“Per crescere l’università italiana ha bisogno dell’estero”

“Per crescere l’università italiana ha bisogno dell’estero”

Marcello Gugliotta, 25 anni
Neolaureato in geologia
Naso (Me)

Cosa ha funzionato nel 2011?
Personalmente ho terminato i miei studi presso lʼuniversità pubblica italiana e ora sto per iniziare una nuova avventura di dottorato allʼUniversità di Liverpool. Detta così potrebbe sembrare che tutto abbia funzionato perfettamente e che lʼuniversità italiana abbia il merito di aver formato una figura professionale in grado di accedere a un dottorato nel Regno Unito. Credo però che il merito, più che del sistema universitario italiano (o di quello che ne rimane), sia dei singoli studenti e di alcuni giovani ricercatori e professori, che spesso senza fondi e solo e unicamente per passione portano avanti la ricerca in Italia.

Cosa deve cambiare nel 2012?
È necessaria unʼinversione di marcia rispetto a quello che è stato fatto negli ultimi anni. Mi auguro che, anche in un periodo di crisi e di tagli come quello che stiamo vivendo, i fondi per lʼistruzione e la ricerca non vengano intaccati, anzi, spero si torni a investire. So che forse potrebbero sembrare parole già sentite troppo volte, ma dobbiamo insistere: se si continua su questa strada le università italiane rischiano di fallire. Ogni anno vengono assunti sempre meno giovani e i contratti a tempo determinato in scadenza difficilmente vengono rinnovati.

Una proposta concreta per il futuro?
Quello che manca allʼuniversità italiana è lʼinternazionalità. È impensabile che un laureato, specialmente nelle discipline scientifiche, termini la sua carriera senza aver effettuato un periodo di studio allʼestero e senza conoscere lingue straniere fondamentali per interagire con la comunità internazionale del suo settore. Bisognerebbe mettere a disposizione degli studenti borse di studio per fare stage in università straniere. È vero, esistono alcuni progetti finanziati dallʼUnione Europea, come l’Erasmus o Leonardo, ma non sono sufficienti.

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