CineteatroraBrecht e i maneggi degli imprenditori in tempi di crisi

Brecht e i maneggi degli imprenditori in tempi di crisi

Il peso della carne, la sua svalutazione fatta di lavoratori andati in malora con la produzione sono presenti più che mai nell’esordio brechtiano di Luca Ronconi. Dopo il debutto dello scorso 28 febbraio, prosegue l’indagine aperta e volutamente contraddittoria sui collassi finanziari che il regista incalza da anni, riflettendo attorno alle macerie di una crisi nera divenuta un pessimo mantra di giustificazioni. E Santa Giovanna dei Macelli è il banco di prova estremo e necessario, seppur depurato di ogni didascalismo socialista e viceversa imbevuto di una dichiarata estetica da film d’epoca e cartoon.

Giovanna Dark, sottotenente dei Cappelli Neri a fianco del popolo giudicato miope dal re della carne Pierpont Mauler, entra in scena con gli occhi sgranati e le pose da educanda idealista di Maria Paiato, sempre a servizio tenace di ogni personaggio. La sua anima, perché di questo davvero intende discutere la regia ronconiana, è l’opposto e insieme l’eterno riproporsi di puro e impuro che Mauler, un esemplare Paolo Pierobon, confessa come manifesto di quell’umanità disumanata tanto volgarmente simile all’oggi.

I maneggi dell’imprenditore senza scrupoli immerso dentro la crisi del ’29 – anno di stesura del copione – e il lastrico cui è ridotto il resto dei fabbricanti di carne in scatola, a loro volta inscatolati in barattoli che scorrono lasciando intravedere solo arti monchi e teste da marionetta, convivono perfettamente in una scena che muove i maligni da sopra un dolly cinematografico. Maligni, o meglio, gli attori di quel che Camus avrebbe definito “uno spettacolo d’oppressione” e contro cui l’ostinazione ingenua e talvolta ridicolizzata di Giovanna risponde con la difesa ottusa dei derelitti incorporati nelle immagini di uno schermo che replica all’infinito lo stesso volto dell’operaio ottocentesco. E come il taglio di questo Brecht affonda con coraggio proprio nel rifiuto dello straniamento epico, così la rara doppiezza di Slift meschino intermediario del commercio della carne, grazie all’efficacissimo Fausto Russo Alesi, rafforza il protagonismo spietato di una macchina da presa mobile e in proscenio pronta a puntare l’obiettivo sulla presunzione dei lavoratori malvagi chiusi fuori dai macelli.

La morte delle regole di onestà e diritto sociale, il grido della fame e del sopruso attraverso una prima regia tonante di Giorgio Strehler nel 1970 abbandona qui l’ideologismo, le musiche di Dessau e i cartelli sulla via crucis verso gli abissi e i confini della miseria. Viene cioè scartata l’incurabile malvagità degli uomini per approdare su un terreno più ironico e meno dimostrativo, quasi petulante a volte, fino a smascherare con un certo gusto lacrimevole la stessa protagonista e la sua incapacità di portare a compimento il bene. L’enfasi ha una nuova destinazione che non si prefigge di vivisezionare coloro che sadicamente reggono i fili del destino dei deboli, ma calare dentro un’uguale resa o risalita le gerarchie del mercato e del popolo, a cominciare dalle filantropie ipocrite dei Cappelli Neri schiavi del profitto quanto Mauler e le sue debolezze di fronte all’abnegazione di Giovanna.

Il sacrificio dell’eroina, dopo un’avanzata fiera che lo schermo moltiplica in armature di richiamo al testo romantico della pulzella di Schiller, è poi accompagnato dai cori della Giovanna d’Arco di Verdi, perché si comprenda anzitutto nel presente che

«…chi è in basso, in basso è costretto, / perché chi è in alto, in alto rimanga. / E la bassezza di chi è in basso è smisurata. / E se anche migliorassero, a nulla / servirebbe. Poi che senza uguale / è il sistema che costoro han costruito: / sfruttamento e disordine. Bestiale, e quindi / incomprensibile».

Davvero gli sforzi di Giovanna escono strozzati come i toni della sua voce e la regia non sposa la convinta estraneità brechtiana dell’uomo al bene comune, ma ne testimonia gli ingranaggi doppi. Altrettanto dubbia è l’oggettività di una macchina da presa e di quel saliscendi delle borse, dei fabbricanti rimasti schiacciati dentro le scatole e la beatificazione di una protagonista consapevole che il mondo ha bisogno soltanto di sapere che nulla è considerato un bene.

Resta da sciogliere il nodo delle anime pure e impure, la richiesta di Mauler a Giovanna sul perché consideri il denaro un male anziché una pronta e ficcante verità, accanto a quelle rivoluzioni cui nessuno sembra davvero aderire per eccesso di paura. Giovanna Dark è martire genuflessa a “innumerevoli sogni dannosi”, Pierpont Mauler il convinto assertore di una grandezza che attrae, ma è subito prona alle forze oscure degli affari. Tra tutti latita il fantasma di Luckerniddle, l’operaio cascato dentro la caldaia rovente e macellato insieme con il resto della carne. Sua moglie, un’incisiva Francesca Ciocchetti, accoglie la falsa versione sulla sua morte in cambio di pranzi garantiti. Una e mille sfrenate dissoluzioni, grottesche apparizioni che della partitura di Brecht accolgono l’impossibilità sempre più contemporanea di discriminare tra chi è senza macchia e chi scaglia la pietra.

Piccolo Teatro Grassi
dal 28 febbraio al 5 aprile 2012

Santa Giovanna dei macelli
di Bertolt Brecht
traduzione Ruth Leiser e Franco Fortini
regia Luca Ronconi
scene Margherita Palli
costumi Gianluca Sbicca
luci A. J. Weissbard
musiche a cura di Paolo Terni
interventi filmici Emanuele Di Bacco, Nicolangelo Gelormini
con (in ordine alfabetico) Francesca Ciocchetti, Roberto Ciufoli, Gianluigi Fogacci, Giovanni Ludeno, Michele Maccagno, Alberto Mancioppi, Francesco Migliaccio, Massimo Odierna, Maria Paiato, Paolo Pierobon, Fausto Russo Alesi, Elisabetta Scarano
una produzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, The State Academic Maly Theatre of Russia, Mosca
in collaborazione con Centro Sperimentale di Cinematografia – Sede Lombardia

per gentile concessione dell’editore Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 

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