La Grecia approva i tagli, scontri in piazza ad Atene

La Grecia approva i tagli, scontri in piazza ad Atene

Aggiornamento 00.09

A poche ore dall’apertura dei mercati europei il Parlamento greco ha approvato il nuovo piano di austerity che prevede, tra le misure, tagli alle pensioni per 300 milioni di euro e una riduzione del salario minimo del 22% a quota 560 euro al mese. Secondo quanto riferisce l’agenzia Dow Jones, i voti favorevoli sono stati più di 151 su 300. 

La Grecia sta rivivendo quello che l’Argentina ha vissuto 10 anni fa. Le proteste di piazza si fanno ogni giorno più violente in vista del voto al pacchetto di austerity, previsto per domani. La troika composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) ed Commissione europea chiede maggiori sforzi, ma i politici greci sono restii a votarli. E mentre il partito ultranazionalista Laos raccoglie sempre più consensi schierandosi contro Fmi e Ue, il Tesoro ellenico ha chiesto 15 miliardi di euro in più rispetto al programma del secondo piano di salvataggio, che quindi salirebbe a quota 145 miliardi. In questo circo di dichiarazioni, il rischio di una deriva verso una dichiarazione d’insolvenza è sempre più concreto. E sullo sfondo, aleggia sempre lo spettro dell’uscita volontaria dall’eurozona: vietata dai trattati, voluta da sempre più politici greci.

Le molotov che piovono sui poliziotti in Piazza Syntagma ad Atene e l’odore dei lacrimogeni sono il simbolo della sofferenza che sta vivendo Atene in queste ore. Il voto di domani sarà cruciale per capire in che modo si porrà la Grecia nei confronti dell’Europa. Stando alle indiscrezioni domani il Parlamento riuscirà ad approvare senza problemi il pacchetto di misure, nonostante le numerose defezioni delle ultime 48 ore. A preoccupare, tuttavia, sono le proteste di piazza. Le manifestazioni continuano e aumentano di tenore ogni giorno che passa. Il disagio della cittadinanza cresce in virtù dei nuovi tagli che si profilano. Il settore pubblico sarà tagliato di circa 150mila unità entro il 2015, come richiesto dalla troika, e sia pensioni sia salari minimi hanno registrato forti ridimensionamenti.

Dopo la prima pagina del quotidiano nazionalista Dimokratia con il cancelliere tedesco Angela Merkel in vesti naziste, continua il clima di insofferenza e astio nei confronti di Ue e Germania. Il leader del partito di estrema destra Giorgios Karatzaferis ha spiegato che non intende «sottostare alla dittatura della comunità internazionale» e che non vuole «vedere i greci, un popolo nobile e culturalmente avanzato, ridotti a schiavi delle banche e dei politici europei corrotti». Tramite queste affermazioni, il Laos guadagna sempre più estimatori, come spiegato dalle televisioni Mega e Skai. Non solo. Secondo Skai, è possibile che faccia un’alleanza con Nea Dimokratia in caso di elezioni anticipate.

Oggi il numero uno di Nea Dimokratia, l’ex premier Antonis Samaras, ha nuovamente accusato il premier Lucas Papademos. «Eravamo contro il primo bailout, noi siamo la culla dell’umanità, siamo un Paese che ha sempre onorato i suoi debiti e non abbiamo problemi di debito», ha affermato Samaras. Più cauto è apparso il penultimo primo ministro, il leader del partito socialista Pasok, George Papandreou: «Non dobbiamo lasciare che l’idea del fallimento entri nelle nostre menti, se non accetteremo questi tagli ce ne saranno di ancora più duri, di ancora più forti. E la sofferenza sarà ancora più grande». Ma purtroppo, lo scontro non si è attenuato. Karatzaferis e Samaras hanno invocato le elezioni anticipate per poter «far tornare la democrazia in Grecia, contro la dittatura della troika».

A rincarare la dose ci ha pensato il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos. Il politico ellenico ha definito il prossimo meeting europeo, previsto per martedì prossimo, «lo spartiacque della crisi greca». Ha infatti dichiarato che «entro il 15 febbraio dobbiamo decidere se stare o no nell’euro». Il timore che serpeggia nei corridoi della Commissione europea è che i politici greci possano decidere di assumere un atteggiamento ultranazionalista e rigettare l’idea di un monitoraggio da parte della troika. A cavalcare questo sentimento ci ha già pensato il principale sindacato di polizia, la Poasy, che ieri ha distribuito volantini con le foto dei membri del Fmi e la scritta “Ricercato”.

La certezza, per ora, è solo una. Il secondo piano di salvataggio internazionale nel Consiglio europeo del 21 luglio scorso non è sufficiente. I 130 miliardi di euro del pacchetto provvisorio subordinato alle nuove misure di austerity non bastano per colmare i buchi di bilancio della Grecia. Secondo il leader di Nea Dimokratia, Samaras, occorrono circa 15 miliardi di euro in più, da dirottare al sistema bancario per evitare una crisi di liquidità. Eppure, secondo la banca svizzera UBS è possibile che servano ulteriori 45 miliardi di euro. Il conto finale dell’esborso di Fmi, Bce e Ue potrebbe quindi essere di 175 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti i 110 miliardi di euro del primo piano di salvataggio e i circa 40 miliardi di bond ellenici acquistati dalla Bce tramite il Securities markets programme (Smp), il programma di acquisto di titoli di Stato in sostegno dei Paesi più in difficoltà sui mercati secondari. Nel complesso, il salvataggio di Atene potrebbe quindi costare 325 miliardi di euro. Considerato che il debito pubblico greco è di 365 miliardi di euro, non è un bel segnale. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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