Salta lo sbarco del San Raffaele di Puglia, ma Don Verzè non c’entra

Salta lo sbarco del San Raffaele di Puglia, ma Don Verzè non c'entra

BARI – La lunga e tormentata storia del San Raffaele del Mediterraneo a Taranto è finita: l’ospedale non si fa più. La Regione Puglia fa marcia indietro e ritira tutti gli atti approvati per la costruzione del discusso ospedale oncologico d’eccellenza da 214 milioni di euro che la Fondazione San Raffaele, scelta senza gara pubblica, avrebbe dovuto completare entro il 2015 e poi gestire in via “sperimentale”.

Per Vendola e la sua giunta il futuro polo sanitario avrebbe dovuto allentare i “viaggi della speranza” dei malati pugliesi verso i centri di cura del Nord e abbattere così anche i relativi rimborsi, la cosiddetta “mobilità passiva” extraregionale che sul bilancio dell’ente continua a pesare ogni anno tra i 120 e i 135 milioni di euro, fra attività ospedaliera e prestazioni specialistiche di diagnosi e cura.

L’esecutivo pugliese ci credeva da anni: investire parte di quei soldi su un centro di cura e un polo tecnologico su standard europei proprio nel Tarantino, una delle zone più inquinate d’Europa, dal ’98 nell’elenco delle “aree ad elevato rischio ambientale” per le malattie oncologiche (DPR 196/98) e con un elevato tasso di mortalità per cancro del polmone, pleura e vescica (Asl Ta, dal 2006). Progetto ambizioso e soprattutto costoso: sul piatto 120 milioni di euro dalla Regione tramite il Programma attuativo regionale dei fondi Fas 2007-2013 e 94 dalla Fondazione San Raffaele attraverso la formula del leasing immobiliare in costruendo.

Tre anni dopo però tutto si è bloccato all’ombra delle inchieste della procura di Milano sulla crisi finanziaria del gruppo di don Luigi Verzè e poi sullo sfondo delle complicate trattative per la vendita dell’ospedale milanese conclusasi solo il 10 gennaio scorso a favore del gruppo ospedaliero San Donato. Ma la ragione del fallimento del San Raffaele del Mediterraneo a Taranto è un’altra: a novembre scorso, su segnalazione anonima, l’assessorato all’Urbanistica della Regione “scopre” che sull’area scelta per edificare l’ospedale, il “quartiere operaio” Paolo VI, non si può costruire un solo metro cubo di cemento almeno per 10 anni. Tant’è che Vendola è costretto a sospendere il concorso internazionale di progettazione che si sarebbe dovuto chiudere il 29 febbraio prossimo.

Una storia nata male e finita peggio. Inizia ufficialmente nel 2008, quando in Puglia il deficit per la sanità è pari a 252 milioni di euro e la sola Asl di Taranto ha un rosso pari a 82,8 milioni. La Regione decide in ogni caso di realizzare un nuovo ospedale e per farlo programma di chiuderne due, il Santissima Annunziata e il San Giuseppe Moscati nella vicinissima Statte. I due centri, stando ai dati Asl, risultano infatti attivi più per i casi urgenti di pronto soccorso che per le operazioni chirurgiche e con prestazioni di assistenza non adeguate ai livelli di altre realtà con stesse dimensioni e bacini di riferimento. In ogni modo strutture da 673 posti letto, dalla cardiologia all’unità coronarica.

Per Vendola e la sua giunta, il nuovo ospedale d’eccellenza va fatto subito e nel migliore dei modi, individuando cioè un partner medico-scientifico riconosciuto in tutto il mondo. Così, senza aprire una gara ad evidenza pubblica, la Regione sceglie con trattativa privata l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico San Raffaele e la sua Fondazione Monte Tabor di Milano che, secondo i dati del ministero della Salute, risulta primo in Italia per ricerca scientifica calcolata sulle pubblicazioni.
A maggio 2009 è già tutto pronto, ma il progetto tecnico-sanitario elaborato sugli standard del modello lombardo regala ai tarantini due sorprese: la nuova struttura sanitaria avrà 572 posti letto (510 degenza ordinaria, 42 day hospital, 20 day surgery), cioè 101 in meno rispetto al totale dei due “vecchi” centri da chiudere, e l’area individuata per tirarlo su nel quartiere Paolo IV non è pubblica, ma privata. E’ infatti della Fintecna Immobiliare srl, società del gruppo Fintecna spa, controllata dal ministero dell’Economia, a sua volta in affari con Fincantieri, le società Ligresta e Quadrante spa. Un colosso che a Taranto ha in mano un patrimonio edilizio immenso, a partire dal centro direzionale dell’Ilva.
La zona per il “San Raffaele del Sud” è comunque già urbanizzata e comprende la Cittadella della carità, lo stesso ospedale Moscati, le facoltà di Ingegneria e Scienze di Politecnico e Università di Bari, e il centro servizi di Sviluppo Italia Puglia.

