Su Scampia bisogna rompere il coprifuoco culturale

Su Scampia bisogna rompere il coprifuoco culturale

Non è Zuccotti Park ma solo per l’architettura: dal parco di New York si vede Wall Street, lì dove il denaro non dorme mai. Da piazza Giovanni Paolo II a Scampia si vedono invece i casermoni di cemento che celano un giro economico altrettanto vorticoso e sicuramente mai in perdita: una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa. A questo si aggiunge un degrado urbano mai affrontato dalle amministrazioni che si sono avvicendante negli anni. E la condizione di chi la vive, Scampia. E con essa i quartieri limitrofi: Marianella, Miano, Piscinola, San Pietro a Patireno, Secondigliano, i vicini comuni di Casavatore e Melito. In questi giorni si è molto discusso d’una notizia, pubblicata dal Mattino di Napoli, circa l’imposizione del coprifuoco in alcune zone dell’area Nord, lì dove l’incubo del ritorno di una faida di camorra è tangibile: lo si capisce dai morti lasciati a terra negli ultimi giorni («un assestamento» fra i clan, lo definiscono gli inquirenti). C’è davvero il coprifuoco? E soprattutto: cosa significa, coprifuoco?

Quando ci sono le “tarantelle”, a Scampia come al rione Sanità, nel quartiere orientale di San Giovanni come in quello nordoccidentale di Pianura, chi vive nei lotti popolari sa che ci sono regole da rispettare. Quelle del buon senso in un contesto di guerra. Non ritirarsi tardi, non appartarsi con amici, non girare in moto col casco integrale. Ogni motivo ha un esempio chiaro. Stare in strada con amici può significare morire da vittima innocente per uno scontro a fuoco (Annalisa Durante, quartiere Forcella, uccisa a 14 anni il 27 febbraio 2004); stare in auto a parlare può significare finire trucidati perché scambiati per guardaspalle del boss (Luigi Sequino e Paolo Castaldi, quartiere Pianura, uccisi a vent’anni il 10 agosto 2000). Stare in strada sotto casa può significare morire perché scambiato per un pusher (Antonio Landieri, quartiere Scampia, disabile ucciso a 25 anni il 6 novembre 2004). Legarsi sentimentalmente alla persona sbagliata può significare torture e morte (Gelsomina Verde, torturata, uccisa e carbonizzata il 21 novembre 2004 a 22 anni sempre a Scampia).
Sicuro che debbono imporlo i clan, il coprifuoco di cui tanto si parla? Nel periodo della faida fra il clan Di Lauro e i cosiddetti Spagnoli (meglio conosciuti come scissionisti) le due fazioni imposero agli appartenenti dell’una e dell’altra parte di cambiare casa dal giorno alla notte (gli scissionisti non potevano stare vicini al loro ex clan e viceversa). Per un lungo periodo di tempo molti bambini non sono andati a scuola: i genitori – parenti o affiliati – temevano la vendetta trasversale.

Le cose sono cambiate? A Scampia ci sono le Vele. I mostri di cemento assurti a simbolo del degrado urbanistico, sociale, civile dell’area Nord di Napoli. Abbatterle, non abbatterle? Farci un’università, lasciarle alla Protezione civile? Di certo c’è che le Vele sono ancora lì, perpetua lapide “ad ignominia” per dirla con le parole di Pietro Calamandrei. Qualcuno – nello specifico la Soprintendenza di Napoli – dice che sono un bene architettonico da recuperare e conservare. Scampia, ma più in generale l’area settentrionale partenopea, odia quella che possiamo definire la “sindrome Balotelli”: il famoso calciatore volle venire all’ombra delle Vele, accompagnato da personaggi discussi e discutibili, per fare un tour zoologico nel terrore, viaggio al centro di Gomorra. E la gente ha imparato a diffidare anche degli occhi di quelli che vorrebbero tendere una mano. #Occupyscampia, dunque. L’appuntamento è per venerdì alle 18, nella piazza dedicata a Papa Giovanni Paolo II che nel 1990 volle metter piede a Napoli iniziando dalla periferia dilaniata, urlata dalle parole di Peppe Lanzetta, disegnata coi colorati murales di Felice Pignataro. «Basta crederci e trovi un mare di bene, a Scampia», recita un cartellone piazzato all’uscita della metropolitana. Iniziare senza una meta ben chiara, partendo da un hashtag su Twitter, rendendosi conto che occorre dare sostanza alle parole e riempirle di contenuti. Ascoltare prima di decidere e al tempo stesso farsi ascoltare prima di ogni giudizio, di ogni promozione o bocciatura di quest’iniziativa. Nessuno sa dove potrà portare #Occupyscampia. Sono solo parole. Ammoniva Franco Fortini: «Nulla è sicuro, ma scrivi». Forse occorre rompere anche un coprifuoco culturale su Scampia, Napoli, Italia, Europa.

Per approfondire:

Il videoracconto dal quartiere Scampia

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