La Bce deve scegliere: o aiuta Atene o aiuta noi

La Bce deve scegliere: o aiuta Atene o aiuta noi

La Grecia è sempre appesa alla Germania. Dopo l’ennesimo stallo nelle trattative per la ristrutturazione del debito greco, la discussione si sta trasferendo sul un piano diverso. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) sa che Atene da sola non ce la può fare. Troppo il debito, pochi i margini operativi per crescita economica e consolidamento fiscale. Serve quindi uno sforzo maggiore, sia in termini economici sia in termini di coinvolgimento dei creditori. Secondo fonti vicine al dossier, la Banca centrale europea è pronta a fare la sua parte, assorbendo le perdite sui bond greci che ha in portafoglio. Ma è arrivato il secco rifiuto di questa eventualità da parte della Germania. Il braccio di ferro è quindi ora fra Bce e Berlino.

Nel Consiglio europeo del 21 luglio scorso si è deciso di adottare per la Grecia il Private sector involvement (Psi), cioè la partecipazione volontaria dei creditori privati nella ristrutturazione del debito ellenico. Si è pensato a un haircut, ovvero una svalutazione sul valore nominale delle obbligazioni greche in portafoglio, del 21 per certo. Ma il buco di bilancio di Atene era troppo grande. Nel summit Ue del 26 ottobre si è quindi optato per una partecipazione più ampia, pari al 50 per cento. Tuttavia, nemmeno questo è sufficiente. Ora il piano di discussione è sull’Official sector involvement (Osi), cioè il coinvolgimento dei creditori pubblici della Grecia. Banca centrale europea, banche centrali nazionali, governi europei: sono questi i soggetti che potrebbero subire delle perdite in caso di ristrutturazione del debito della Grecia. Fonti della Commissione europea spiegano che la Bce potrebbe vendere i bond ellenici che ha comprato attraverso l’Smp al fondo Efsf. Uno stratagemma grazie al quale non si violerebbe il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che all’art. 123 vieta esplicitamente di favorire uno Stato o un’istituzione di uno Stato membro. Stando ai dati della Banca dei regolamenti internazionali dello scorso dicembre, l’esposizione complessiva della Grecia in europa è di circa 195 miliardi di dollari.

Il Fmi sta spingendo per questa soluzione. L’obiettivo è quello di evitare un default disordinato che potrebbe essere «tanto devastante dal lato politico quanto impressionante da quello finanziario», come spiega a Linkiesta il gestore di un hedge fund coinvolto nelle trattative elleniche. La Germania però sta continuando a tenere una linea massimalista. «Berlino sa che non può accettare politicamente una decisione così onerosa», continua il gestore. In modo molto cauto, la Bce si sarebbe detta pronta a una partecipazione «a patto che prima sia siglato un accordo sul Psi», come ha oggi ribadito la Commissione europea. Gli ostacoli da superare sono soprattutto concettuali. Nel caso la Bce dovesse accettare delle perdite sui bond ellenici comprati nei mesi scorsi tramite il Securities markets programme (Smp), circa 40 miliardi di euro, si aprirebbe la porta alla ridiscussione degli acquisti dei bond italiani, spagnoli e portoghesi. «È fuori discussione che la Germania, nel caso la Bce aprisse all’Osi, cercherebbe in ogni modo di bloccare l’uso del Smp in futuro», spiegano fonti della Commissione Ue a Linkiesta.

Se a Francoforte si discute animatamente, ad Atene il clima è surreale. Martedì scorso il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos ha comunicato che ci sarebbe stato un meeting dell’Eurogruppo il prossimo lunedì, 6 febbraio. Il focus doveva essere duplice, Psi e secondo piano di salvataggio. Ieri erano arrivate conferme dalla Commissione Ue, ma oggi il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha escluso la possibilità che ci sia un summit fra tre giorni. «Probabilmente sarà la settimana successiva», ha detto Juncker. Viene quindi smentito Venizelos, che ha oggi ribadito che i colloqui fra governo e Institute of international finance (Iif), rappresentante dei creditori privati, «stanno andando nella giusta direzione». Eppure, così non sembra. Il premier Lucas Papademos si è detto pronto «a qualsiasi opportunità» nel caso non venga approvato il piano di austerity necessario per il secondo bailout internazionale. E proprio su questo punto gli ostacoli continuano. Come riportato dal Wall Street Journal, occorrerebbero più soldi di quanto previsto dal Consiglio europeo del 21 luglio. Invece di 130 miliardi di euro, le esigenze sarebbero di circa 145 miliardi.

Intanto, il tempo è sempre di meno. Il 20 marzo va a scadenza un bond ellenico da 14,5 miliardi di euro. Senza un accordo sul secondo piano di salvataggio, per la Grecia sarà impossibile rimborsarlo. Il rendimento di questo titolo di Stato è infatti superiore al 700 per cento. E nelle casse del Tesoro, stando all’ultima analisi del Fmi, c’erano 11 miliardi di euro in ottobre. Si aprirebbero quindi le porte allo scenario che finora si è sempre cercato di evitare, il primo default sovrano di un Paese dell’eurozona.  

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