Che fare per inserirci pure don Verzè? La Fintecna propone così al Comune di Taranto di cedere gratis i suoli scelti (32 ettari) solo se, con perequazione urbanistica, le viene concesso di costruire gli stessi metri cubi (circa 80mila) in altre due aree di proprietà (rurali) a nord del quartiere. A una condizione: con altre destinazioni d’uso, ricavandone cioè circa 250 appartamenti. Un business alla luce del sole che, nell’intreccio di carte, consegna al Comune, sempre a titolo gratuito, anche una piccola area a verde con servizi urbani (“Emiciclo”) stimata per 425mila euro. Il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano (Sel), accetta la proposta e il 22 gennaio 2010 sigla l’accordo di programma insieme a Regione, Asl, Fondazione e Fintecna (dopo l’intesa quadro del novembre 2009).

L’operazione però costa due varianti urbanistiche, una al Piano regolatore generale e l’altra al Piano particolareggiato Taranto Nord. Il Consiglio comunale tarantino le approva. Per la Regione, invece, la strada resta in salita: il governo Berlusconi fa sapere di non voler tirar fuori un euro (sfuma la prima ipotesi di 10 milioni) e la quota di finanziamento regionale stimata all’inizio (60 milioni) non basta più. Così, mentre il deficit sanitario pugliese si aggrava, i milioni per l’ospedale lievitano prima a 80 e poi a 120, ma soltanto con la copertura dei fondi FAS 2007-2013.

Dal lungomare Nazario Sauro di Bari, sede della Regione, vogliono far presto e alla nuova Fondazione arriva la promessa di un assegno di 60 milioni di euro valido come acconto. In cambio via Olgettina s’impegna a finire l’opera in tempi (sulla carta) record rispetto a quelli dell’edilizia sanitaria italiana e del Mezzogiorno: consegna delle opere entro il 30 giugno 2015 e messa in funzione nel gennaio 2016. Si fa sul serio, ma nell’estate 2010 arrivano i ricorsi. L’associazione cittadina Taranto Futura, la stessa che da anni chiede la chiusura dell’Ilva, scrive a Napolitano per far annullare tutto. Don Verzè, dice il comitato di salute pubblica cittadina, non è a capo di una onlus, ma svolge attività imprenditoriale nell’ambito sanitario, per cui la Regione, come ribadito da alcune sentenze del Consiglio di Stato (1/2008, 3879/2009, 5956/2010), avrebbe dovuto aprire una gara pubblica per scegliere il socio privato.

La sanità pugliese è in tilt da mesi. Gli scandali e le inchieste Tarantini-Tedesco, ma soprattutto il buco di bilancio. La Regione, si sa, ha sfondato il Patto di stabilità nel 2006 e nel 2008 e il governo nazionale decide di “congelare” una volta per tutte la quota regionale di 500 milioni di euro nell’ambito del fondo sanitario nazionale. Due le alternative: addio ai soldi o subito un piano di rientro dal deficit. Vendola predispone così il piano da chiudere entro il 2012 e lo firma davanti agli ormai ex ministri Tremonti e Fazio. Il prezzo da pagare per la Puglia è alto: da Foggia a Lecce scatta il blocco del turn-over, lo stop alle internalizzazioni del personale delle cooperative di servizi, l’introduzione del ticket di 1 euro su ogni ricetta per diminuire la spesa farmaceutica, ma soprattutto tagli per 2.211 posti letto e la chiusura (in alcuni casi riconversione) di 18 piccoli ospedali.

A Taranto (come altrove) insorgono cittadini, sindacati, operatori sanitari, politici di destra e sinistra: oltre al danno di chiudere i centri SS Annunziata e Moscati per far posto al San Raffaele, sembra ci sia pure la beffa di dover dire addio a quelli di Mottola e Massafra. E così è. Il via libera ai tagli non porta però molta fortuna al futuro ospedale. Il progetto inciampa prima sui finanziamenti e poi anche sui conflitti d’interessi legati alla Fondazione.

