Cosenza, dove la ‘ndrangheta è arrivata per ultima ma c’è

Cosenza, dove la ‘ndrangheta è arrivata per ultima ma c’è

COSENZA – Una bomba in un bar del centro, un camion della raccolta rifiuti fermato con le armi e dato alle fiamme e il figlio di un noto boss scomparso nel nulla. Tutto questo è accaduto dall’inizio del nuovo anno a Cosenza, la più a nord delle città della Calabria, con una popolazione di poco più di 70 mila abitanti. Ed anche l’ultima provincia, come spiegano Nicola Gratteri e Antonio Nicaso in Fratelli di sangue, a finire nella morsa della ‘ndrangheta all’inizio del Novecento. Forse anche per questo considerata da molti “un’isola felice”. «È un inganno storico», spiega Arcangelo Badolati, capocronista del quotidiano La Gazzetta del Sud e autore di numerosi libri sulla criminalità calabrese, «certo, c’era e c’è una qualità della vita più alta rispetto ad altre province. Ma anche qui la criminalità fa quello che vuole: negli ultimi due anni ci sono stati almeno 200 atti intimidatori contro imprese e attività commerciali». Il prefetto Raffaele Cannizzaro, però, ha rassicurato i cittadini: «Non c’è un fenomeno di allarme in questa città e in questa provincia». E il sindaco Mario Occhiuto, architetto di fama internazionale candidato del centrodestra in quota Udc ed eletto nel maggio 2011, conferma: «Cosenza non è un’isola felice, ma questi sono solo casi isolati».

La mattina del 5 gennaio la città si è svegliata con la notizia dell’incendio di un autocompattatore di proprietà di “Ecologia Oggi”, la società appaltatrice del Comune che si occupa della raccolta dei rifiuti solidi urbani nel cosentino. Il mezzo della ditta di Lamezia Terme (Catanzaro), guidata da Eugenio Guarascio (anche presidente della Nuova Cosenza Calcio), è stato fermato in un quartiere popolare alla periferia di Cosenza da tre persone armate, di cui una con la mitraglietta. «Un chiaro segnale», continua Badolati, «che si tratta di mafiosi che hanno specifici canali per acquistare questo tipo di armi». L’autista è stato strattonato e costretto a scendere. «Statti tranquillu, unn’avimu ccu vua» (Stai tranquillo, non ce l’abbiamo con voi), gli hanno detto. Gli altri due colleghi, scesi una decina di metri prima per sistemare i cassonetti, sono tornati indietro allarmati. Ma anche loro, sotto il tiro delle armi, sono stati costretti a guardare il camion, da poco acquistato dalla ditta ed entrato in funzione da soli tre giorni, mentre veniva avvolto dalle fiamme. Sempre la stessa notte, a poche ore di distanza, in una via del centro è stata incendiata l’auto del proprietario di una pizzeria dell’hinterland. Due giorni prima erano stati esplosi colpi di pistola contro un negozio di abbigliamento, in una via dedicata a Paolo Borsellino.

La Procura della Repubblica di Cosenza ha affidato le indagini alla polizia di Stato e non è stata esclusa nessuna pista. Ma l’ipotesi più probabile, per gli inquirenti, resterebbe quella delle intimidazioni legate all’estorsione. Il messaggio è chiaro: alle vittime viene “chiesto” di mettere mano al portafoglio o di assumere nuovi lavoratori. L’azienda “Ecologia Oggi”, già nel 2009 aveva denunciato un tentativo di estorsione attraverso l’imposizione di un’assunzione nella cittadina di Paola, sul Tirreno cosentino. Denuncia che aveva portato alla custodia cautelare in carcere di due persone collegate al clan locale dei Serpa. La società si era costituita parte civile nel processo e, nel luglio scorso, Mario Attanasio e Natale Alessio sono stati condannati in primo grado per tentata estorsione aggravata dai metodi mafiosi. «Da poco», secondo Badolati, «Ecologia Oggi aveva emesso 42 borse lavoro finanziate dalla Regione Calabria. Qualcuno avrà preteso di decidere a chi destinarle, ma gli è stato risposto di no. E allora gli hanno bruciato il camion. Spesso questi lavori vengono usati dai malviventi come copertura nel caso di controlli da parte delle forze dell’ordine».

