Portineria MilanoCampi rom a Milano. Si stava meglio con la Moratti?

Campi rom a Milano. Si stava meglio con la Moratti?

«Oggi con lelemosìna ho fatto appena 20 centesimi». Isabella ha 23 anni. Viene dalla Romania, ma abita a Milano dal 2004. Da quando i primi rom iniziarono a spostarsi verso l’Italia in macchina o con altri mezzi di fortuna. Se li è fatti quasi tutti i campi abusivi dell’hinterland. Ora da un po’ di mesi è più tranquilla. Ha un tenda sotto il cavalcavia Bacula. «Quando ci sgomberano? Lo sai tu?», si domanda mostrando i quattro denti doro in bocca e un pellicciotto bianco di cui va molto fiera. Durante il giorno è lei a sorvegliare il grande campo nomadi tra il quartiere Bovisa e viale Certosa, a fianco dei binari delle Ferrovie Nord, mentre gli altri («Qui siamo più di cinquanta») sono in giro per la Lombardia a chiedere qualche euro sulle strade o a rubare.

«Mio marito ha la carta d’identità italiana», spiega mangiando delle noccioline e mostrando il degrado della sua abitazione, una tenda di quelle che vendono alla Decahtlon («Quando va bene») con teloni di copertura, spesso cartelloni pubblicitari. Di fianco c’è pure un frigorifero non collegato all’elettricità e una bicicletta con due lucchetti. «Vogliamo un lavoro e una casa, almeno una roulotte, ma non ci aiuta nessuno. Pisapia aiuta gli altri quelli al parco Lambro. Qui con noi ci sono trenta bambini. Viviamo in mezzo ai topi e abbiamo tutti l’epatite».

È un venerdì come gli altri nel capoluogo lombardo. C’è il sole. Gli uffici iniziano a chiudere. E i milanesi che possono permetterselo vanno via per il fine settimana. Sono migliaia le macchine che transitano sul cavalcavia Monteceneri, che unisce Milano da nord a sud, con le varie diramazioni per la’autostrada dei laghi, ma in pochi si accorgono che pochi metri di distanza esiste un mondo a parte. È uno dei tanti in città. È quello degli «zingari», dei «rom», di una comunità che in questo spicchio di città, come in Bonfadini o a Muggiano, sta mettendo a dura prova l’animo dei residenti. 

Il vento arancione Pisapia non sembra passato da queste parti. «Abbracciamo i nostri fratelli rom», disse il leader di Sel Nichi Vendola a campagna elettorale finita. Il vice sindaco Maria Grazia Guida è stata tra le fondatrici della Casa della Carità di Don Virginio Colmegna, di cui è stata per anni la più stretta collaboratrice. Ma il degrado da queste parti non se ne è mai andato. Anzi, secondo alcuni residenti è peggiorato. Sporcizia ovunque. Topi. Rimasugli di pasti qua e là. Borsette sparse. Portafogli aperti. E palazzo Marino non si fa vedere. «Ci scippano. Vanno davanti alle scuole a spaventare e rapinare i nostri figli. Sfasciano le macchine», ci dice la signora Silvana che abita a pochi metri di distanza da qui. Lei ci è andata più volte in zona 8 a protestare. «Niente, il comune continua a ripeterci che è tutto a posto. Fate voi». 

Il termometro tocca i 25 gradi. E dagli accampamenti arriva un odore che un poliziotto della Digos definisce «di topo morto». Ce ne sono tre di tendopoli. La prima è appena dopo piazzale Lugano. «Un tempo stavano qui, sul territorio del demanio. Li abbiamo sgomberati, ma si sono insediati vicino alla ferrovia, lì è terreno privato». C’è un buco nella recinzione. Una scaletta traballante. Ed ecco che la città che tra tre anni ospiterà l’Expo 2015 mostra il suo lato più debole. Sei tende. Un girello per un bambino. Un piatto ancora sporco. Sopra la grata delle metropolitana i nomadi hanno messo un braciere dove fare da mangiare. «Lì si rischia grosso, se il fuoco arriva sotto…», ci ricorda un poliziotto che ci accompagna.

Pensare che il quartiere Bovisa è uno di quelli che dovrà essere riqualificato con l’Expo. Confinante al campo rom c’è uno spazio immenso e disabitato. In mezzo una cabina della vigilanza con tre guardie di pattuglia. «Qui è tutto Esselunga. Roba di Caprotti», ci dice un altro abitante. «Ci sono le guardie che vigilano e che non fanno un cazzo per proteggerci. Stanno solo lì a difendere l’area». A un centinaio di metri di distanza da qui, tra qualche anno, dovrebbe sorgere pure il parco per l’Expo di Rem Koolhaas. E poi c’è il Politecnico, la fermata Bovisa, un arci famoso come la Scighera, la sede di Telelombardia. Ma nel campo nomadi di tutto questo si sa poco o niente.

«Un tempo eravamo al cimitero Maggiore, poi da lì ci hanno cacciati», spiega ancora Isabella. Ma perché siete venuti via dalla Romania? «Basescu è peggio di Ceausescu. Non ci sono sussidi, non c’è niente». E se le chiedi perché usano i bambini per l’elemosina ti risponde secca. «Qui dobbiamo mangiare, non è che mi fa piacere portare mio figlio così in giro». A gennaio l’associazione Naga, dopo una ricerca tra le aree occupati abusivamente, ha spiegato che «le condizioni di vita nei campi Rom di Milano sono sotto il livello della decenza. Non esiste un’emergenza sicurezza per gli italiani, ma un problema sanitario per la popolazione dei campi irregolari».

Palazzo Marino, con l’assessore Marco Granelli ha cercato in questi mesi di arginare la diffusione dei campi nomadi, seguendo le linee guida del piano Maroni. Il censimento non è ancora finito e secondo dati della polizia il numero dei nomadi è raddoppiato nell’ultimo anno. L’assessore alla Sicurezza della provincia di Milano Stefano Bolognini (Lega Nord) attacca. «È arrivato il momento che sulla questione rom la giunta Pisapia applichi una linea politica. E che cominci a sgomberare. Gli insediamenti abusivi crescono come funghi in tutta la città, provocando danni ai residenti, all’ambiente, alla sicurezza e al decoro della città», spiega Bolognini. «Questi nomadi vivono in totale assenza di igiene, il che è irrispettoso non solo per loro stessi ma per tutti coloro che vivono nei paraggi, che già si sentono poco sicuri e abbandonati. Intanto l’amministrazione sta a guardare, non prende provvedimenti e noi offriamo uno spettacolo indecoroso in una città che si prepara a ospitare l’esposizione universale del 2015».  

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