderà lo stabilimento di Faenza, lasciando a casa 239 operaie. Lo scorso 27 dicembre 2011, infatti, le lavoratrici dell’azienda hanno ricevuto dalla proprietà un fax in cui si comunicava l’intenzione di procedere con la risoluzione dei rapporti di lavoro, al termine della cassa integrazione straordinaria, che scadrà il 14 marzo 2012. Il gruppo Omsa trasferirà la produzione in Serbia, dove può godere di condizioni più favorevoli, secondo una logica di risparmio dei costi d’impresa.

Immediate le reazioni alla diffusione della notizia dei licenziamenti: l’IdV, che da subito si era schierata a favore delle operaie dell’Omsa, chiede al governo di convocare immediatamente la trattativa, ponendo come condizione il ritiro dei licenziamenti, mentre i sindacati, in una nota congiunta Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uilta-Uil parlano di comportamento «inaccettabile e irrispettoso» da parte di Nerino Grassi, patron dell’azienda, che ha scelto ancora una volta «di sottrarsi al confronto e a ogni responsabilità, preoccupandosi esclusivamente di tagliare il cordone ombelicale con lavoratrici e lavoratori». Franco Grillini, presidente della Commissione Politiche Economiche della Regione Emilia-Romagna, parla invece di «provocazione» perché Omnsa, «nonostante fosse sana dal punto di vista industriale è stata trasferita in un paese dell’est».

Il dibattito accende anche la rete e su facebook e twitter si moltiplicano i commenti degli internauti. In tantissimi dichiarano che non acquisteranno più prodotti del gruppo: come ad esempio Eleonora85 che grida in un twitt: «Tu licenzi? Io non ti compro! Boicotta OMSA!» o ancora Barbara Campanelli che sulla pagina facebook del gruppo “A piedi nudi” dichiara la sua vicinanza e l’intenzione di non acquistare più i prodotti: «Vi sono vicina, io e le mie bambine siamo fedeli alla vostra causa, nn compreremo più i loro prodotti. Non mollate, facciamogliela pagare».

Alla scelta dell’azienda di delocalizzare la produzione Dino Amenduni risponde così: «Omsa: gli imprenditori possono delocalizzare, i clienti possono cambiare prodotti come risposta», proponendo quindi di premiare quelle aziende che scelgono di mantenere i propri stabilimenti in Italia, garantendo così l’occupazione nel nostro Paese. Benché ci sia chi proponga di realizzare dei volantini da distribuire davanti ai punti vendita del marchio, c’è chi invece crede che non acquistare più i prodotti dell’azienda non serva a nulla, come scrive Martina Sassoli: «Boicottare un marchio come Omsa non farà altro che raddoppiare il numero dei licenziamenti. Non è così che si aiutano i lavoratori. Svegliaaa!» o chi pensa che la colpa non sia degli imprenditori come Emanuele Bottini: «copione ormai noto, non si possono condannare imprenditori al fallimento, la colpa non è loro!».

C’è poi chi si domanda quanti imprenditori potranno davvero resistere lasciando la loro produzione in Italia, scrive Pier Luigi: «Quando Omsa produrrà all’estero abbasserà i prezzi? E i concorrenti restaranno in Italia perdendo altre quote di mercato?». E quanti consumatori potranno permettersi di non acquistare più i prodotti, twitta Andrea Girvasi: «in quanti possono permettersi di boicottare l’Omsa facendo acquisti “ideologici” senza guardare al prezzo di mercato?». Intanto l’evento facebook “Mai più Omsa”, creato il 31 gennaio, ha raggiunto in soli tre giorni oltre 25 000 iscritti e al di là di ogni dubbio, in rete, resta soprattutto la solidarietà alle donne che perderanno il lavoro e una amara nota d’ironia, scrive Quink: «Faenza, licenziate le 239 operaie OMSA. Erano troppi 50 denari».

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