Ma non è finita qui. Nella notte tra il 6 e il 7 gennaio, ancora un incendio e un’esplosione. Sempre a Cosenza, questa volta nella centrale via Popilia. Una bomba artigianale, confezionata con diversi chilogrammi di polvere da sparo e una tanica di benzina, ha devastato il bar “Capital Cafè”. Infissi, vetrate e pezzi di intonaco sono stati scaraventati a decine di metri di distanza sulla strada, dove per fortuna non si trovava a passare nessuno. «Ancora non si conosce con sicurezza la natura dell’esplosione», dice Badolati. «Ci sono diverse piste da seguire, tra cui quella di un regolamento di conti nel mercato degli stupefacenti gestito dal cosiddetto “clan degli zingari”». Un clan, quest’ultimo, tra i più attivi a Cosenza. Non ci sono stati feriti per l’attentato al “Capital Cafè”, ma la voragine nera al piano terra del palazzo ha colpito tutta la città. «A vederlo di persona», ha commentato il sindaco Mario Occhiuto, «la bomba avrebbe potuto provocare un danno maggiore, anche agli abitanti del fabbricato».

Il teatro Alfonso Rendano e la statua del filosofo Bernardino Telesio (Flickr – PhotoLab XL)

A questi fatti va aggiunto un altro tassello: la scomparsa, da martedì 3 gennaio, di Luca Bruni, 37enne figlio di Francesco, il boss meglio conosciuto come “Bella bella” assassinato nel 1999 a Cosenza. Secondo le dichiarazioni dei pentiti, dopo la morte prematura in carcere del fratello Michele, Luca sarebbe diventato “reggente” dell’omonimo clan della ‘ndrangheta cosentina. Il pomeriggio del 3 gennaio, in base alla ricostruzione fatta dai carabinieri di Cosenza guidati dal comandante Francesco Ferace, Luca Bruni sarebbe uscito con un amico, a bordo della sua auto. Cosa sia accaduto successivamente, però, nessuno è in grado di riferirlo. La sua macchina, una Bmw X3, è stata trovata nei pressi di un cinema alle porte di Cosenza, vicino al luogo in cui nel 1977 venne ucciso Luigi Palermo (detto “U Zorru”), storico capobastone della ‘ndrangheta bruzia. Tra le ipotesi prese in considerazione dal procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Pierpaolo Bruni, c’è anche quella che possa trattarsi di un caso di «lupara bianca». Luca Bruni lo scorso 10 dicembre aveva lasciato il carcere, dopo aver scontato una condanna a otto anni per detenzione di armi da guerra. «Non era un tipo diplomatico come il fratello Michele», spiega Badolati, «era determinato e arcigno. Avrà preteso una diversa spartizione dei soldi per la sua famiglia e così è stato fatto fuori».

La sparizione di Luca Bruni, l’incendio dell’autocompattatore di “Ecologia Oggi” e la devastazione del “Capital Cafè” potrebbero far parte di una precisa strategia messa in atto dalla criminalità cosentina per ristabilire alcune gerarchie. «Due degli episodi potrebbero essere collegati», ha detto il questore di Cosenza Alfredo Anzalone, «e parlo della bomba al Capital e della scomparsa di Luca Bruni. Sono la reazione violenta di una frangia della ‘ndrangheta cosentina. Per quanto riguarda l’assalto all’autocompattatore di Ecologia Oggi, invece, dovrebbe trattarsi di un atto a sfondo estorsivo». Il bar “Capital Cafè”, prima del cambio di gestione, era di proprietà di una parente di Luca Bruni. Tra le ipotesi investigative, quindi, prende forma l’idea che la scomparsa del figlio di “Bella-Bella” e il bar saltato in aria potrebbero avere lo stesso obiettivo da colpire: il clan Bruni. Un segno, forse, del cambio degli assetti criminali in città.