Per sbloccare la prima rata di finanziamento, serve infatti un’altra autorizzazione: il parere positivo del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici della Regione. Arriva a dicembre 2010. L’organismo tecnico regionale (presidente Giuseppe Moro) dice sì alla spesa, ma fa sapere a Vendola e alla sua giunta che ci sono molti dettagli da approfondire. Sono 11 punti, tra “precisazioni” e “raccomandazioni”.

E che cosa non quadra in particolare ai tecnici regionali? La compatibilità della spesa col piano di rientro (“non ha formato oggetto di valutazione”), il peso nell’equilibrio economico del progetto costituito dai 18,6 milioni di euro di rimborsi annui versati dalla Regione per pronto soccorso, aree intensive, ricerca e didattica (“costo rilevante”), la scelta della Fondazione (“i medesimi risultati finanziari potrebbero essere teoricamente conseguiti con una diversa composizione degli stakeholder”), quella del leasing in costruendo (“sia nuovamente verificato che sia effettivamente quella più vantaggiosa dal punto di vista finanziario e economico rispetto alle altre soluzioni astrattamente adottabili”) e pure quella per l’area su cui costruire (“il procedimento per l’acquisizione non è ancora terminato” e “sarebbe opportuno un ulteriore approfondimento dal punto di vista ambientale e dell’accessibilità”).
A fine 2010 c’è quindi ancora tanto da lavorare. Ma la Regione nel frattempo ha già approvato lo statuto, costituito la Fondazione e nominato tre dei cinque consiglieri di amministrazione (2 dal San Raffaele di Milano). Pure qui, però, c’è qualcosa da “approfondire”. Uno dei consiglieri scelti dalla Regione è Paolo Ciaccia, avvocato tarantino che esercita nello stesso studio legale del collega e assessore al Bilancio della giunta Vendola, Michele Pelillo, pure lui di Taranto e tra i maggiori sponsor dei lettini di don Verzè. Apriti cielo: a settembre Ciaccia si dimette e al suo posto arriva il preside della facoltà di Economia e Commercio di Bari, Vittorio Dell’Atti, poi a capo della Fondazione.

Col 2011 invece arrivano finalmente i soldi. A febbraio, mentre a Milano scoppia il crack del San Raffaele, la Regione mantiene la promessa e impegna i “famosi” 60 milioni di euro: 4,2 stanziati a febbraio come anticipo per gestire il periodo transitorio e 55,8 da versare all’apertura del cantiere. Dalle indagini giudiziarie dei magistrati milanesi spunta anche l’ipotesi di bancarotta fraudolenta e vengono fuori debiti verso i fornitori per 500-600 milioni di euro. A luglio il braccio destro di don Verzè, Mario Cal, si toglie la vita, ma in Puglia si aspetta fino all’autunno per sospendere il bando di progettazione. Lo stop arriva il 17 novembre, ma il crack lombardo c’entra poco o nulla.

E’ l’assessorato regionale all’Urbanistica a fermare tutto. Ci sono conferme su quanto denunciato da un esposto anonimo: sui suoli del futuro ospedale c’è puzza di bruciato. Letteralmente. Nel 2006 e nel 2009, come rilevato dal Corpo Forestale dello Stato, la zona è stata infatti percorsa dal fuoco, ma nell’istruttoria del Comune di Taranto non c’è nulla sulle particelle colpite dalla fiamme. Un pasticcio. Per la Regione, i tecnici tarantini avrebbero invece dovuto tenerne conto, applicando le norme in materia di incendi boschivi (legge 353 del 2000) che impongono su tali terreni il divieto sia a costruire che a cambiare destinazioni d’uso almeno per 10 anni. Tant’è che il sindaco Stefano viene gentilmente invitato ad “approfondire” le carte per “garantire piena legittimità al procedimento di variante urbanistica”. Dopo due mesi salta tutto e la giunta revoca le delibere approvate tra il 2008 e il 2010. Il cda deve ora restituire le “utilitas” prodotte, sciogliere e liquidare la Fondazione. Nel giro di poco più di tre anni, muoiono così don Verzè, il “San Raffaele del Sud” e, per ora, anche il sogno di dare cure d’avanguardia alla città della diossina.

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