Il dopato è Contador. Ma anche il ciclismo ha i suoi problemi di giustizia

Il dopato è Contador. Ma anche il ciclismo ha i suoi problemi di giustizia

Ci sono voluti 530 giorni prima di arrivare ad una sentenza che non placherà certamente le polemiche e lascerà aperta ogni valutazione del caso.

Contador angelo, Contador diavolo. Contador genio del male o vittima sacrificale di uno sport che sull’altare pone sempre i propri simboli più belli. Una cosa è certa, il ciclismo ancora una volta si è fatto del male, molto male. Alberto Contador, fuoriclasse del ciclismo mondiale, il signore dei Grandi Giri (tre Tour, ora ridotti a due, due Giri, ora ridotto a uno e una Vuelta), fermato per due anni per una positività carica di sospetti e dubbi infinitesimali, quanto i picogrammi di clenbuterolo rinvenuti nelle urine del fuoriclasse di Pinto, paga anche per colpe non sue: come troppo spesso sta accadendo nel ciclismo.

Il ciclismo ne esce male, e con esso il Governo della bicicletta (l’Uci) che ha accettato di far correre fino a ieri il fuoriclasse madrileno, senza sospenderlo preventivamente (come per esempio accaduto per Riccardo Riccò, ndr), facendolo vincere in lungo e in largo e ora, con un colpo di spugna su una lavagna, cancella tutto o quasi come se niente fosse. Il ciclismo è anche questo: per archiviare un risultato sportivo bisogna aspettare la prescrizione (otto anni per la giustizia sportiva): questo non è più tollerabile. Ha ragione Eddy Merckx che ha commentato la sentenza dal Qatar: «Qualcuno vuole far morire questo sport».

Alberto Contador è stato ritenuto colpevole. Per lui due anni di squalifica con annessa perdita delle vittorie più importanti, Tour 2010 (che passa a Andy Schleck) e Giro 2011 (che passa a Michele Scarponi). Il 28 enne fuoriclasse spagnolo è stato quindi sospeso fino al prossimo 5 agosto e non potrà quindi partecipare neppure al Tour 2012 (che comincia il 30 giugno, partenza da Liegi) e ai Giochi Olimpici di Londra. Ieri il suo ultimo giorno di competizione, prima dello stop, alla Challenge Maiorca (98°) prima di rientrare a Pinto, dove vive da sempre, alla periferia di Madrid.

Pizzicato il 21 luglio 2010, dopo il secondo giorno di riposo al Tour de France, Alberto Contador si dichiarò subito estraneo a qualsiasi accusa. Nel suo sangue furono trovati 50 picogrammi/ml di clenbuterolo (0,00000000005), il corridore si difese parlando di carne portata dai Paesi Baschi da un suo amico (negozio di Irun, ndr) e secondo lui contaminata.

L’Uci lo sospende il 24 agosto, ma solo il 30 settembre annuncia la positività. Il 26 gennaio 2011 la Disciplinare spagnola propone uno stop di un anno, ma il 15 febbraio la Federciclo nazionale decide per l’assoluzione. Il 24 marzo 2011 l’Uci fa ricorso al Tas, seguito una settimana dopo dalla Wada.

E’ stata una sfida legale estenuante, troppo lunga per essere considerata giustizia sportiva. Una battaglia legale senza precedenti nel mondo dello sport. Una schiera di avvocati e superperiti ingaggiati dal fuoriclasse spagnolo per cercare di smontare il teorema di colpevolezza sostenuto invece dal governo mondiale della bicicletta (Uci) e dall’agenziale mondiale dell’antidoping (Wada).

Ma il punto centrale della vicenda – racchiusa in quasi 4000 pagine di dossier – era stabilire se la positività al clenbuterolo fosse riconducibile all’assunzione di una bistecca di carne contaminata, come ha sempre sostenuto il corridore e la difesa, o come ha sempre sospettato l’Uci e la Wada, che tale positività fosse piuttosto legata alla reinfusione di sangue precedentemente trattato con clenbuterolo e preparato in un periodo di allenamento. Ad avvalorare questa tesi l’esame dei cosiddetti “plasticizer” (ftalati), residui plastici rilasciati nel sangue dalle sacche usate per i prelievi. In poche parole gli esperti del laboratorio di Colonia, dove fu verificata la positività del corridore, sostennero che quella polvere di plastica nel sangue altro non era che la prova provata che il corridore aveva fatto ricorso ad una reinfusione di sangue. Questo, però, nella sentenza del Tas non viene detto a chiare lettere. A chiare lettere però il corridore spagnolo viene ritenuto colpevole, e per questo sospeso fino al prossimo 5 agosto e privato di un Tour, di un Giro e di tutte le vittorie che ha ottenuto in questo anno e mezzo.

Una brutta storia, con un pessimo epilogo. Una brutta storia, scritta malamente anche da chi avrebbe il dovere di tutelare il nostro sport (l’Uci) e non mandarlo al macello (visto che si parla di carne). Poca chiarezza, molta approssimazione, qualche sospetto: come quello di punire Contador, corridore diretto da Bjarne Riis (vincitore del Tour’96 e reo confesso, ndr) e quest’ulitmo oggi team manager del corridore spagnolo alla Saxo Bank, che da un anno è una delle teste pensanti impegnato a costruire e varare una nuova struttura professionistica assieme ad altri nove suoi colleghi di altrettante squadre di World Tour (la massima serie del ciclismo, ndr). L’obiettivo è chiaro: smarcarsi dall’Uci e creare un circuito alternativo, indipendente, capace di vendere il prodotto ciclismo senza chiedere permesso a nessuno: «Il ciclismo lo facciamo noi e noi dobbiamo essere i padroni di un circuito che può essere meglio gestito e meglio venduto», dicono all’unisono i dissidenti. Poco tempo fa il presidente dell’Uci, l’irlandese Pat Mc Quaid, aveva detto: «Ci sono manager che pensano di essere Bernie Ecclestone…». Con la sentenza del Tas di oggi, almeno uno dei manager è stato sonoramente battuto. Gli altri perlomeno avvertiti. Questa non è soltanto una lotta al doping fatta di carne e tracce di ftalati, ma di potere. Il potere anche di far crollare tutto.

*direttore di tuttoBICI e tuttobiciweb.it. 

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