La Scozia che vuole la secessione: “a noi il petrolio, a Londra le banche”

La Scozia che vuole la secessione: “a noi il petrolio, a Londra le banche”

LONDRA – «A Londra conviene avere una Scozia indipendente». Alex Salmond, primo ministro della Scozia, ne è convinto. Tanto che lo scorso 25 gennaio ha reso noti i dettagli sul referendum per l’indipendenza scozzese in programma per l’autunno del 2014 e in grado di rompere trecento anni di Unione con la Gran Bretagna.

«La Scozia dovrebbe essere indipendente?», chiede il testo proposto da Salmond e dai nazionalisti. Da Londra hanno fatto sapere che non solo la domanda è posta in maniera sbagliata («La Scozia dovrebbe restare nel Regno Unito?», vorrebbero che recitasse più appropriatamente il testo), ma anche che le considerazioni in merito a come, quando e quanto chiedere con il referendum non spettano esclusivamente al parlamento scozzese.

Alex Salmond non si nasconde dietro a un dito, né rinuncia mai al suo modo di fare: posto di fronte a una provocazione, si inalbera e parte per la tangente, poi – quando si ricorda di essere di fronte ai giornalisti – si calma e giustifica il suo pensiero usando parole colte, come tradizionale dizionario politico impone.

«Ha un talento straordinario», racconta qualcuno, ma è anche «un demagogo opportunista» borbotta qualcun altro. Salmond, checché se ne dica, ci crede per davvero all’indipendenza scozzese e ha chiarito di non volere ingerenze di alcun tipo. Del resto, per un uomo che bene conosce la politica del suo paese, appassionato com’è di corse di cavalli e a capo di un partito che da solo governa la Scozia, la scommessa sul referendum non appare così azzardata.

Qualche anno fa, Salmond definì lo sfruttamento del petrolio del Mare del Nord da parte del governo britannico come «il più grande furto da quando gli spagnoli rubavano l’oro agli Incas». Eppure, fanno notare a Londra, il suo trattamento verso gli inglesi non è tanto diverso. Su tutte colpisce una cosa più del resto: la Scozia prevede che le università siano gratuite per gli scozzesi e per gli europei ma non per gli inglesi, i gallesi e i nord irlandesi, che invece devono sborsare migliaia di sterline, un po’ come a Londra.

Secondo Salmond, quella dell’indipendenza è l’unica via in grado di restituire alla Scozia ciò che gli spetta. Già lo scorso 24 gennaio, in una conferenza a Londra in memoria di Hugo Young, noto columnist del The Guardian, il primo ministro ha avuto modo di esprimere il suo pensiero. In poco meno di quaranta minuti, ha chiarito ulteriormente la sua convinzione di portare avanti il progetto d’indipendenza scozzese: indire il referendum nel 2014, dopo due anni di campagna elettorale, e accentrare il potere in Scozia, anziché continuare a dipendere da Londra. L’indipendenza, secondo Salmond, favorirà tanto Edimburgo quanto Londra e «sarà un bonus per i pensatori progressisti a sud del confine»: un segnale importante per tutto il Regno Unito.

Sono ancora molti, tuttavia, i punti poco chiari nelle intenzioni del capo del governo. Più di ogni altra cosa, ad esempio, sono i conti economici che sembrano tornare solo parzialmente a Bute House, la residenza ufficiale di Alex Salmond. I temi centrali che ruotano intorno all’economia del paese sono noti: il petrolio del Mare del Nord, le banche scozzesi e in minor parte la questione del Tridente, il deterrente nucleare britannico ‘parcheggiato’ a largo di un lago scozzese (il primo ministro non intende interrompere i rapporti militari con gli altri paesi, ma è convinto, come la ‘sua’ gente, di non volere il programma nucleare nelle acque scozzesi).

Salmond e i suoi consiglieri economici non hanno dubbi: «Se s’includono nei conti nazionali anche le entrate del petrolio controllato da Londra», il bilancio della Scozia è in positivo da almeno quattro anni. Che la natura del referendum fosse più politica che economica lo si era in verità capito sin da principio, ma se ne è avuta la conferma qualche giorno fa, quando il primo ministro ha dichiarato in un’intervista a Channel 4 che la Scozia si sarebbe, sì, fatta carico dell’8 per cento del debito complessivo del Regno Unito (in proporzione col numero dei suoi abitanti), ma anche che non avrebbe inteso sopperire alla mala gestione della Royal Bank of Scotland (Rbs), la banca nazionale di Edimburgo che il «Tesoro non ha saputo regolare». A Downing Street non possono certamente sottovalutare la questione. D’altra parte, «se Londra non paga», i problemi di Rbs rischiano di ritorcersi contro la stessa Perfida Albione.

Piaccia o meno a Westminster, il messaggio di Salmond vuole suonare più o meno o così: a noi i soldi del petrolio, a voi i debiti delle banche. Del resto, secondo il primo ministro, il 90 per cento delle entrate relative al petrolio e al gas appartengono alla Scozia e non all’Inghilterra.

Presumibilmente, in ogni caso, il verdetto finale del referendum verrà deciso dai reali vantaggi economici che gli scozzesi riscontreranno in una Scozia indipendente dalla Gran Bretagna. Sino ad oggi, solo un terzo dei cittadini sembra essere a favore di questa soluzione. Anche perché, a Westminster, sia il Labour che la coalizione al governo formata dai Lib-Dems e dai Tories si sono dimostrati contrari all’indipendenza scozzese.

Che ne sarà della Scozia una volta diventata indipendente? Sarà in grado di gestirsi da sola senza il cuscinetto di Londra? Entrerà nella zona euro? Farà parte della Nato? A ciascuno di questi quesiti Salmond ha saputo sinora fornire risposte vaghe e piuttosto ambigue. Come quella sugli interventi militari: la politica del partito di Salmond, lo Scottish National Party (Snp), prevede l’esclusione dai ‘piani alti’ della Nato, come per la Svezia e l’Irlanda, che non sono parte della Nato ma del Partenariato per la pace.

Ma ci sono due altri fattori piuttosto rilevanti che, secondo Jonathan Hopkin, economista alla London School of Economics and Political Science (Lse), influiscono già oggi negativamente sulla Scozia. Primo, se oggi la Scozia non è una delle economie più deboli del Regno Unito è perché ha sempre ricevuto da Westminster un notevole compenso fiscale, che naturalmente non riceverebbe più nel momento della sua indipendenza. Il secondo punto riguarda la posizione geografica della Scozia. Le zone ‘periferiche’ rispetto al centro dell’Europa non godono quasi mai di un’economia particolarmente florida. Del resto, secondo Hopkin, con l’eccezione della Scandinavia, potrebbe dirsi lo stesso del sud Italia e del nord Inghilterra. In questo senso, una Scozia indipendente amplificherebbe ulteriormente questo problema.

Salmond sembra essere intenzionato a ‘mediare’ con gli inglesi attraverso un equo “patto di stabilità”. Ironicamente, oggi Salmond deve fare i conti con un governo conservatore ed euroscettico che, pur trovandosi agli antipodi del suo pensiero politico, è al contempo il migliore partner per servire la sua causa indipendentista.

Il primo ministro non solo crede che l’indipendenza sia necessaria, ma anche che gli scozzesi, sia pure con il tempo dovuto, comprenderanno l’importanza di tale esigenza. Un giorno, forse, Salmond, vincerà la sua battaglia e la Scozia otterrà l’indipendenza. Che gli convenga vincerla però resta alquanto dubbio. 

*direttore di The Post Internazionale
 

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