CineteatroraLa nuova fabbrica Pirelli arriva in teatro ma non sa fare male

La nuova fabbrica Pirelli arriva in teatro ma non sa fare male

Il senso della metamorfosi che prosciuga il lavoro nella morsa di un mercato indifferente e spietato è la superficie sotto cui ribollono ben altri spiriti. Nato dalla collaborazione tra Fondazione Pirelli e Piccolo Teatro, Settimo, la fabbrica e il lavoro osa un racconto rapido, gridato, sardonico nei panni del nuovo polo industriale che ha fuso in sé i due vecchi stabilimenti Pirelli di Settimo Torinese e ne ha assegnato il rinnovamento architettonico a Renzo Piano.

E come il corpo di fabbrica si gonfia e modella su nuovi stampi e prototipi, così i vecchi operai istruiscono il giovane inesperto passandogli orgogli e rinunce. Il loro petto si fa alto e fiero quando il ragazzino, guidato dall’impiegata più devota a visitare i reparti dalla mescola alla rifinitura, li osserva inconsapevole del valore di un dire che è tutt’uno con il lavoro. Quello considerato esclusivamente maschile perché pesante, quello che tiene le mogli a casa a badare ai figli, che è stretto ai fianchi dell’immigrato chino a pregare e tenuto in considerazione perché tra i pochi disposti a fare più turni in silenzio. E come i vecchi muri crollano per far posto al nuovo che avanza, così i vecchi lavoratori non serrano le labbra davanti a chi è ignaro del sacrificio della vita per il ciclo della fabbrica.

Una scena nera, densa di fumo che si smaschera sotto strati di pneumatici, cavi e fili, con un cumulo alto e una cisterna di vulcanizzazione da cui esce la squadra degli operai. Una risposta a metà tra il coro greco e il varietà per ribadire non solo un diritto di replica, ma attraversare a colpi di mimica, balzi e gestualità sincronizzate il fiume delle oltre mille pagine di interviste raccolte a Settimo Torinese da dove tutto prende vita. Il ceo Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ha voluto questa rappresentazione teatrale della fabbrica Pirelli di Sesto.  E da lì risalire lentamente ai cardini della vita interna di una squadra che non ha smesso di ammonire su qualità e sicurezza, senso di appartenenza, fede sindacalista tramandata di padre in figlio, affermandosi al di là dei più freddi coefficienti di uomo e macchina.

Eppure, la morsa dei nuovi investitori con la coppola, la bacchetta magica e la lingua infittita di anglismi vuoti, è sempre più stretta, e al giovane che saltella tra i reparti alle spalle dell’impiegata che aggrotta le ciglia e scuote le spalle è richiesto anzitutto di osservare e imparare. Quel che il nuovo polo vende è la sfida di un prodotto non più identificato con il lavoro, né tantomeno con l’uguaglianza e la solidarietà tra i lavoratori, ma con una formula magica che ha l’unico merito di dismettere per formare ad altro, anche a occasioni di svago comune, anziché abbassare le serrande.

Pare che solo così la montagna di scarti e materie possa provare a rigenerarsi e mettere nuove radici: Settimo fa ruotare questo racconto attorno a pose umane che, nella voluta insistenza formale e già macchiettistica, rischiano a volte di radere al suolo proprio quel potenziale di parole, sfoghi e testimonianze. E con loro quegli echi di protesta che devono essere ripetuti a chiare lettere in tempi di quotidiana e divertita esaltazione padronale della flessibilità, contro la “monotonia” di barricaderi congelati sulle torri delle stazioni.

Ecco perché potrebbe ben tornare qui – ai margini del riscatto finale e poetico di una scena che vede salire dalla cisterna un albero di fili di luce con le radici ancora sparse tra le lotte collettive, i carichi di storie personali e azioni che scivolano via se il lavoro manca – un frammento del discorso di Bertolt Brecht agli attori-operai danesi: «Non può essere impossibile imparare ciò che reca vantaggio. […] Riconoscere debolezze e capacità del caporeparto, riflettere a dovere su abitudini e mentalità dei vostri colleghi, vi è utile. Come combattere le vostre lotte di classe senza conoscere gli uomini? […] E già molti di voi studiano le leggi dell’umano convivere, già la vostra classe si accinge a dominare le sue difficoltà e quindi le difficoltà di tutta l’umanità. E allora voi attori degli operai potete, imparando e insegnando, con la vostra raffigurazione intervenire in tutte le lotte degli uomini del vostro tempo e così con la serietà dello studio e la serenità della scienza contribuire a fare dell’esperienza di lotta un bene comune e della giustizia, passione».

Peccato questa volta non si sia riusciti ad affondare coraggiosamente la lama, a rompere la rete e trasformare la passione in immagini che fossero avvenimenti storici, «lotte per il posto di lavoro, colloqui dolci e amari fra uomo e donna, discussioni su libri, rinuncia e rivolta, tentativo e mala sorte».

Settimo
La fabbrica e il lavoro

Piccolo Teatro Studio Expo
dal 7 al 19 febbraio 2012

drammaturgia e regia Serena Sinigaglia
scene Maria Spazzi
costumi Federica Ponissi
luci Alessandro Verazzi
musiche Sandra Zoccolan
con Ivan Alovisio, Giorgio Bongiovanni, Fausto Caroli, Andrea Collavino, Aram Kian, Franco Sangermano, Beatrice Schiros, Francesco Villano, Maurizio Zacchigna
assistenti alla drammaturgia Giorgio Finamore, Omar Nedjari
assistente alla regia Omar Nedjari
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
in collaborazione con Fondazione Pirelli 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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