Portineria MilanoAl congresso Pdl il fantasma di Passera mette in ombra Alfano

Al congresso Pdl il fantasma di Passera mette in ombra Alfano

La sala del congresso Pdl

La chiave per capire il congresso provinciale del Popolo della Libertà di Milano la dà Denis Verdini, al termine degli interventi dei big all’Ata Hotel, gigantesco albergone in stile sovietico alle porte del capoluogo lombardo «Io sono per la filosofia che avevano i Giacobini. Certo Robespierre poi non fece una bella fine, ma i problemi è meglio risolverli prima tra noi e poi parlarne fuori…». Frase criptica, che si riferisce al caso Bettolle, in quel di Siena, altro congresso dalle molteplici problematiche, perfino per la governance del Monte dei Paschi, su cui Verdini vuole avere l’ultima parola. Solo attraverso questa lezione di esercizio del potere da parte del coordinatore nazionale pidiellino toscano è possibile interpretare la lunga giornata da fratelli coltelli che ha contrassegnato il partito di Silvio Berlusconi.

Perché la scelta del coordinatore provinciale milanese non è altro che lo specchio di una guerra interna senza esclusione di colpi in vista della leadership del partito. Battaglia dove il segretario Angelino Alfano appare sempre più assente, quasi dimenticato nei discorsi dei protagonisti se non per i ringraziamenti di rito sull’organizzazione dei congressi o per difenderlo pubblicamente da nuovi candidati. Vedi, per quest’ultimo punto, alla voce Corrado Passera, attuale ministro allo Sviluppo Economico, lanciato verso le primarie pidielline dal governatore Lombardo Roberto Formigoni. Non si fa infatti in tempo a entrare nel grande albergo in stile sovietico, che sulla bocca di tutti c’è proprio l’intervista del Celeste a Repubblica. «Passera può essere candidato premier, non impediamogli di partecipare alle primarie del Pdl». Parole di fuoco. Apriti cielo. In pochi minuti Ignazio La Russa, ex ministro della Difesa, detta questo virgolettato ai giornalisti: «Ma grazie a Dio abbiamo un Angelino Alfano». Così pure il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi: «Non credo che Passera sia il candidato migliore». Da tutte le parti d’Italia gli fanno eco Giorgia Meloni e Maurizio Gasparri.

Eppure lo spettro dell’ex amministratore delegato di Intesa San Paolo si aggira tra i corridoi dell’albergone che fu costruito da Salvatore Ligresti. Molto di più di quello di Alfano, che qualcuno, a microfoni spenti, critica senza mezzi termini proprio su come è stata gestita la stagione dei congressi. «Non sono stati reclamizzati. Le tessere non sono nemmeno state inviate e di cittadini non se ne vedono. Ognuno ha portato le sue truppe cammellate per far vincere il proprio candidato. E dobbiamo stare qui fino a notte fonda per scrutinare quando si sa già chi ha vinto. Passera avrebbe fatto sicuramente di meglio…». Chi vince? «Politicamente avrà vinto pure Podestà, ma Sisler la spunterà a mani basse». 

Il bagno di democrazia interna, infatti, non si vede nemmeno con il binocolo. Bastava seguire in sala gli interventi dei quattro candidati. Ai primi due, gli ufficiali, quelli su cui il coordinatore Mario Mantovani aveva cercato di far convergere tutto il partito, cioè il larussiano Sandro Sisler e il sindaco di Basiglio Mario Flavio Cirillo, vengono concessi interventi fiume. Poi, per il presidente della provincia Guido Podestà e il teapartysta Alberto Villa, la sala si svuota. Perché? «Ci hanno ordinato di iniziare a fare gli scrutini delle schede e tutti se ne sono andati…», spiega uno degli organizzatori. E infatti la sala si riempie e si svuota a seconda degli interventi. Come una fisarmonica.

Quando parla il coordinatore Mario Mantovani, i fan di Podestà, con tanto di adesivo sulla giacca, si alzano e se ne vanno. Quando parla Formigoni se ne vanno quasi tutti. Quando parla La Russa, l’incipit è comico. «È quasi l’ora di pranzo lo so – dice l’ex colonnello di Alleanza Nazionale – ma io non sono l’insalata». In aula, però, non ride nessuno. E qualcuno inizia a guardare nervosamente l’orologio: c’è da andare a vedere l’Inter a San Siro. Non solo. Quando parlano Sisler e Cirillo applaudono solo la prima e la seconda fila. Quando parlano Podestà e Villa, applaudono dalla terza in poi. Licia Ronzulli, la bella europarlamentare, svolazza da una parte all’altra della sala. C’è anche Lara Comi, che andrà a prendersi la segreteria provinciale di Varese nelle prossime settimane. Verdini si concede in interviste e foto con i fan. Massimo Buscemi, ex assessore alla Cultura, si tiene a debita distanza dal nuovo sottosegretario in regione Lombardia Valentina Aprea che Formigoni chiama ancora «onorevole». Al bar si intravede pure La Russa. Sarà che l’albergo era un tempo Salvatore Ligresti, compaesano di Paternò, ma l’ex ministro della Difesa è l’unico a non pagare. Il barista dice di essere un suo sostenitore.

C’è pure Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, che si distingue perchè non saluta praticamente nessuno e, stando in prima fila, contravviene ai diktat dei vertici: il suo applauso più lungo va al giovane Villa. E proprio il ragazzo dei Tea Party insiste su un punto all’inizio del suo discorso. «Basta con i doppi incarichi politici e organizzativi nel partito». Mantovani, senatore e coordinatore non la prende bene. Per accedere alla zona delle votazioni bisogna prendere un ascensore di cristallo. Ci sono le cabine elettorali, i body guard. C’è il problema delle tessere. Non sono state inviate. Qualcuno dice che molte sono state falsate, anche se La Russa sostiene che non ce la farebbe neppure Mandrake. In ogni caso gli elettori pidiellini devono varcare più banchetti prima di arrivare al voto. C’è quello dove viene regolarizzata la propria iscrizione. Poi ce n’è un altro dove la pratica viene ratificata. Poi c’è da presentare la carta di identità e dopo essere stati individuati su un blocco di nomi si può andare a votare. Ma chi ha vinto lo sanno già quasi tutti. 

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