L’Ap tarocca la foto dei manifestanti anti-Putin

L’Ap tarocca la foto dei manifestanti anti-Putin

Pochi giorni fa a Mosca, contestatori e sostenitori di Putin hanno sfidato insieme il gelo scendendo in piazza. Per gli anti-Putin che denunciano i brogli elettorali è stata la terza grande manifestazione dalle elezioni di dicembre. Tra le foto dei manifestanti ne è circolata una dell’Associated Press, di grande impatto, con la folla radunata nella Manezhnaya noncurante dei 19 gradi sotto lo zero. La foto è rimbalzata sui vari social newtork da Facebook a Tumblr più tutti i livejournal russi. Ma la foto non è del 2012 e quella gente non sta protestando contro Putin. La foto risale addirittura al 1991, un’altra epoca.

La didascalia originale nell’immagine riporta: “Centinaia di migliaia di manifestanti radunati a Mosca nella Manezh Square vicino al Cremlino, il 10 marzo 1991, chiedono che il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov e i suoi compagni comunisti cedano il potere. La folla, stimata in 500.000 persone, ha dato vita alla più grande manifestazione anti-governativa nei 73 anni da quando i comunisti presero il potere, ed è avvenuta una settimana prima del referendum sul trattato di unione nazionale di Gorbaciov. (AP Photo / Dominique Mollard)

L’equivoco ha un altro risvolto perché la foto è stata a suo tempo manipolata, in alcune parti verso il basso la folla è stata raddoppiata. Se ne è accorto Alan Taylor l’editor fofografico del magazine The Atlantic, che ai vent’anni del crollo dell’Urss ha dedicato uno speciale fotografico a dicembre dove compaiono Boris Yeltsin sui carri armati che parla in pubblico, la statua del fondatore del KGB Dzerzhinsky tirata giù, i carri armati sulla piazza Rossa, le immagini del colpo di stato. La segnalazione è arrivata però dall’Italia, dalla traduttrice americana Donna Meiss che chiesto lumi a Ken Oye professore al MIT e suo amico, il quale ha girato la foto al magazine.

Il significato della manifestazione non viene intaccato dal fotoritocco ma così facendo si può mettere in dubbio il numero dei partecipanti. Un altro trucco fotografico nella foto incriminata sembra essere la profondità aumentata della piazza che ne allarga le dimensioni. Così pare da una seconda foto, di due mesi più vecchia, scattata dallo stesso punto della piazza e raccolta nella gallery da Alan Taylor. Quando l’editor di The Atlantic ha contattato l’Associated Press chiedendo spiegazioni, la motivazione del fotoritocco è stata tecnica: “per ridurre l’effetto ottico dei lens flare” causa la controluce. Ma l’Ap ha comunque censurato la modifica. Per Taylor si tratta della prima foto ritoccata che gli capita di segnalare in quattro anni di lavoro sul web. “Un’alterazione che è passata indenne per vent’anni e che grazie al fantastico effetto di ingrandimento di internet è venuta alla luce”.

L’esigenza del realismo a tutti i costi può diventare un’autentica bugia da fotoritocco. Di falsi espliciti ce ne sono molti nella storia della fotografia, e anche le piccole correzioni hanno una loro tradizione. Nel 2006 la Reuters incappò in un errore simile ma più pericoloso. Pubblicò una foto ritoccata di Beirut dopo un bombardamento israeliano. All’immagine originale con i palazzi in fiamme venne aggiunto più fumo. Ad accorgersi della strana simmetria delle nuvole ci pensarono i blogger. La Reuters ritirò la foto, scusandosi e sostituendola. Pur negando di essere intervenuto deliberatamente, ma ammettendo solo di aver cercato maggiore chiarezza nell’esposizione, il fotografo freelance libanese Adnan Hajj venne licenziato. Ad essere poco credibili non erano i bombardamenti, ma il sistema di controllo della Reuters.

Anche un oggetto può infastidire dentro una foto ma la sua sostituzione può solo all’apparenza sembrare insignificante. All’università dell’Ohio il 4 maggio del 1970 la polizia spara sugli studenti che manifestano contro il Vietnam. Jeffrey Miller muore, la sua compagna Mary An Vecchio si inginocchia su di lui, mentre intorno si fa il panico. John Flo, giovane studente di fotografia assiste alla scena e scatta. La foto passa da un quotidiano locale all’Associated Press per poi finire sul New York Times. Scompare il palo della recinzione che la nuca della ragazza copriva in parte. Solo nel 1995, nell’anniversario dei quattro studenti uccisi, la foto pubblicata per intero scopre la presenza della recinzione. Nessun dolo nelle intenzioni del ritocco ma quella recinzione raccontava la realtà delle limitazioni che l’università imponeva all’accesso degli studenti negli spazi pubblici, per impedirvi di organizzarvi manifestazioni.

L’iperrealismo ha fatto un brutto scherzo anche al Time quando nel 1994 la foto di copertina di O.J. Simpson, sotto processo per l’omicidio della moglie, venne trattata artificiosamente mostrando più nero in volto il campione. Anche il Newsweek aveva messo in copertina Simpson e così la differenza era risaltata all’occhio. Il direttore Gaines fu costretto a scusarsi.

In Italia il Giornale ha usato la tecnica illustrativa del combo non sempre in maniera efficace. A fine 2008 prese una foto della stessa Associated Press di un palazzo sventrato dai bombardamenti nella Striscia di Gaza e ne cambiò i connotati, allargandone le dimensioni, aggiungendo un elicottero da guerra e la scia di un missile che parte dall’edificio. Pochi giorni dopo lo stesso trattamento fu applicato alla foto di un soldato israeliano sdraiato per terra: mentre dietro compariva un tank sopra la sua testa un elicottero lanciava un missile. Un effetto da realtà virtuale spiegarono dal quotidiano, ammettendo l’errore volontario dei grafici, “per vivacizzare le immagini”, ma non la malizia.

Tutti casi in cui per amore della verità troppo arrosto può compromettere le cose più dell’assenza del fumo intorno. 

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