«È evidente che qualcosa si sta scatenando», dice Sabrina Garofalo, referente provinciale della associazione Libera. I primi segnali di riassestamento c’erano stati a settembre con l’omicidio in pieno centro di Giuseppe Ruffolo, titolare di una ditta di autotrasporti arrestato nel 2010 con il padre nel corso di una operazione antiusura e poi scarcerato quasi subito perché la sua posizione era risultata marginale. E a ottobre, con il ferimento di Salvatore Muoio, già noto alla polizia per fatti legati allo spaccio di droga, gambizzato a mezzogiorno nella parte vecchia della città. A dicembre, poi, sono arrivati gli arresti: diciotto ordinanze di custodia cautelare per associazione mafiosa, tre omicidi e diversi casi di estorsione e usura. A essere colpito è stato soprattutto il clan Lanzino-Ruà, che oggi rappresenterebbe il cartello più potente di Cosenza. Tra le persone coinvolte, c’è anche Ettore Lanzino, ricercato dalle forze dell’ordine dal settembre 2009 e ritenuto da inquirenti e collaboratori di giustizia come capo incontrastato della ‘ndrangheta cosentina. Nella stessa operazione, denominata “Terminator”, sono rimasti coinvolti pure tre politici cosentini: Pietro Ruffolo, ex assessore della Provincia di Cosenza, Umberto Bernaudo, ex sindaco di Rende oggi consigliere provinciale  (del Pd come Ruffolo) e Pierpaolo De Rose, consigliere comunale di Piane Crati (lista civica) .

«Cosenza vive una situazione di emergenza paragonabile ai tempi della strategia dell’immersione di Provenzano, senza attacchi frontali o omicidi eccellenti», spiega Arcangelo Badolati, «ma ancora vige la tradizione di rappresentarla come un’isola felice rispetto alla locride o al crotonese». Certo, continua il cronista, «c’è una qualità di vita diversa per ragioni storiche e soprattutto grazie a uomini politici potenti come Giacomo Mancini o Riccardo Misasi, che hanno fatto arrivare fin qui l’autostrada e hanno dato lavoro ai giovani».

Nella provincia il tasso di disoccupazione, a parte l’impennata degli ultimi due anni fino all’attuale 12.5 per cento, è sempre stato uno o due punti più basso di quello delle altre città della regione. Con un reddito medio di quasi 7mila euro, che sale a 10mila e 500 euro nel solo comune di Cosenza. Più dell’80% dell’economia cittadina è basata sul settore dei servizi. E, nonostante l’incapacità di attirare investitori stranieri, l’indice di produttività resta positivo, secondo solo a quello di Catanzaro, il capoluogo di regione. Alle porte della città, sulle colline di Arcavacata, nel 1972 è nata anche l’Università della Calabria, il più ampio campus universitario italiano, al secondo posto nella classifica Censis 2011 dei grandi atenei.

Ma, forse proprio grazie a questi numeri, la ‘ndrangheta c’è. Seppure silenziosa e diversa rispetto al resto della regione. Esiste una attenta spartizione del territorio per “locali”. E, come si legge nella relazione della Direzione investigativa antimafia relativa al secondo semestre del 2010, le attività criminose maggiormente praticate sono proprio l’estorsione e i danneggiamenti, seguite dall’usura e dal narcotraffico. «Basti pensare che nel 1985 qui è stato ucciso il direttore del carcere Sergio Cosmai», ricorda Badolati, «e che nell’assassinio di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica, potrebbero essere coinvolti non solo i casalesi ma anche la ‘ndrangheta cosentina».

Il tessuto dell’antimafia in città, però, resta debole. Libera, l’associazione presieduta da Don Luigi Ciotti, ha messo radici solo quattro anni fa. «Le istituzioni e le associazioni non hanno ancora consapevolezza della presenza della criminalità», dice Sabrina Garofalo, «si preferisce non parlare di questi temi». E, come conferma anche il sindaco Occhiuto, «non esiste alcuna associazione antiracket». Dopo i fatti di inizio anno, il prefetto ha rassicurato gli animi: «Abbiamo avuto una oggettiva flessione dei fenomeni delittuosi: si tenga presente che a Cosenza nell’ultimo mese non si sono verificate rapine». E ha promesso «misure di rafforzamento dei sistemi di controllo territoriale al fine di rendere più efficace l’azione di prevenzione». «Sembra di essere tornati negli anni Ottanta», commenta Badolati, «quando tutti negavano. A Cosenza la ‘ndrangheta c’è e fa quello che vuole: esige il pizzo da tutti, appicca incendi e spara contro le saracinesche. Eppure si continua a far finta di niente».

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