Marcegaglia fa la maestrina, ma lei non ha riformato Confindustria

Marcegaglia fa la maestrina, ma lei non ha riformato Confindustria

«Vorremmo un sindacato che lotta anche fortemente con noi per tutelare il lavoro, ma che non protegge assenteisti cronici, ladri e chi non fa bene il proprio lavoro». La frase di Emma Marcegaglia è di quelle che fanno balzare sulla sedia anche noi che certo non lesiniamo critiche ai sindacati. Quegli stessi sindacati, fra l’altro, con cui ancora a giugno, con Berlusconi in sella, la stessa Marcegaglia chiuse l’intesa sui contratti spiegando che «l’accordo unitario chiude una stagione di separatezza tra di noi». Ma le parole di oggi non fanno impressione solo per questo, anche se fanno riflettere su cosa sia davvero cambiato dall’estate scorsa ad oggi. No, fanno impressione soprattutto per il pulpito da cui vengono, non uno dei più alti. Vogliamo ricordare gli incentivi alle imprese che rendono una parte del mondo confidustriale una sorta di parastato che dipende dalla politica e che poco hanno da invidiare alle peggiori pratiche clientelari? 

La Relazione sugli interventi di sostegno alle attività economiche e produttive del giugno del 2009 del Ministero delle Sviluppo economico stimava in ben 1307 le norme agevolative di cui 91 a livello centrale e di queste 65 ancora in essere, come spiega Marco Cobianchi. È dall’alto di questo incesto coi soldi pubblici che i capitalisti nostrani raccolti in quel brontosauro degli anni ’70 che è Confindustria si permettono di dare dei ladri ai sindacati? Il dato quantificato da Cobianchi fa impressione, come abbiamo ricordato in una nostra infografica: lo Stato regala a questi campioni del privato almeno 30 miliardi di euro e i procedimenti di infrazione aperti dalla Ue contro l’Italia sono ben 38.070. Anche se lo stesso Cobianchi racconta che ricostruire esattamente quanti soldi siano in ballo è quasi impossibile. Ma sono in ogni caso numeri che aprono una domanda: di cosa parla Confindustria quando parla di mercato?

Qualche tentativo di apertura c’è stato, con Confindustria che ha accennato ad una riduzione di questa massa enorme di denaro (30 miliardi sono più di due punti di Pil) in cambio di una riduzione dell’Irap, che almeno in parte, fra l’altro, ci è già stata. Ma si è trattato per ora di un ballon d’essai. Fra l’altro si tratta di incentivi a pioggia di cui la stessa Marcegaglia dovrebbe saperne qualcosa viste le attività nell’acciaio e nell’energia del suo gruppo. 

Che Confindustria sia un baraccone ministeriale con troppe spese inutili e che nel futuro «dovrà essere più associazione e meno struttura burocratica» lo dice anche Finmeccanica per bocca del suo amministratore delegato Giuseppe Orsi che minaccia di lasciare Viale dell’Astronomia. Non proprio un bolscevico. Una Confindustria meno simile a un ministero e più vicina all’efficienza di un’azienda che viva di mercato, è un’esigenza oramai non più procastinabile non solo per molte imprese ma per tutta l’economia italiana. Come è un’esigenza anche che i sindacati non difendano l’indifendibile, non tutelino chi ha colpe e non chiudano gli occhi davanti al fatto che nell’attuale mondo del lavoro ci sono parecchi privilegiati. Spesso sindacati e Confindustria sembrano avere in comune soprattutto le criticità e la crisi della delega che attraversa entrambe ne è un chiaro sintomo. Così come l’entrata in Confindustria di aziende pubbliche come Eni è qualcosa che sfugge se si pensa cosa dovrebbe essere Confindustria, il ruolo che dovrebbe svolgere nel difendere la concorrenza. Anzi, sembra un’altra indicazione di quella struttura semi statale che è Viale dell’Astronomia. E vederla ora criticare da un’altra azienda pubblica come Finmeccanica fa sorridere.      

Per concludere: il fatto che Marchionne ora annunci che se vince Bombassei Fiat potrebbe tornare in Confindustria fa pensare che da lui si aspetti una Confindustria più vicina alle sue richieste, più muscolare coi sindacati. Ma non fa ancora pensare che l’associazione degli imprenditori sia pronta a diventare quella struttura più snella ed efficiente che i tempi le impongono, né fa ancora pensare che i vertici dell’associazione degli imprenditori siano davvero pronti a prendere atto che gli anni ’70 sono finiti e che i primi a dover cambiare strada sono loro. Le caste non riguardano solo la politica.  

Twitter: @jacopobarigazzi