Con questi manager Generali non crescerà mai

Con questi manager Generali non crescerà mai

Un anno dopo l’uscita di Cesare Geronzi, le Generali sono ancora al centro delle cronache finanziarie italiane, ma non per la bontà dei risultati. È scritto sul comunicato stampa che ha accompagnato i risultati 2011: l’indice di solvibilità alla fine dell’anno scorso era al 117% mentre «sale a 132% al primo marzo 2012, sostanzialmente per effetto del restringimento degli spread sui titoli governativi italiani». Insomma, il merito è di Mario Draghi, che ha inondato il mercato di liquidità, e forse anche di Mario Monti, ma non certo di Giovanni Perissinotto e di Sergio Balbinot.

Il gruppo triestino ha chiuso il 2011 con una débâcle: utile dimezzato a 856 milioni e svalutazioni per un miliardo, la metà su obbligazioni elleniche (472 milioni) e sulla partecipazione in Telco (307 milioni), la holding che controlla Telecom Italia. Se non è chiaro come mai un gruppo assicurativo debba avere, fra i soci italiani, la maggioranza di Telco (30,58% Generali, 11,62% Intesa Sanpaolo, 11,62% Mediobanca e 46,18% Telefonica), sono invece lampanti le ragioni per cui il suo principale azionista, cioè Piazzetta Cuccia, si stia adoperando per creare il principale gruppo assicurativo rivale: mettere in sicurezza il miliardo di prestiti subordinati nei confronti di Fondiaria-Sai. Ironia della sorte, il principale sponsor dell’iniziativa è proprio uno dei vicepresidenti del Leone, cioè l’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel. 

La pulizia di bilancio sui bond di Atene è imputabile direttamente alle mancanze del management, che ha temporaggiato troppo a lungo. E le operazioni di sistema non hanno ancora dato alcun vantaggio alla società guidata da Perissinotto e Balbinot. Da anni economisti e osservatori dicono che è necessario arginare l’influenza di Mediobanca su Generali, ma il tema non è mai stato messo all’ordine del giorno. Nel frattempo, l’eventualità di un aumento di capitale è stata smentita con forza da Perissinotto, a meno di una «grande acquisizione». Un modo come un altro per dire che andrà acquistato, dal socio Petr Kellner, il 49% di Ppf per 2,7 miliardi di euro?

Total return di Aviva (AV), Generali (G), Allianz (ALV) e Axa (CS)

A dieci anni dalla promozione al rango di amministratore delegato, per la coppia al vertice del Leone è arrivato il momento di rendere conto. Nello stesso lasso di tempo gli azionisti non hanno fatto buoni affari. Il ritorno dell’investimento negli ultimi 10 anni è negativo per tutte le compagnie europee, ma Generali (-58%) ha perso meno di Allianz (-67%), ma più di Aviva (-53%) e Axa (-50%).  Non solo: il rendimento delle azioni è solo del 3,7% annuo rispetto al 5,4% di Axa, 4,9% di Allianz e dell’8,3% dell’inglese Aviva. Anche in termini di capitalizzazione, il Leone con 18,9 miliardi supera soltanto Aviva (circa 10 miliardi di euro), ma va peggio di Axa (29,6 miliardi), Allianz (41,2) e Zurich (29 miliardi). Nel 2002 Generali capitalizzava 20 miliardi di euro, Allianz 17,7, Axa 18, Aviva circa 10 così come Zurich. Quindi, mentre tutte le altre compagnie hanno creato valore, il Leone ha distrutto circa 1,1 miliardi di euro. E non per colpa della crisi sovrana dell’Eurozona. 

Twitter: @antoniovanuzzo 

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